Chi è Satoshi Nakamoto? Il padre dei Bitcoin non ha ancora un volto (ma forse è giusto così)
Da oltre quindici anni il creatore di Bitcoin si nasconde dietro uno pseudonimo. Sono stati indicati centinaia di possibili Satoshi, dall'informatico Craig Wright allo sviluppatore Adam Back, ma nessuna pista ha prodotto una prova definitiva
di Manuel Santangelo© Istockphoto
Tutto è iniziato con un breve manifesto di nove pagine intitolato "Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System". Era l'ottobre del 2008 e quel documento aveva il sapore della rivoluzione: mentre il mondo soccombeva sotto il peso di una delle maggiori crisi economiche della storia qualcuno propagandava un modello diverso. Quel qualcuno si chiamava Satoshi Nakamoto e in quelle pagine metteva nero su bianco le basi di un sogno: quello di un sistema senza banche né intermediari con una valuta digitale decentralizzata destinata a fungere da centro di tutti gli scambi.
La moneta virtuale si sarebbe chiamata bitcoin e lo stesso Satoshi sarebbe stato il primo a coniarla appena qualche mese dopo, il 3 gennaio 2009. Da quel momento in poi la finanza non sarebbe stata più la stessa e Satoshi Nakamoto sarebbe diventato l'eroe di milioni di "crypto-boy" in tutto il mondo, accumulando nel frattempo un patrimonio stimato in decine di miliardi di dollari in bitcoin. A quel punto tutti però hanno cominciato a chiedersi fatalmente che faccia avesse questo rivoluzionario: Satoshi Nakamoto era quasi certamente un alias ma chi si nascondeva dietro questo nome? Un mistero che nell'estate 2026 non è stato ancora svelato, nonostante un po' chiunque si sia messo in questi anni sulle tracce dell'uomo senza volto.
L'uomo che ha unito i puntini
Molto prima dell'avvento del Bitcoin, ricercatori e attivisti si sono confrontati su come creare una "moneta digitale" che replicasse la scarsità fisica dell'oro. L'eCash di David Chaum, il b-money di Wei Dai e il Bit Gold di Nick Szabo hanno introdotto token crittografici, registri con timestamp e il concetto di denaro decentralizzato. Nessuno tuttavia era riuscito a mettere insieme tutto prima di Satoshi Nakamoto, che ha unito tutte le precedenti intuizioni nel sistema bitcoin, diventando incidentalmente anche molto ricco. Parte del fascino dietro la figura di Satoshi sta proprio forse in quel suo patrimonio sconfinato, incrementato a scapito del sistema.
Il senza volto più ricco del mondo
Chiunque si celi dietro questo nickname ha realizzato il sogno segreto di milioni di persone sulla Terra: riuscire a diventare uno degli uomini più ricchi del mondo senza far conoscere la sua identità. Un mezzo miracolo nell'era dei social, dove sembra quasi impossibile che qualcuno con un patrimonio stimato in oltre 80 miliardi di dollari, secondo le quotazioni del bitcoin, possa passare inosservato. Satoshi invece è riuscito a mantenere la sua privacy al punto che nessuno ne saprebbe riconoscere i connotati. Satoshi Nakamoto è l'uomo senza volto più ricco del Pianeta e, dopo il caso Banksy, la cui identità è stata attribuita da Reuters a Robin Gunningham, è rimasto probabilmente anche il più famoso.
Tanti Satoshi, nessun Satoshi
Non pensate tuttavia che qualcuno non ci abbia provato a scoprire chi si nascondesse dietro quel nome che sa così tanto di Giappone. Non solo smanettoni e youtuber. Anche i migliori giornalisti d'inchiesta del mondo hanno tentato di svelare il mistero ma senza fortuna. Nel 2026 un'inchiesta del "New York Times" ha messo a confronto gli scritti di Satoshi con quelli di 620 persone che frequentavano le comunità crittografiche dell'epoca.
Già nel 2011 il "New Yorker" aveva attenzionato due profili molto diversi: Michael Clear, uno studente di crittografia a Dublino, e Vili Lehdonvirta, un ricercatore finlandese ed ex programmatore di videogiochi. Entrambi tuttavia negarono prontamente di avere a che fare con Satoshi.
Tre anni dopo toccò quindi al "Newsweek" sganciare la bomba: dietro quella maschera si sarebbe nascosto un uomo di origini nippo-americane di nome Dorian Nakamoto, che all'anagrafe era registrato proprio come Satoshi Nakamoto. Anche in questo caso però non arrivarono conferme dal diretto interessato.
L'impostore
C'è stato poi anche chi non si è fatto problemi a spacciarsi per il misterioso padre dei bitcoin. È questo il caso di Craig Wright, uno scienziato informatico australiano che nel 2015 affermò pubblicamente di essere Nakamoto. Il suo profilo sembrava inizialmente compatibile: Wright aveva infatti lavorato in diverse aziende tecnologiche e aveva anche fondato una società il cui obiettivo era quello di lanciare la prima banca basata su bitcoin (un progetto che fallì presto). Ma col tempo il castello di carte finì per cadere e la sua rivendicazione venne definitivamente smentita in tribunale. Nel 2024 un giudice britannico stabilì definitivamente che Wright non era il creatore di Bitcoin e la caccia all'uomo senza volto ripartì.
La riapertura del dossier Satoshi
Due anni fa, la HBO ha pubblicato il documentario Money Electric: The Bitcoin Mystery, che arrivava alla conclusione che il misterioso Satoshi non fosse altro che l'alias scelto dallo sviluppatore di software canadese Peter Todd. Anche quest'ultimo, come ormai da prassi, ha smentito tuttavia la rivelazione con un post su X. Il documentario ha poi avuto il merito collaterale di aver convinto John Carreyrou del "New York Times" a riaprire il "dossier Satoshi", portando il giornalista a sostenere che l'uomo misterioso potrebbe essere Adam Back, già in passato indicato come possibile mister X della storia.
Perché potrebbe essere Back
Back appare anche in Money Electric e, come fa notare Carreyrou, si irrigidisce abbastanza quando sente il suo nome associato a quello di Satoshi Nakamoto. Secondo la ricostruzione di Carreyrou, la peculiare maniera di scrivere di Back e Nakamoto sarebbe uno degli indizi che avvalorerebbe maggiormente la sua pista: entrambi infatti sarebbero "patologicamente incapaci di usare correttamente i trattini. Li usano quando non sono necessari e non li usano quando la grammatica corretta lo richiederebbe".
Secondo la tesi del giornalista, un altro elemento importante sarebbe il passato dell'uomo, che già negli anni Novanta faceva parte di un gruppo di anarchici amanti della privacy che volevano sfuggire al controllo, alla sorveglianza e alla censura del governo. Un programma che aveva tra i suoi punti pure una valuta al di fuori del controllo governativo. Già in quel periodo Back era solito scrivere sotto falso nome per non destare sospetti nel governo. Un aspetto che, secondo l'inchiesta del "New York Times", sarebbe l'ennesimo tassello del puzzle: "Si tratta di una persona che stava pianificando tutto questo da molto tempo", afferma sicuro Carreyrou, che garantisce di essere certo "tra il 99,5% e il 100%" che l'uomo misterioso sia proprio lui. Back, tuttavia, nega di essere Satoshi Nakamoto e l'inchiesta non ha prodotto una prova definitiva della sua identità.
Le ragioni del mistero
Anche ammettendo che Nakamoto sia in realtà Adam Back, c'è comunque una domanda che rimane inevasa: perché mantenere l'anonimato, perché l'inventore dei bitcoin ha deciso di nascondere la sua reale identità? Anche in questo caso John Carreyrou ha una teoria interessante in merito: "Le valute sono controllate dai governi. Bitcoin non è sotto il controllo di nessuno. Quindi, una delle ragioni per cui Satoshi ha usato uno pseudonimo è probabilmente il timore di ritorsioni legali da parte degli Stati Uniti e di altri governi".
Nell'idea di Nakamoto bitcoin non doveva essere semplicemente un'altra azienda con un prodotto e un Ceo. L'uomo senza volto voleva che la sua intuizione venisse percepita come una scoperta, come oro digitale. Un punto di vista che ha spinto molti suoi fan a considerarlo un idolo, quasi una figura divina che è meglio resti senza un volto umano.
Satoshi Nakamoto come Omero?
All'interno della comunità crypto è prevalente la convinzione che in realtà bitcoin non sia opera di una singola persona, bensì di un collettivo che si è nascosto dietro il celebre alias. In un'intervista pubblicata da "El País", Javier Pastor, responsabile della formazione presso Bit2Me, sintetizza questa idea sostenendo che "è un puzzle con molti contributori". Per Pastor, un convinto sostenitore di Bitcoin, l'assenza di un'autorità centrale è proprio ciò che protegge l'ecosistema. Sempre secondo Pastor, "se il creatore fosse noto, potrebbe diventare un bersaglio per governi o aziende. I cyberpunk hanno costruito uno strato protettivo attorno all'idea di decentralizzazione e la comunità difenderà questa narrativa", spiega. "Per chi, come noi, crede in Bitcoin, il risultato migliore è che nessuno lo scopra mai".
Siamo tutti Satoshi Nakamoto?
Come si sarà capito la comunità creata attorno all'invenzione di Satoshi Nakamoto vuole continuare a considerare Bitcoin un progetto collettivo e non gerarchico, una valuta elettronica decentralizzata in cui nessuno è al comando. Uno dei loro slogan preferiti è "Siamo tutti Satoshi", anche se questo proclama si è nel tempo un po' svuotato di significato. Anche senza un'autorità centrale che lo controlli o lo emetta, il bitcoin si è infatti sempre più legato alla finanza tradizionale, spesso rispondendo alla stessa logica di mercato, al punto che le sue transazioni avvengono in gran parte tramite piattaforme centralizzate e quotate in Borsa.
Come osserva Román González, specialista di prodotto presso A&G, intervistato da "El País", "tendiamo a desiderare un volto, una biografia, una narrazione umana a cui aggrapparci, anche quando abbiamo a che fare con un sistema progettato proprio per non dipendere da nulla di tutto ciò". E forse ha ragione. Non possiamo escludere che Satoshi Nakamoto sia in realtà pirandellianamente uno, nessuno e centomila e sarà con tutta probabilità sempre così. Togliere la maschera al Re Mida del mondo crypto d'altra parte non conviene forse davvero a nessuno.
