Il metodo, per la procura di Roma, era sempre lo stesso. Avvicinare il magistrato della Corte dei Conti, "assicurarne l'appoggio, garantirgli il coinvolgimento in associazione e convegni" e presentargli "persone in ruoli apicali pubblici in grado di favorirne gli sviluppi professionali". E dunque soddisfarne le ambizioni, chiedendo in cambio un aiuto per ottenere l'ok della Corte al progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina. Uno schema che per l'accusa emergerebbe dalle intercettazioni, quelle trasmesse dalla procura di Catanzaro e quelle effettuate dal Ros di Roma, che hanno portato i pm a indagare tre persone. L'avvocato Giacomo Saccomanno - ex componente del Cda della società Stretto di Messina, non coinvolta nell'indagine, e presidente dell'accademia calabria - l'imprenditore Vincenzo Virgiglio e Tommaso Miele, all'epoca dei fatti presidente aggiunto della Corte dei Conti. Secondo l'accusa a Miele sarebbero stati promessi appoggi per ottenere incarichi pubblici - una volta in pensione - in cambio di informazioni riservate sull'esame del progetto del ponte. Con l'obiettivo di condizionarne un esito positivo. Ma Virgiglio, secondo la ricostruzione dei pm, avrebbe tentato di avvicinare anche altri due magistrati contabili. Afferma di essere entrato in contatto con due esponenti importanti. "Altri due membri che quella sera ti porto là", dice il 10 ottobre. L'intercettazione risale a 19 giorni prima del verdetto della Corte che alla fine - con la sorpresa degli stessi indagati - è risultato negativo. I pm hanno disposto il sequestro dei supporti informatici, alla ricerca di possibili prove. Gli indagati negano le contestazioni. Miele, intanto, si dimette da presidente Collegio revisori Csm. Le opposizioni chiedono chiarezza. "Il governo ha rispettato le norme", risponde la leghista Minasi. E per il vicepremier Tajani il progetto deve andare avanti.
