intervista a giuliano pavone

"I sindacati tarantini si sono appiattiti sull'Ilva, l'azienda pagò i cestini per il blocco stradale"

In un'intervista a Tgcom24, Giuliano Pavone, scrittore e giornalista tarantino, racconta il difficile rapporto tra città e acciaierie

27 Nov 2012 - 14:41
 © Dal Web

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All’indomani degli arresti e del sequestro dell’Ilva di Taranto, una città si interroga sul suo futuro. La posta in gioco è alta: l’acciaieria più grande d’Europa, chiudendo, rischia di mettere in difficoltà una buona parte dell’industria italiana, dalle auto agli elettrodomestici. Vale davvero la pena chiudere l’Ilva di Taranto? Risponde Giuliano Pavone, giornalista e scrittore tarantino.

Quando arriva l’acciaieria a Taranto?
La chiusura dei cantieri navali, dopo la guerra, aveva messo in ginocchio Taranto. Per salvare la città, lo Stato  pensò di costruire una grande acciaieria. L'impianto, allora, fu accolto come una manna dal cielo. Negli anni ’70,  Taranto era una tra le città più ricche del Sud, unica ad attirare immigrazione. Il punto, però, è che l'arrivo della fabbrica era viziato da un errore di fondo: il fatto che l'acciaieria sia stata costruita a due passi dalla città. 

Quanto è grande l’Ilva rispetto a Tarantp?
Una volta, l’impianto era due volte la città. Poi, anche il centro abitato si è allargato. Ora, la fabbrica è grande una volta e mezzo Taranto.

A quando risalgono le prime indagini giudiziarie?
La magistratura ha cominciato ad interessarsi all’Ilva a partire dagli anni ’80. La prima inchiesta giudiziaria è dell’82 e portò alla condanna a 15 giorni per “getto di polveri” dell’allora direttore dello stabilimento. Anche nel 2000, la Procura aprì un’inchiesta.

Qual è l’incidenza di tumori e malattie respiratorie tra gli operai?
Secondo le perizie della Procura, nel decennio ’98-2008 ci sono stati 114 decessi e 329 ricoveri ospedalieri attribuibili all’attività siderurgica. Nel ventennio 1970-1990 l’incidenza di tumori era dell’11% in più. Accanto ai tumori e alle malattie respiratorie c’è stata anche un’esplosione di malattie collegate all’amianto. Le statistiche sono sottostimate in quanto a Taranto il registro dei tumori è stato introdotto recentemente e non c’è neanche un reparto di Oncologia. Questo significa che molti decessi vengono registrati altrove.

In tutto questo i sindacati dov’erano?
I sindacati hanno sempre parteggiato per l’azienda sulla base dell’equivoco che la difesa del padrone coincidesse con la difesa del posto di lavoro. Questo ha provocato un appiattimento nei confronti delle posizioni dell’Ilva. Prova evidente fu lo sciopero del marzo scorso, indetto in concomitanza dell’incidente probatorio. In quell'occasione l'Ilva pagò la giornata agli operai. Addirittura, in occasione del blocco stradale, l’azienda fornì agli operai il cestino pranzo.

In altre realtà, Piombino in testa, però, acciaierie e città riescono a convivere…
Il punto è che quella di Taranto è una storia di omessi controlli e di corruzione che dura da più di 30 anni. A proposito di omessi controlli, l’azienda dichiarò di aver risolto il problema diossina. Peccato che quest’affermazione si basasse su controlli fatti praticamente su appuntamento, in modo non continuativo Di sicuro, le acciaierie sono industrie che hanno un forte impatto ambientale. Ma, chiaramente, è possibile rendere accettabile l'inquinamento servendosi delle migliori pratiche disponibili. Forse, adottare queste pratiche avrebbe intaccato i profitti dell'azienda.

Perché la città non si è mai posta seriamente il problema inquinamento?
La questione dell’inquinamento è come quella delle sigarette. Tutti sanno che fa male, ma fino a che non c’è stata la piena consapevolezza del danno che provocano, nessuno ha preso provvedimenti seri.

Che futuro c’è per Taranto senza Ilva?
Taranto ha il 30% di disoccupazione. E’ dagli anni ’80 che la siderurgia è in crisi. Certo, la dipendenza nei confronti dell’acciaieria è forte e, forse, la città avrebbe dovuto interrogarsi prima sul post-Ilva. Di sicuro, l’azienda dovrà rispondere penalmente dei danni che ha fatto. Lo Stato, invece, dovrà farsi carico dei costi sociali. E' certo, però, che nel futuro ci sarà da bonificare l’area dell’acciaieria.

Cosa succede se chiude l’acciaieria?
L’Ilva di Taranto è strategica per il sistema industriale italiano. Non è un caso che il governo abbia preso determinati provvedimenti nei confronti dell’azienda. Certo, non è che se chiude Taranto chiude la Fiat. L’industria italiana, però, rischia di dover cercare all'estero l’acciaio di cui ha bisogno. 

Viale davvero la pena chiudere l’Ilva mettendo in difficoltà il sistema industriale italiano?
Qualche giorno fa ero a Firenze ad intervistare il papà di un bambino di tre anni operato 27 volte di tumore. Prova tu a spiegare a quel bambino che deve soffrire in nome di un bene superiore.

Giuliano Pavone, giornalista e scrittore, vive e lavora a Taranto. Classe 1970, ha scritto, tra l'altro, il romanzo "L'eroe dei due mari" che racconta la storia di un calciatore brasiliano trapiantato all'ombra delle ciminiere dell'Ilva. Il libro, diventato anche una graphic novel, analizza il rapporto tra grande industria e città.