Ufficio facce chiuso per ferie

Hollywood abbiamo un problema: una volta c’erano i ruoli, per gli attori. Adesso li fanno tutti Zendaya, Tom Holland e Robert Pattinson

Impossibile resistere alla tentazione di citare la storica battuta di Boris, in cui si scherzava sull'ubiquità nei film italiani di Pierfrancesco Favino. Anche Oltreoceano ormai sembrano avere un problema, con i casting visto che gira e rigira sullo schermo vediamo sempre le stesse facce

di Manuel Santangelo
12 Ago 2026 - 06:58
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"Una volta c’erano i ruoli, per gli attori. Adesso li fa tutti Favino", sospirava sconsolato il personaggio di Martellone nella serie nostrana Boris. Un capolavoro che ben racconta la nostra industria cinematografica e televisiva e che diede vita a un certo punto a un autentico tormentone nato da quella battuta. Lo stesso Martellone non a caso nella quarta stagione si trovava addirittura a tu per tu con un Francesco Gifuni che gli faceva l'agghiacciante rivelazione: "Non so’ Gifuni, so’ Favino. 15 ore de trucco". La gag sembrava rappresentare con ironia un problema che affligge ormai da qualche decennio il nostro cinema: con buona pace di Favino, che è così bravo da permettersi persino escursioni a Hollywood, da noi il ricambio attoriale non è mai stato proprio all'ordine del giorno. Ci sono piuttosto una decina di attori "impegnati", che vengono chiamati dalle produzioni per i cosiddetti lavori d'essai, e le facce da commedia, che faranno sempre e solo ridere, che gli piaccia oppure no. Una situazione che non solo impedisce a interpreti con le potenzialità per essere molto più versatili (si pensi a Christian De Sica, per dirne uno) di uscire dalla solita maschera, ma soprattutto taglia fuori tanti attori che non avranno mai una vera occasione. Per tanto tempo ci siamo raccontati che andare sull'usato sicuro fosse un vizio squisitamente di noi italiani, affascinati dalle luci di quella Hollywood dove non vigeva l'amichettismo ma il merito (almeno in teoria). Una teoria basata sulla nostra tendenza a essere sempre esterofili che oggi tuttavia si scontra contro una tragica realtà: anche Oltreoceano ormai sullo schermo si punta sempre e solo sui soliti divi.

Fate tutto voi

 Quali film sei andato a vedere? Quello con John Wayne e quello con Dustin Hoffman. Un tempo aveva senso replicare così. I grandi nomi erano tanti e lo spazio sembrava esserci per tutti. Ognuno aveva una faccia specifica e veniva scritturata e valorizzata in differenti ruoli. Oggi sarebbe un po' più complesso rispondere alla stessa domanda di cui sopra uscendosene con "sono andato a vedere il film con Robert Pattinson". L'interlocutore sarebbe infatti comunque ancora confuso dopo questa rivelazione, costretto a convivere con il dubbio amletico su quale delle tante pellicole con l'attore di Cosmopolis noi intendessimo. Ben inteso, non è colpa di Pattinson, che è uno degli interpreti che meglio è riuscito a crescere professionalmente, passando da idolo delle teenager nel tragico Twilight a risultare credibile in una trasposizione di Omero. La responsabilità è piuttosto dei casting director o meglio delle case di produzione da cui questi dipendono, che non possono più rischiare. Soprattutto quando il film in ballo è un blockbuster su cui sono stati investiti milioni su milioni anche in termini di marketing non si può cannare la scelta del protagonista. Non c'è modo di scommettere su una faccia nuova. E allora ecco comparire in testa alle classifiche degli incassi l'Odissea e Spider-Man: Brand New World, due successi annunciati in cui recitano Tom Holland, Zendaya e Jon Bernthal.

Sono come noi... noiosi

  Verrebbe quasi da assolvere le case di produzione di Hollywood, un luogo dove il cinema è da sempre prima dii tutto un modo per generare utili e solo poi una macchina per produrre arte. Ma, studi recenti, ci dicono che  il pubblico di oggi subisce meno di quello dei nostri genitori il fascino delle star. Forse queste ultime hanno fatto l'errore di avvicinarsi troppo a noi. In un mondo dominato dai social sappiamo per esempio criminalmente troppo sulla quotidianità della coppia formata da Zendaya e Tom Holland, che ci sembrano (e sono) molto più ordinari di Liz Taylor e Richard Burton. Prima il divo nasceva e moriva sullo schermo, il gossip sulla sua vita fuori poteva aumentare il mistero ma si trattava comunque di materiale rubato o costruito appositamente da chi era interessato a farlo percepire come un super essere umano irraggiungibile. Adesso che la comunicazione viene gestita direttamente dalla star o da social media da quest'ultima stipendiati questo è impossibile: ciò che resta è nella migliore delle ipotesi un racconto piatto e banale. L'attore che si lamenta nel traffico è umano, troppo umano. Immaginate se avessimo visto Robert De Niro alle prese con degli spaghetti scotti negli anni Settanta: sarebbe bastato quel breve momento per fargli perdere un poco della sua allure. Oggi se abbiamo voglia di vedere Emma Watson o Marion Cotillard facciamo prima a cercarle sui social che nelle pellicole in programmazione in sala. Abbiamo le star a portata di mano, non ci serve un film per sollazzarci ammirando la nostra cotta del momento. E questo porta a una svalutazione del potere al box office dei grandi nomi, con buona pace degli studios che continuano a puntare sempre sugli stessi cavalli.

Tom Holland, l'eterna sostituzione estiva

 Spesso chi prende le decisioni non comprende che a tirare oggi siano prima di tutto i brand. È possibile che anche se sotto la tuta di Spider-Man ci fosse chi vi scrive qualcuno lo andrebbe a vedere il film, soprassedendo persino sui barcollamenti del sottoscritto tra i grattacieli di New York. Ovviamente si tratta di una provocazione ma è innegabile che chi vede sullo schermo Robert Downey Jr. oggi pensa prima al personaggio di Iron Man e solo dopo al raffinato interprete visto in Charlot o Oppenheimer, nonostante questi film fossero entrati a loro tempo nel frullatore degli Oscar. Prima si andava a vedere il film con Richard Gere, oggi si va a vedere l'ultima fatica del supereroe di turno. Una situazione che si fa ancora più problematica con i registi, con solo pochi nomi come Christopher Nolan o Tim Burton ancora in grado di richiamare pubblico a prescindere dal tipo di pellicola che proporranno. Viviamo in un sistema che danneggia in fondo pure gli stessi artisti che vengono scritturati a ripetizione, schiacciati da un mondo in cui è difficile per loro uscire dal ruolo di maggior successo. Tom Holland ha scollinato i trent'anni ma non riesce a scollarsi di dosso lo stereotipo del bravo ragazzo che deve ancora trovare la sua strada. Questa estate ha interpretato l'Uomo Ragno e Telemaco, due personaggi che rappresentano più o meno a grandi linee lo stesso topoi narrativo: il giovane eroe alla ricerca di se stesso.

Alla fine dei vent'anni Holland è un po' come noi, destinati a essere visti sempre come eterni enfant prodige e non certo solo per la persistente baby-face. Anche Tommy in fomdo pare condannato a saltare all'infinito da un posto di lavoro all'altro facendo sempre la stessa cosa. Anche se, quantomeno, i suoi contratti a tempo determinato appaiono più remunerativi dei nostri. Non che vada molto meglio al collega Jon Bernthal, che nei due blockbuster dell'estate in qualche modo pare sempre obbligato ad "aprire gli occhi" al nostro eroe, a prescindere che sia abbigliato come Menelao o come The Punisher.

A carnevale travestitevi da Chalamet

 Timothee Chalamet condivide più o meno lo stesso destino di Holland anche se, da attore di origini europee, ha anche un'ambizione tutta sua a cercare di fare arte col suo lavoro. Tale voglia, mischiata alla tipica grandeur statunitense che gli fa sognare apertamente di voler diventare "il più grande di tutti", lo fa passare da un ruolo all'altro senza soluzione di continuità. Da Dune a Marty Supreme, dal fantasy impegnato al film fatto apposta per fargli prendere un Oscar, Chalamet soffre di una pericolosa bulimia di ruoli. Prova a far tutto ma alla fine lo spettatore finisce per vedere sempre lui dietro la maschera, che si tratti del protagonista di Chiamami col tuo nome o di Willy Wonka. Alla fine il ruolo più convincente della sua carriera resta non a caso proprio quello del protagonista di Marty Supreme, un personaggio che per stessa ammissione del regista Barry Safdie è stato creato estremizzando il carattere della stella franco-americana. In un contesto del genere si ha nostalgia del coraggio della New Hollywood, in cui Dustin Hoffman poteva arrivare a nascondersi dietro gli abiti femminili di Tootsie pur di raccontare l'odissea di un attore che faticava a trovare ruoli. Oggi forse il personaggio di Hoffman non  si travestirebbe più da donna ma piuttosto, come i rapinatori di Point Break, metterebbe una maschera magari di Zendaya o di Pattinson. Quanto manca Fellini e il suo "ufficio facce", quella passione sincera che portava il regista a girare le città per trovare il volto perfetto anche solo per la più piccola comparsata. La figura del caratterista è morta, almeno fino a quando non troveranno un modo di clonare Timmy Chalamet. Nel frattempo in sala danno l'Odissea, Spider-Man - Brand New Day e ripropongono The Drama. Se non li avete visti sappiate che sono quei film in cui recitano Robert Pattinson, Jon Bernthal, Zendaya e Tom Holland. Nomi nuovi, freschi, che magari vi è già capitato di sentire qualche volta.

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