rapporto 2012

Eurispes: "Italiani sfiduciati verso istituzioni"

"Pessimo" il giudizio dei cittadini, secondo quanto rileva il rapporto 2012

26 Gen 2012 - 11:40
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Da parte degli italiani il giudizio nei confronti delle istituzioni si riassume con una sola parola: pessimo. A rilevarlo è il rapporto Eurispes nel suo rapporto 2012, che sottolinea come "per il 71,6% degli italiani la fiducia è diminuita, mentre soltanto per il 4,1% è aumentata" rispetto allo scorso anno. E la serie storica dal 2004 mette in evidenza come il dato del 2012 sia, in assoluto, il peggiore sul fronte della fiducia dei cittadini.

"Nonostante un lievissimo incremento nella percentuale dei cittadini che dichiarano di aver maggiore fiducia nelle Istituzioni rispetto allo scorso anno (+1,9%) - sottolinea ancora il rapporto - l'alto tasso di sfiducia non può che essere interpretato come una vera e propria presa di distanza nei confronti del sistema istituzionale in generale. L'aumento dei delusi, tra un anno e l'altro, passa dal 68,5% del 2011 al 71,6% del 2012 e, raffrontato con il 2010 (45,8%) segna un incremento superiore al 26%". Soprattutto, ad esprimere il senso di sfiducia più forte "sono i giovani tra i 25 e i 34 anni (74,6%)".

Per gli italiani, inoltre, la crisi attuale è soprattutto colpa della classe politica. "Per i cittadini, due sono le cause maggiori che hanno portato alle attuali difficoltà del Paese", spiega l'Eurispes: "l'incapacità della classe politica (52,9%) e della classe dirigente in generale (30,8%), segue a distanza l'impossibilità di governare una crisi di dimensioni internazionali (8%) e l'inadeguatezza e la forte burocratizzazione della pubblica amministrazione (2,3%). Il fallimento del modello capitalistico, le previsioni errate degli economisti e l'inadeguatezza dei sindacanti vengono indicati in percentuali minime (1,5%, 0,5% e 0,3%)".

Senza speranza
Se si chiede agli italiani di guardare alla situazione del Paese, e di esprimere in merito un sentimento prevalente, ben il 63,2% si dice "spesso" (45,5%) o "sempre" (17,7%) sfiduciato. Altrettanto diffusa è poi una sensazione di impotenza, cioè di incapacità o impossibilità di incidere attivamente per migliorare l'attuale condizione, condivisa (spesso 33,8% e sempre 23,9%) dal 57,7%.

Circa un terzo dichiara, inoltre, di non sentirsi "mai" né ottimista (35,1%) né sereno (32,8%) guardando al presente dell'Italia. Ancora più preoccupante è il fatto che sono soprattutto i giovani tra i 25 e i 34 anni, ovvero le classi "biologicamente" più proiettate verso il futuro, a dichiararsi, in oltre il 75% dei casi, "spesso" o addirittura "sempre" sfiduciate, seguite dai 45-64enni (63,8%), dai 35-44enni (60,5%), dai 18-24enni (58,9%) e infine da chi ha 65 anni o più (56,6%).

L'allontanamento dalla politica
Quanti poi hanno dichiarato di non sentirsi rappresentati da alcuna area politica, nel 73,2% dei casi si sono anche definiti "spesso" o "sempre" sfiduciati, seguiti dal 68,1% di coloro che non hanno saputo indicare un'area politica di appartenenza. Nelle restanti situazioni, sono i potenziali elettori dei partiti più estremi, di sinistra (66,7%) e di destra (63,2%), ad esprimere con più frequenza questo sentimento. Chi invece si riconosce nelle forze schierate al centro appare coinvolto "a metà" nella sensazione di sfiducia: il 52,6% dei potenziali elettori di centro-sinistra, il 50,6% di quelli di centro-destra e il 49,4% di quelli di centro si è infatti dichiarato sfiduciato. Così come il sentimento di sfiducia, anche quello di impotenza coglie "spesso" (33,9%) o addirittura "sempre" (26,8%) soprattutto i giovani tra 18 e 24 anni (60,7%).

Più ottimismo al Sud
Nel Sud e nelle isole gli intervistati si dimostrano ben più inclini all'ottimismo rispetto alle regioni del Nord e soprattutto del Centro. Nelle isole, in particolare, c'è la percentuale minore di quanti dicono di non sentirsi mai ottimisti. E nel Sud c'è una decisa prevalenza di persone disposte a definirsi "spesso" o "sempre" ottimiste.

Un anno da dimenticare
In generale, il 2011 per gli Italiani è stato un anno da dimenticare. La condizione economica del Paese viene considerata dagli italiani una premessa logica della salute o della poca salute delle proprie finanze. I tre quarti del campione (74,8%) hanno infatti testimoniato un peggioramento della propria situazione economica durante gli ultimi dodici mesi, in un'equa ripartizione tra "forte" e "lieve" peggioramento. Rispetto alle classi d'età sono i più anziani a indicare un deterioramento della propria condizione economica oltre la media, nel corso dell'ultimo anno: 81,5% rispetto al 74,8%.

Oltre un quarto del campione (26,2%) ha chiesto negli ultimi tre anni un prestito bancario per soddisfare esigenze di base: ai primi posti si collocano il mutuo per l'acquisto della casa (41,9%) e il pagamento di debiti accumulati (33,1%). Quest'ultima indicazione, unita alla quella relativa del debito contratto per saldare prestiti con altre banche o finanziarie (20,9%), testimonia il rischio della moltiplicazione del debito familiare secondo modalità usurarie: si apre un mutuo per pagare un debito pregresso, entrando in un circolo potenzialmente letale. Inoltre, nel 13,6% dei casi il prestito è stato chiesto per sostenere i costi di matrimoni, cresime o battesimi, mentre nell'9,8% Š servito a coprire le spese mediche e solo nel 2,8% è stato utilizzato per poter andare in vacanza.

Difficile arrivare a fine mese
Quasi la metà delle famiglie italiane (48,5%) è costretta a usare i risparmi per arrivare a fine mese, e comunque incontra qualche difficoltà a superare la fatidica "quarta settimana" (45,7%), mentre il 27,3% dichiara di non arrivare a fine mese. Oltre il 70% degli intervistati riferisce di non riuscire a risparmiare, contro il 15,7% di quanti riescono a mettere da parte del denaro; un quarto (24,9%), inoltre, dichiara di avere difficoltà a pagare la rata del mutuo e quasi un quinto (18,6%) ha lo stesso problema con il canone di affitto. Oltre i tre quarti degli italiani (73,6%) hanno avvertito ("molto", 28%, e "abbastanza", 45,6%) una perdita del proprio potere di acquisto.

I giovani pronti alla fuga
Preoccupante, secondo il rapporto Eurispes, il dato che rileva come quasi il 60% dei giovani tra 18 e 24 anni, seguiti a poca distanza dai 25-34enni, si dice disposta a intraprendere un progetto di vita all'estero. Più precisamente, il 59,8% dei giovani (18-34 anni) si dichiara disponibile a lasciare il Paese, cos pure 57,1% tra i 25-34enni. Il dato scende al di sotto del 50% tra i 35-44enni (45,2%) per poi calare in maniera più decisa tra i 45-64enni (35%) e ancor tra gli over65 (20,5%). Sulle motivazioni alla base di un ipotetico trasferimento all'estero, non ci sono dubbi: a prevalere nettamente sono le maggiori opportunità lavorative (22,9%), seguite a molta distanza dalle opportunità più genericamente intese (14,1%) e dal minore costo della vita (11,8%).

Quanto invece a spendersi in prima persona per le sorti collettive, gli italiani, dal sondaggio, non sembrano molto propensi a farlo: la maggioranza del campione (59,6%) si è infatti detto "poco" (42,9%) o "per niente" (16,7%) stimolata ad impegnarsi per la ripresa del Paese; a fronte di un 38,3% che si è invece definito "abbastanza" (30%) o "molto" (8,3%) spronato in tal senso.

Sacrifici utili
Il quadro cambia, almeno parzialmente, quando si chiede se valga la pena fare sacrifici per superare l'attuale momento di difficoltà dell'Italia: oltre la metà (53,1%) si esprime in questo caso in senso positivo, giudicando "abbastanza" (41,3%) o "molto" (11,8%) utili i sacrifici richiesti per far fronte allo scenario di crisi attraversato dal Paese. L'Eurispes comunque segnala che gli scettici arrivano a circa il 45% (il 32% è poco d'accordo con l'idea che sia utile fare sacrifici e il 13,1% non lo è per niente). I più convinti dell'utilità dei sacrifici richiesti risultano gli elettori di centro-sinistra; i meno convinti si dimostrano, rispettivamente, coloro che non hanno saputo indicare un'area politica di appartenenza (45%) e infine gli elettori di destra, che comunque si sono detti abbastanza o molto convinti dell'utilità dei sacrifici nel 44,9% dei casi.