Rifugi climatici, l'arma (ancora spuntata) dell'Italia contro il caldo estremo
L'ingegnera ambientale Elena Stoppioni spiega perché il caldo estremo non è più solo un'emergenza sanitaria, ma un problema di progetto urbano, di coordinamento nazionale e di giustizia sociale
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Con le temperature di nuovo sopra le soglie di allerta, il tema dell'adattamento climatico smette di essere un argomento da convegno e invade a gamba tesa le cronache quotidiane. Da un lato i Comuni pubblicano le mappe dei luoghi in cui ripararsi dal caldo; dall'altro, a Milano, i rider sono scesi in piazza perché la sospensione delle consegne nelle ore più calde, senza una copertura del salario, rischia di trasformare una misura di tutela in un problema economico per chi lavora in strada. È attorno a questi due episodi che Elena Stoppioni, Director ESG Strategy & Impact di Lombardini22 e Presidente di Save the Planet Onlus, costruisce un'analisi che tiene insieme dati, urbanistica e giustizia sociale.
Dietro le mappe dei rifugi e le proteste dei rider c'è un dato che rende il tema ancora più urgente: il caldo estremo non è più solo un'emergenza sanitaria, ma anche un'emergenza economica e un moltiplicatore di costi. Secondo Allianz Trade, l'ondata di calore del 2025 sarebbe costata all'Italia circa l'1,2% del Pil, il doppio rispetto alla Francia (0,3%) e ben oltre la Germania (0,1%). La stessa società assicurativa stima che, senza interventi di adattamento, il conto complessivo degli eventi estremi legati al caldo potrebbe arrivare a 147 miliardi di dollari entro il 2030 per la sola Italia.
Sul fronte più strutturale, uno studio del CMCC realizzato con Deloitte calcola che il riscaldamento globale potrebbe erodere tra l'1,6% e il 6% del Pil italiano entro il 2050, fino al 15% della crescita potenziale che il Paese avrebbe potuto registrare tra il 2025 e il 2050. A livello europeo, un'analisi congiunta della Banca centrale europea e dell'Università di Mannheim stima che l'estate 2025 abbia già bruciato circa lo 0,3% della produzione economica del continente, con una perdita che potrebbe salire fino allo 0,8% entro il 2029. E sul piano del lavoro, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro calcola una perdita globale del -2,2% delle ore lavorative potenziali per stress da calore, pari a circa 80 milioni di posti a tempo pieno.
Cosa sono, quanto valgono e dove esistono già
Prima di entrare nei dati italiani, vale la pena chiarire di cosa si parla: un rifugio climatico è un luogo pubblico già esistente come una biblioteca, un parco, un museo, un centro civico, individuato, mappato e reso riconoscibile come punto in cui trovare sollievo dal caldo, senza perdere la sua funzione originaria. Non offre assistenza medica ma spesso combina ombra, acqua potabile gratuita, ventilazione o climatizzazione e, idealmente, una distanza raggiungibile a piedi in pochi minuti dalle abitazioni.
Sul piano dell'efficacia, gli studi disponibili parlano soprattutto di vite salvate più che di un ritorno economico misurabile: una ricerca coordinata dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine ha stimato che i piani di prevenzione delle ondate di calore di cui i rifugi climatici sono un tassello, possono ridurre in media del 25% la mortalità associata alle temperature estreme. Un beneficio, questo, che va letto insieme ai costi macroeconomici del caldo illustrati sopra: ogni euro investito in prevenzione riduce potenzialmente la pressione su sanità, produttività e finanza pubblica, anche se manca ancora, in Italia, una stima ufficiale del costo di realizzazione e gestione di una rete nazionale di rifugi.
All'estero il modello è più maturo. Barcellona è stata la prima grande città europea a strutturarlo: la rete dei "refugis climàtics" è nata nel 2019-2020, dopo la dichiarazione formale di emergenza climatica, ed è oggi composta da quasi 400 spazi tra biblioteche, scuole, centri civici, piscine, musei, pensati in modo che il 98% dei residenti ne raggiunga uno in meno di dieci minuti a piedi. Nel dicembre 2025 il governo spagnolo ha fatto un passo ulteriore, trasformando le reti locali in una rete nazionale coordinata, con fondi per i rifugi nei quartieri più vulnerabili all'interno di un pacchetto di 80 misure di adattamento climatico. Parigi ha seguito un percorso simile in vista delle Olimpiadi 2024, con oltre 1.300 "îlots de fraîcheur", punti tra parchi, piscine pubbliche e strutture ombreggianti mobili, puntando parallelamente sulla forestazione urbana.
Negli Stati Uniti i "cooling centers" sono ormai prassi diffusa da anni in molte città, soprattutto in quelle più esposte al caldo estremo. In Europa, oltre a Barcellona e Parigi, Londra ha attivato il programma "Cool Spaces", mentre Amsterdam ha scelto un approccio più tecnologico, integrando dati climatici e sanitari per individuare in tempo reale le zone più vulnerabili e indirizzare lì le risorse. In Italia, invece, le prime reti ufficiali sono nate solo nell'estate 2025, con Bologna e Firenze capofila, seguite da Milano, Roma, Torino e da iniziative dal basso a Napoli; un ritardo di diversi anni rispetto ai modelli spagnolo e francese, aggravato dall'assenza di una legge quadro nazionale.
Un'emergenza che si misura in vite umane
"Partiamo dai numeri, perché è lì che il tema smette di essere percezione", scrive Stoppioni. E i numeri sono pesanti: l'estate 2025 ha causato in Europa circa 24.400 morti legate al caldo, di cui circa due terzi attribuibili al cambiamento climatico. Il quadro pluriennale conferma la gravità del fenomeno: secondo l'Oms Europa, negli ultimi anni oltre 200mila persone hanno perso la vita nel continente a causa delle alte temperature, con una parte significativa di questi decessi che sarebbe stata evitabile attraverso politiche di prevenzione e adattamento. Gli studi pubblicati su "Nature Medicine" restituiscono la stessa fotografia anno per anno: oltre 61mila morti nell'estate 2022 e quasi 48mila nel 2023 in Europa.
Davanti a tali dati Milano qualcosa ha fatto: nell'ondata di calore dell'inizio estate 2025 la città è risultata quella con più decessi attribuibili al clima: 317, un numero superiore a Barcellona, Parigi e Londra. Incrociando le analisi pubblicate da riviste come "Lancet" e "Nature", Milano si posiziona come la seconda città europea su 854 analizzate per rischio di mortalità da caldo, seconda solo a Bologna. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto gli anziani: le persone dai 65 anni in su rappresentano l'88% delle vittime.
Un problema di progetto, non solo di meteo
Per Stoppioni, da ingegnera ambientale, la chiave di lettura non è meteorologica ma urbanistica: "Leggo questi dati come un problema di progetto e di governo del territorio, non solo di meteo. Le città sono più calde delle campagne per come sono costruite: cemento, asfalto, poca vegetazione, superfici che accumulano calore di giorno e lo restituiscono di notte". In questo contesto, spiega, "i rifugi climatici come biblioteche, musei, parchi ombreggiati, spazi pubblici climatizzati e gratuiti, sono uno degli strumenti più concreti che abbiamo, perché valorizzano luoghi che già esistono".
L'Italia a macchia di leopardo
Il quadro italiano, però, resta frammentato. Bologna è stata la prima città a strutturare una rete ufficiale di rifugi climatici. Milano conta oggi 116 "Spazi Freschi". Roma ne ha mappati oltre 600 all'interno del Piano Caldo 2026. A Napoli, invece, la prima mappatura è nata dal basso, grazie a un'associazione, solo in seguito adottata dal Comune.
"Ogni città procede da sola, con criteri diversi e senza una segnaletica riconoscibile", osserva Stoppioni, che indica in Barcellona il termine di paragone più scomodo: "Il confronto con Barcellona è impietoso: lì la rete è partita nel 2020, conta quasi 400 spazi e garantisce che il 98% dei residenti ne raggiunga uno in meno di dieci minuti a piedi; a dicembre 2025 la Spagna ne ha fatto una rete nazionale". In Italia, ricorda l'esperta, "una proposta di legge quadro esiste dal 2024 ed è rimasta lettera morta". "Il problema, oggi, non è solo creare rifugi, conclude l'esperta, è trasformarli da luoghi che esistono a luoghi che le persone conoscono e sanno raggiungere".
Roma e Milano, due modelli a confronto
I casi di Roma e Milano aiutano a capire come, dietro numeri simili, si nascondano approcci diversi. A Roma il primo "Piano Caldo" della città è stato presentato insieme a una nuova Mappa dei rifugi climatici: spazi al chiuso o all'aperto, ad accesso pubblico e gratuito, dove trovare sollievo grazie a ombra, acqua potabile, ventilazione naturale o climatizzazione. La mappa è consultabile online sul geoportale del Comune e anche da smartphone, e permette di individuare il rifugio più vicino, quanto tempo serve per raggiungerlo a piedi, quale percorso seguire e quali servizi e orari sono disponibili. Il Piano Caldo 2026 affianca alla mappa una rete di numeri verdi dedicati, dagli screening sanitari gratuiti al numero nazionale del Ministero della Salute attivo da giugno a settembre.
A Milano la rete dei 116 "Spazi Freschi" diffusa nei nove Municipi, è nata dal lavoro congiunto di più assessorati, Ambiente, Welfare, Quartieri e Cultura, e si divide in due grandi categorie: oasi verdi all'aperto di oltre 5mila metri quadrati, con una copertura arborea che garantisce almeno il 50% di ombra, e spazi comunitari di prossimità con locali condizionati, come case di quartiere e biblioteche. Accanto a questi luoghi, la città può contare su oltre 50 case dell'acqua nei parchi e nei punti più frequentati e più di 580 "vedovelle" che distribuiscono acqua potabile in ogni angolo del tessuto urbano. La rete è pensata soprattutto per le fasce più vulnerabili (anziani, bambini, persone con patologie croniche o in condizioni di povertà energetica) ed è collegata al programma "Milano Aiuta Estate", attivo ogni anno da luglio con il numero dedicato 020202.
Tre priorità e un cantiere concreto a Bari
Per Stoppioni servono "tre cose insieme, e in fretta: mappare in modo omogeneo e con segnaletica chiara; coordinare, con un quadro nazionale che oggi manca; e intervenire sullo spazio fisico". E su quest'ultimo punto porta un esempio diretto, realizzato con Save the Planet a Bari, in Largo Sorrentino: "Con Save the Planet abbiamo portato City Tree: un'installazione urbana, cioè una panchina con muschi naturali e tecnologia integrata, pensata per catturare gli inquinanti, purificare l'aria per quasi 10mila persone ogni ora e raffreddare lo spazio circostante, riducendo l'isola di calore". Un progetto, sottolinea, che nasce da "un metodo data-driven che parte dall'analisi dei flussi pedonali e dalle neuroscienze applicate allo spazio: un dimostratore concreto di come ricerca, design e tecnologia possano agire sul microclima e, allo stesso tempo, rendere le persone consapevoli".
I rifugi climatici restano una risposta di emergenza, non la soluzione: "I rifugi climatici sono un pronto soccorso; interventi come questo sono un pezzo della cura. Ma la cura vera resta ridisegnare le città, più ombra, più acqua, più verde, meno superfici che accumulano calore, perché il caldo estremo, sempre più frequente, faccia meno danni". Un lavoro, conclude, che non può essere delegato a un solo attore: "È un lavoro da ingegneri, urbanisti, amministratori e imprese insieme, e riguarda la salute pubblica prima ancora che l'ambiente".
