I figli della scimmia

Cinema, Fausto Russo Alesi: "Che gioia il premio a Venezia per questo film così sincero"

Abbiamo parlato con l'attore del primo lungometraggio di fiction diretto da Tommaso Landucci, che dopo aver conquistato Venezia si prepara ad approdare nelle sale il 17 settembre

di Manuel Santangelo
17 Set 2026 - 07:30
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 © Ufficio stampa

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Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo. L'incipit di Anna Karenina è uno dei più famosi della letteratura, copiato, incollato e smembrato a piacimento negli anni anche da chi confonde Tolstoj con Toy Story. Eppure l'assioma per quanto abusato resta valido, come si può capire anche guardando I figli della scimmia, il folgorante esordio nel lungometraggio di finzione di Tommaso Landucci. Un film che non racconta forse in fondo nemmeno una famiglia infelice quanto più un nucleo in cui permangono da sempre sacche di incomunicabilità. Ma se in un altro grande esordio di fine anni Sessanta come I Pugni in tasca di Marco Bellocchio quel non capirsi e il non saper assorbire le fragilità interne esplodeva in una soluzione finale rabbiosa, in questa opera prima tutto viene attutito e smembrato in tanti frammenti di non detto, in affetti presenti ma difficili da esplicitare. Ne abbiamo parlato con Fausto Russo Alesi, attore "bellocchiano" se ce n’è uno, che nella pellicola presentata con successo nella sezione Orizzonti dell'ultimo Festival di Venezia interpreta Roberto, un uomo che assiste quasi impotente al rapporto sempre più simbiotico tra suo figlio e suo fratello (Riccardo Scamarcio), due persone che ama ma che forse non riesce a capire davvero.

Mi ha colpito l'atteggiamento con cui si approccia all'esistenza il personaggio che interpreti. Nemmeno l'essere stato in qualche modo "defraudato di una parte della paternità" sembra smuovere Roberto, che resta bloccato nel suo non essere in grado di decidere mai nulla, nel suo fermarsi sempre nel mezzo. La vedeiallo stesso modo? Com’è stato interpretare un personaggio del genere che sembra subire la vita più che aggredirla?

No, io non credo che lui sia uno che si limiti a "subire" la vita. Penso piuttosto che Roberto sia un uomo che "vive di proiezioni" e cova al suo interno un conflitto straziante proprio per questo. Si trova in un momento molto particolare, quello in cui deve affrontare l'adolescenza del figlio. In questo senso il mio personaggio è in qualche modo speculare a quello interpretato da Riccardo (Scamarcio): quest'ultimo si trova infatti a relazionarsi con suo figlio con la stessa difficoltà con cui io, nei panni di Roberto, mi trovo a interfacciarmi con questa fase particolare della vita di un figlio che è l'adolescenza. In più sicuramente il mio personaggio è un padre che vive di proiezioni, come detto. Nel senso che. insieme alla moglie, investe tutto sul domani, puntando interamente sul futuro di questo figlio. A quante persone capita questo? Direi la maggior parte. Si investe tutto sui propri eredi. A volte però le proprie ossessioni impediscono di guardare veramente chi abbiamo davanti, ci impediscono di accettare veramente il figlio che stiamo crescendo.

Roberto non è immobile, pur avendo sicuramente anche lui ancora qualcosa da risolvere. C'è nel film un racconto stratificato dei rapporti familiari, di questi rapporti maschili complessi tra padri e figli. Di certo ci sono delle antiche questioni con il padre, interpretato dal fantastico Luigi Diberti,  che di conseguenza si riverberano poi pure nel rapporto tra questi due fratelli. È come se avessero qualcosa di antico da risolvere loro due, ma si vogliono bene. C'è amore! Infatti si appoggiano poi alla fine l'uno all'altro. A ogni modo come detto non trovo che si stia parlando di un personaggio inerte, assolutamente. Tutto il contrario, lui sa quello che vuole: non a caso è quello che si occupa in maniera molto forte della gestione dell'azienda di famiglia. È quello che non si tira mai indietro rispetto alle proprie responsabilità.

Però nonostante tutto, e in questo forse sono d'accordo con quello che dicevi prima, sicuramente è una persona un po' bloccata nelle sue rigidità, nella sua ricerca della perfezione e del controllo. Ecco, è una persona che vuole controllare. E questo voler controllare tutto sicuramente rappresenta un limite. Lo è perché lo porta a non prevedere intromissioni, lo porta a non ipotizzare mai che le cose possano andare diversamente da come le ha pensate. Roberto non prevede per sua forma mentis gli imprevisti e, quando questi ultimi fatalmente si palesano (perché la vita te li pone davanti prima o poi) va in difficoltà. Soprattutto quando davanti si trova altre persone che gli dicono chiaramente chi sono, cosa vogliono diventare, cosa vogliono essere, eccetera, eccetera, facendo deragliare il suo piano. È lì che deve cambiare, arrivando al confronto. È lì, in quel momento, che si percepisce un'apertura necessaria nella sua corazza. Alla fine sarà un padre che, come vedremo, si dimostrerà tuttavia in grado di capire e confrontarsi senza paura. Ma questo accadrà solo dopo che la vita lo avrà messo alla prova. Questo figlio lo mette d'altronde continuamente alla prova. Anche tutto ciò che accade col fratello, questa sua invasione nello spazio di suo figlio, lo porta a mettere sul piatto ulteriori questioni da considerare. Questioni che nascono probabilmente da due modi differenti di vivere la vita tra i due fratelli e che fatalmente li portano a scontrarsi, anche nel modo in cui considerano giusto rapportarsi con la prole.

Hai portato a teatro Padri e figli di Turgenev, in un periodo storico anche particolare. Cosa ti porta a provare tanto interesse verso queste storie famigliari, in cui ci sono spesso personaggi di generazioni diverse che fanno fatica anche solo a comunicare?

Sicuramente la difficoltà di comunicazione, l'incomunicabilità, è qualcosa che mi interessa molto. Un tema che ho iniziato ad affrontare in maniera molto forte già con la mia versione di Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo. Anche lì infatti raccontavo la famiglia e l'incapacità della stessa di dialogare in una maniera particolare, soprattutto se pensi al fatto che ho portato l'intera commedia in scena da solo. Una scelta compiuta proprio per enfatizzare le solitudini che possono amplificarsi all'interno di una famiglia.

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In fondo anche in questa bellissima famiglia raccontata ne I figli della scimmia si assiste allo spettacolo di più persone unite da un legame di sangue che piano piano si uniscono, fino a ritrovarsi e sostenersi. Eppure, persino in questo quadro positivo, è come se a volte improvvisamente ogni personaggio si sentisse quasi un'anima solitaria, un escluso in qualche modo.

Padri e Figli nello specifico poi è un capolavoro, come lo era d'altra parte anche Natale in casa Cupiello. Un capolavoro che ci racconta l'eterno scontro tra generazioni. Si tratta di un aspetto che mi ha affascinato moltissimo e che veniva valorizzato da un tipo di scrittura lieve ma al contempo capace di toccare temi così universali. Partendo dal confronto generazionale si arrivava infatti a ragionare sul fatto che non puoi pensare di creare qualcosa di nuovo facendo completamente tabula rasa, distruggendo tutto quello che è arrivato prima. Non puoi perché non puoi cancellare la tua formazione, è lì che affondano le tue radici. Devi partire per forza da lì per costruire, per attuare un cambiamento che ti sia affine, che sia affine alla società che cambia e ai bisogni concreti dell'uomo e dell'essere umano oggi. In sostanza quindi potremmo dire che parlo spesso di famiglia perché in realtà mi interessa raccontare qualcosa di molto universale, molto profondo all'interno delle relazioni. Qualcosa che vada a tradursi veramente nel rispetto e nella comprensione reciproca.

Sei un interprete "bellocchiano" ormai. Dalla famiglia de I pugni in tasca a quella de I figli della scimmia il modo con cui si raccontano anche i membri più fragili é radicalmente diverso. Siamo diventati in qualche modo una società migliore o semplicemente l’esordio di Bellocchio aveva dentro una rabbia che oggi non può appartenere più a un regista alla sua opera prima?

Innanzitutto io penso che nei film, a maggior ragione nei film d'autore, si cerchi di mettere il più possibile della propria esperienza, del proprio vissuto. E oggi viviamo in un periodo storico in cui credo che di motivi per urlare come a fine anni Sessanta non ce ne siano poi più moltissimi. Forse il vero pericolo dei nostri giorni è piuttosto quello di incorrere in una assuefazione totale, essendo bombardati continuamente dai mali del nostro quotidiano.

In un contesto simile il nostro compito è quello di non sederci. In fondo credo che quando siamo profondamente sollecitati da qualcosa che ci riguarda, la famiglia finisca per diventare inevitabilmente il primo luogo in cui ribellarsi, in cui contestare. Da lì possiamo appunto partire per poi riuscire a farlo più in grande. È proprio da quel luogo piccolo e accogliente che si può partire per incominciare a capire chi siamo, cosa vogliamo, da cosa ci dobbiamo emancipare, qual è la nostra identità e se quest'ultima è stata soffocata già sul nascere, fin dall'inizio, in quel luogo che ci dovrebbe proteggere e tutelare. Un posto sicuro che a volte può diventare una gabbia fatta di molti limiti e di altrettante convenzioni. In generale credo che finché un film, un'opera, ha al suo interno una sua autenticità connessa a un'implicazione reale essa è interessante. Poi quella stessa forza espressiva si può magari esprimere in maniera diversa, come accade nei due film menzionati, ma se c'è - alla fine - riuscirà sempre ad arrivare al pubblico.

Ronconi con cui tu hai lavorato a lungo rifiutava le "secrezioni dei sentimenti" tipici dell’attore, scongiurando l'immedesimazione emotiva. Quanto ti è stato utile sviluppare questo registro recitativo per portare in scena un uomo che si tiene tanto tutto dentro come Roberto?

Tanto per cominciare ti dico una cosa perché ci tengo: io ho avuto la fortuna, l'enorme fortuna, di lavorare con Ronconi per dieci anni. Ma non mi sono formato con lui. Ho certamente imparato in tutti gli spettacoli che ho fatto per un decennio con lui (perché ogni momento era un insegnamento per me) ma non sono stato un allievo che si è formato con lui. Questo mi ha consentito di poter dialogare con lui in maniera differente e poter comprendere alcuni aspetti in modo diverso. Una delle cose importanti che ho imparato con Ronconi è per esempio che bisogna provare a leggere oltre la superficie, oltre l'apparenza, oltre il primo livello di scrittura per cercare di capire davvero cosa c'è dietro e da cosa sono generate le cose. Io ho iniziato a farlo moltissimo, proprio assieme lui. È un insegnamento che mi porto dentro ancora oggi.

Posso dire di aver avuto almeno due grandi maestri: lui a teatro e Marco Bellocchio al cinema. Quest'ultimo mi ha insegnato a rifuggire sempre la retorica, a evitare di esprimere sempre la prima cosa che mi viene da dire. Poi l'istinto deve esserci ma dev'essere sempre guidato anche da una costruzione sana del pensiero. L'obiettivo finale deve essere quello di riuscire a scardinare qualsiasi possibile retorica, per provare a cercare veramente una concretezza e un'autenticità che spesso è insita nelle piccole cose più nascoste, quelle meno eclatanti.

Hai avuto anche tu uno zio o comunque un parente che ti facesse da mentore?

Sicuramente anche io ho avuto delle guide in famiglia, per quanto si sia trattato di mentori per così dire inconsapevoli. Voglio dire che loro stessi molto spesso non sanno probabilmente di essere stati in qualche modo oggetto di osservazione da parte mia, ecco. In generale credo di poter essere grato a diverse persone, molte delle quali non hanno a che fare direttamente con quello che faccio. Ma sono state persone attraverso cui ho compreso qualcosa di importante per me, qualcosa che si è rivelato importante per aiutarmi a comprendere chi ero e cosa volevo fare.

Come avrai capito credo che le relazioni profonde e durature siano fondamentali e che l'approfondimento  che da esse scaturisce sia altrettanto importante. A volte qualcuno ti può lasciare qualcosa di molto spiazzante e forte nell'estemporaneità, nell'occasionalità dell'incontro. Ma ciò in cui credo profondamente io resta comunque connesso alla durata, all'approfondimento che ti porta a comprendere sempre di più attraverso uno scavo nel profondo. 

Che figlio sei stato e che padre sei?

Certamente è un film che mi ha molto fatto lavorare sull'esperienza personale, sia di padre che di figlio. Le tematiche di cui si parla ne I figli della scimmia mi sono molto vicine, sono argomenti che mi emozionano e a cui tengo. Di sicuro quello che mi ha interessa maggiormente è la possibilità di raccontare queste due prospettive (quella dell'essere padre e dell'essere figlio), di restituirle cercando il più possibile di trovare un punto di contatto tra le due cose. Credo che un genitore possa veramente essere un riferimento, però dall'altro lato penso anche che lo stesso debba lasciarsi pure cambiare in qualche modo dal proprio figlio. Lasciarsi scoprire dal proprio erede può portare anche a sentirsi risolto.

È veramente una grandissima occasione quella di poter fare i conti con l'essere padre dopo essere stato figlio. Hai l'opportunità di provare a non ripercorrere gli stessi eventuali errori di chi ti ha cresciuto, per quanto a volte succeda che questi ultimi effettivamente si ripetano. Bisogna invece provare a fare dei salti evolutivi per provare a migliorarsi. Al contempo credo tuttavia anche che non ci siano regole già stabilite. Nel mio caso sto ancora giocando la partita della paternità, per così dire, e pertanto non posso fare ancora bilanci. È troppo presto.

In una recente intervista un tuo grande collega con cui hai anche lavorato, Toni Servillo, ha detto di essere "restio" a dire cosa pensa mentre si approccia a un ruolo. A suo dire l'attore mette sempre qualcosa di sé ma poi deve sempre in qualche modo nasconderlo. Tu puoi dirmi quanto hai messo di te in questo ruolo o ti va che resti un segreto professionale?

Io personalmente non potrei mai fare a meno di mettere qualche cosa di me nelle interpretazioni che faccio. Credo profondamente che ogni ruolo vada interpretato, devi dare la tua visione del personaggio. Se sei un uomo di questo tempo non puoi fare a meno di raccontare quello che hai visto, quello che senti, quello che hai vissuto, mettendo alla fine questa esperienza al servizio del personaggio. Poi non ha assolutamente alcuna importanza che il pubblico faccia due più due e riconosca ciò che di tuo hai messo, eh. Ma è necessario riuscire a restituire un ritratto che sia vero e vivo, di un personaggio che abbia degli obiettivi realistici  e riconoscibili per il pubblico. Deve essere una figura con cui lo spettatore possa confrontarsi, nel bene e nel male, anche demolendola se necessario.

Questa risposta mi ha fatto venire in mente quanto in questo film i personaggi riescano a risultare effettivamente realistici e caratterizzati, anche e soprattutto attraverso piccoli dettagli. Mi viene in mente la passione per i Radiohead del personaggio di Scamarcio, evocata da un poster. È come se queste piccole pennellate aiutassero a creare anche un background dei protagonisti, a non renderli solo delle "funzioni". Poter attingere a un simile retroterra, in qualche modo suggerito, ti ha aiutato nel costruire il tuo personaggio?

Di sicuro quando ti approcci a un film devi entrare ogni volta dentro un contesto preciso e a suo modo unico, che è in primis quello suggerito della sceneggiatura. Si tratta di fatto di un perimetro molto definito già in quella fase. Da attore ti trovi a dover entrare dentro il linguaggio, gli obiettivi e l'immaginario del regista. Devi capire il carattere della pellicola, la sua identità.

Come dicevi prima, c'è una verità che si respira tra le pieghe di questo film. Una sincerità che tutti noi sul set abbiamo percepito molto come gruppo di lavoro... tantissimo, tantissimo. In scena ciò che io e Riccardo ci diciamo non ce lo comunichiamo solo verbalmente ma anche e soprattutto attraverso lo sguardo, attraverso il modo in cui abitiamo le scene. Credo che siamo stati tutti in qualche modo magnetizzati anche da questo ragazzo bravissimo e meraviglioso che è Andrea Aggio (il giovane atore tetraplegico che interpreta Enrico, il figlio di Dario/Scamarcio, ndr). È come se tutto si sia incastrato al meglio per essere davvero al servizio di questa sceneggiatura, di questo progetto che ha alla base dei sentimenti che credo che possano essere molto riconoscibili. Ognuno ci può leggere degli spezzoni della propria storia. Si tratta di relazioni che sono profondamente umane ed estremamente familiari alla maggior parte delle persone.

Hai usato un termine bellissimo che è "magnetizzato". Tu quanto tempo ci metti a smagnetizzarti da un personaggio? Posto che tu ci riesca e non finisca a portartelo poi per sempre con te. Nel caso specifico de I figli della scimmia, come è andata? Ti sei già scrollato di dosso Roberto oppure comunque lo porti ancora con te?

 Il film ha appena debuttato a Venezia e adesso deve uscire nelle sale, per cui non potrei mai staccarmi dal mio personaggio in questo momento. E non voglio nemmeno farlo, a maggior ragione dopo i riscontri bellissimi che questo lavoro ha avuto al Festival. Credo invece che sia necessario per così dire " abitare ancora un po' questo luogo" e provare  a farlo vivere anche al pubblico. Poi va detto che secondo me i personaggi in realtà non li lasci mai davvero, soprattutto quando li affronti veramente e hai la possibilità di fare un grande viaggio con loro. Restano con te. Magari si trasformano ma senza dubbio rimangono lì. E nel farlo ti danno la possibilità di comprendere qualcosa di nuovo su di te o sul mondo che ti circonda. In buona sostanza direi che di certo io non li mollo così facilmente. Certo poi quando passo ad altro finisce che cerchi di immergermi totalmente in un altro sguardo, in un altro punto di vista, in un'altra biografia. Ma mi piace comunque anche in quel momento provare a mantenere un sottile dialogo con i ruoli che ho interpretato prima. È bene conservare la possibilità di capire il personaggio successivo attraverso il ruolo precedente che hai interpretato.

Sembra che nel caso specifico de I figli della scimmia tu abbia quasi un legame di affetto concreto con questo film. Per restare in tema si ha quasi la sensazione che tu lo percepisca davvero come un tuo figlio...

Sicuramente. Io spero con tutto il cuore che il pubblico abbia voglia di trovare il tempo per vedere un'opera così delicata e che possa percepirne la profondità. E poi in generale sono felice che un'opera prima sia riuscita a raggiungere certi risultati, pensa anche a questo primo grande riconoscimento  al festival.Tommaso (Landucci, il regista, ndr) se lo merita enormemente, Riccardo poi ha fatto un'interpretazione meravigliosa! E in generale tutto il cast è veramente bello e in parte. Sono davvero contento e spero per il futuro che sempre più si possa dare spazio a opere come questa, che abbiano una loro autenticità e che non si preoccupino di rispondere necessariamente a quello che si pensa volere il pubblico. Abbiamo bisogno di questi lavori naturalmente partoriti e naturalmente consegnati al pubblico. Spero appunto che il cinema, che l'arte in generale, possa sempre rischiare ed essere libera di raccontare il nostro presente. Un presente che ha bisogno di essere raccontato perché  raccontarlo è in fondo un modo anche per cambiarlo.

Poi come hai detto anche tu c'è un bellissimo cast, peccato solo per quel Fausto Russo Alesi...

Eh vabbè, bisognerà farsene una ragione (ride).

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