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Dal primo blog ai 29 milioni di follower, fino al crollo per colpa di un pandoro: ecco come la ragazza di Cremona ha inventato l'influencer marketing italiano grazie a intuito, inglese fluente, il lusso raccontato come accessibile e un'immagine da modella
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Il tribunale di Milano ha emesso la sentenza di proscioglimento per il cosiddetto "Pandoro Gate". La Procura aveva chiesto per Chiara Ferragni una condanna a un anno e otto mesi di reclusione per truffa aggravata, chiudendo un capitolo che ha segnato non solo la biografia dell'influencer più famosa d'Italia, ma l'intero ecosistema digitale del Paese.
La storia inizia a Cremona, nel 1987. Chiara nasce in una famiglia della provincia italiana: il padre Marco dentista, la madre Marina Di Guardo casalinga che coltiva una passione per la moda tanto forte da diventare lei stessa blogger. È proprio da lei che Chiara eredita l'amore per gli abiti, le tendenze, lo stile. Cresciuta insieme alle sorelle Valentina e Francesca, frequenta il Liceo Classico della città, poi si trasferisce a Milano per iscriversi a Giurisprudenza alla prestigiosa università Bocconi.
È una studentessa come tante, la classica "ragazza della porta accanto". Studia, esce con gli amici, frequenta le lezioni. Ma quella passione per la moda non la abbandona mai. Nel 2008, ancora prima che qualcuno sapesse cosa fosse Instagram, inizia a fotografare i suoi look e pubblicarli su Flickr. Segue i fashion blogger internazionali, studia le loro strategie, le assorbe. Nell'ottobre 2009, a 22 anni, insieme al fidanzato Riccardo Pozzoli decide di fare il grande passo: nasce "The Blonde Salad".
Pozzoli diventa il suo primo manager, gestisce numeri e contratti mentre Chiara cura l'immagine. In meno di due anni, il blog arriva a ricevere 90mila visite al giorno, diventando uno dei più seguiti d'Italia. Gli esami alla Bocconi restano lì, incompiuti – gliene mancano ancora oggi pochi per laurearsi – ma che bisogno ha di un titolo quando si sta costruendo un impero?
Quando Instagram arriva, Ferragni è già pronta. A differenza di molti influencer italiani che resteranno confinati nel mercato nazionale, lei sceglie l'inglese come lingua principale. I suoi post raggiungono Los Angeles, Tokyo, Londra. Non è più solo la blogger italiana: è la prima vera fashion influencer globale del Paese.
Ma il vero segreto non è solo la lingua. È lei. L'altezza da modella (177 cm), il fisico perfetto per indossare l'alta moda, l'apparente naturalezza innata davanti all'obiettivo. Ferragni sa fare una cosa che pochi altri sanno fare: rendere il lusso accessibile, farlo entrare nella vita quotidiana senza che perda il suo fascino aspirazionale. Quando posta una foto con una borsa da migliaia di euro, non sembra un'aliena irraggiungibile. Sembra un'amica che ti dice: "Guarda che meraviglia, un giorno anche tu la porterai al braccio".
È questa capacità di essere contemporaneamente "una di noi" e un sogno a creare la magia. La studentessa di provincia che ce l'ha fatta, che ora siede in prima fila alle sfilate di Parigi, Milano, New York. Che viene invitata al Met Gala. Che viene studiata nelle università come caso emblematico di imprenditoria digitale.
Con 29 milioni di follower al suo apice, le ricerche dimostrano che un suo post poteva spostare le vendite di un prodotto in modo drastico. All'estero, la sua influenza supera quella di qualsiasi altra celebrità italiana del settore.
Nel 2013 arriva la prima grande mossa imprenditoriale: la linea di scarpe Chiara Ferragni Collection. Non più solo contenuti sponsorizzati, ma un prodotto suo. Boutique monomarca a Milano, Parigi, Shanghai. Oltre 300 punti vendita nel mondo in quel momento, compresi i monomarca nelle vie strategiche del lusso. Fatturati milionari. Quello che era nato come un esperimento nel settore calzaturiero — spaziando dalle iconiche sneakers alle décolleté, dai mocassini agli stivali — si trasforma rapidamente in un lifestyle brand totale.
Dal 2015 l'offerta si espande all'abbigliamento completo: piumini, denim, maglieria e beachwear, fino ad arrivare al total look con gli occhiali da sole e la linea borse nel 2018, dove spicca la celebre Eyelike. L'impero si completa con il comparto gioielli e accessori, consolidando un modello di business che parla a un pubblico giovane e trasversale, attratto da un design giocoso, colori pop e uno stile fresco che include anche una linea kids. Un successo alimentato anche da collaborazioni strategiche con giganti dello sportswear.
Al centro di questo universo si staglia il celebre logo dell'occhio ammiccante, il "Blinking Eye". Nato inizialmente come un vezzo grafico per le scarpe — spesso proposto in coppia tra occhio aperto e chiuso — è diventato in breve tempo il sigillo di un impero. Con le sue lunghe ciglia e l'estetica pop, l'occhio rappresenta perfettamente la filosofia della Ferragni: il concetto di "visione" e l'atto del guardare (e farsi guardare) tipico dell'era dei social.
I brand di lusso fanno a gara per averla. La lista è impressionante: Dior, Louis Vuitton, Gucci, Fendi, Prada, Versace, Moschino. Non sono semplici collaborazioni: sono partnership strategiche, campagne co-branded, progetti che consolidano il suo ruolo di ponte tra alta moda e consumo di massa. Diventa ambasciatrice Bulgari per i gioielli, entra nel consiglio di amministrazione di Tod's – un salto che la porta dalla comunicazione alla governance aziendale. Firma accordi pluriennali con Safilo per una linea di occhiali.
Poi ci sono i brand di bellezza e lifestyle: Lancôme, Pantene, Nespresso, GHD. E le collaborazioni più pop, quelle che fanno discutere e vendere: Evian, Ladurée, Oreo, persino Pigna per il materiale scolastico. Ogni partnership è studiata per toccare un segmento diverso di pubblico, mantenendo sempre quel mix tra aspirazione e accessibilità.
Nel 2023, al Festival di Sanremo, sfoggia abiti couture di Dior e Schiaparelli. Non è più l'influencer che viene invitata: è la celebrity che i brand corteggiano. Il cachet per un singolo post sponsorizzato oscilla tra 50mila e 70mila euro. Ma è il Media Impact Value (Miv) – che misura l'impatto mediatico complessivo – a rivelare il vero potere: nel 2022, un'analisi di WWD valuta il suo impatto per post in circa 1,5 milioni di dollari. È seconda solo a Kim Kardashian a livello internazionale.
Nel 2018 arriva il matrimonio con Fedez. La cerimonia a Noto, trasmessa in diretta sui social, è seguita da milioni di persone. Nasce il brand Ferragnez – non più solo lei, ma una coppia che detta tendenze, influenza consumi, scatena dibattiti. Con la nascita di Leone e poi di Vittoria, la narrazione familiare perfetta alimenta costantemente l'impero mediatico. Ogni momento è condiviso, ogni emozione monetizzata.
Nel 2019, il documentario "Chiara Ferragni - Unposted" viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Racconta "la vita fuori dai post", mostra fragilità e difficoltà. È il tentativo di mostrare l'autenticità dietro la perfezione patinata. Poi arriva il 2020, la pandemia. La raccolta fondi per l'ospedale San Raffaele frutta 4,5 milioni in poche ore. È l'apice: non più solo icona di stile, ma influencer con una coscienza sociale. Una che usa il suo potere per il bene.
Dicembre 2023. L'Autorità Garante della Concorrenza sanziona Ferragni e Balocco per 1,075 milioni di euro. Il "Pandoro Pink Christmas" 2022 prometteva che parte del ricavato sarebbe andato alla ricerca sull'osteosarcoma dell'Ospedale Regina Margherita di Torino. Il pandoro costava 9,37 euro contro i 3,68 di quello normale. Chi lo comprava pensava di fare beneficenza.
La realtà forse è diversa: i 50mila euro erano già stati donati da Balocco mesi prima della vendita. L'operazione frutta oltre 2,2 milioni di ricavi, di cui Ferragni incassa poco più di un milione. La vicenda finisce nelle aule giudiziarie fino al proscioglimento.
Ma il pubblico si sente tradito. Non è questione di trasparenza commerciale: è fiducia spazzata via in pochi giorni. La stessa donna che aveva mobilitato milioni per il San Raffaele ora viene accusata sui social. Quei brand che l'avevano scelta proprio per la sua credibilità ora devono fare i conti con un'ambasciatrice al centro di uno scandalo. L'autenticità "senza filtri" del documentario del 2019 scomparsa in un niente.
Dal disastro nasce un'eredità inaspettata. Nel 2024, il Parlamento approva il "Ddl Beneficenza", che tutti chiamano "Legge Ferragni". La normativa obbliga a indicare sulle confezioni l'importo esatto o la percentuale destinata alla beneficenza per ogni unità venduta. L'Agcom ottiene nuovi poteri: multe tra 5mila e 50mila euro per chi viola le regole.
Nel 2025, decine di campagne vengono riprogettate. Le agenzie formano i clienti, le piattaforme social aggiornano le linee guida. Il confine tra marketing e inganno, quando si parla di beneficenza, non è più negoziabile. Ferragni entra nei libri di diritto commerciale. Ma non come avrebbe voluto.
I numeri sono spietati. Nel primo anno, oltre un milione di follower se ne va. A due anni di distanza, le defezioni toccano i 2 milioni. L'engagement crolla del 60%. I brand fuggono, i contratti non vengono rinnovati. Il valore per post crolla di oltre il 60% rispetto al picco del 2022. Quelle collaborazioni con i grandi brand della moda diventano sempre più rare.
Nel febbraio 2024 arriva il colpo finale: la separazione da Fedez. Il brand Ferragnez implode. La coppia che aveva monetizzato ogni istante della propria vita – dalle gravidanze alle malattie – si dissolve sotto gli occhi dei follower. Ferragni cambia strategia comunicativa. Spariscono i post patinati con le collaborazioni di lusso. Subentrano foto dei figli adesso ripresi solo di spalle, momenti quotidiani, una dimensione più intima. È un tentativo di ricostruire credibilità attraverso proprio quella autenticità che molti ritengono le sia sempre mancata. Ma ormai il castello è incrinato.
Per questo il 2024 e il 2025 sono gli anni in cui Chiara si concentra su un rebranding incentrato sulla resilienza e sulla sobrietà. Consapevole che l'era del lusso patinato aveva subito un colpo durissimo, nell'aprile 2025 acquisisce il 99% di Fenice Srl con un massiccio aumento di capitale, scommettendo tutto sul proprio rilancio.
Il nuovo corso punta su un'estetica meno perfetta e più vicina alla community. Lo dimostra la recente capsule collection con il marchio indie Rivoluzione Romantica, che ha sostituito l'aspirazione al lusso con messaggi autoironici e fragili. Allo stesso tempo, il business ha cercato nuovi sbocchi all'estero, come la partnership con il brand spagnolo Goa Organics, spostando l'asse verso mercati dove l'eco dello scandalo italiano è meno forte. Le ultime linee abbandonano i glitter e i colori fluo per un ritorno all'essenziale, con toni sobri e prezzi più accessibili: il tentativo, insomma, di trasformare il marchio in una realtà di moda contemporanea capace di sopravvivere anche senza il "potere magico" dei vecchi post.
Oggi Chiara Ferragni non è più solo una persona o un'imprenditrice. È diventata un simbolo. Un caso di studio. Un monito. Ha rappresentato per anni il sogno della provincia italiana: la ragazza di Cremona che con uno smartphone e intuito costruisce un impero partendo da zero. Che dimostra che nell'economia digitale chiunque può diventare un brand. Che l'autenticità può essere monetizzata. Che i social sono un ascensore sociale democratico.
Il Pandoro Gate ha frantumato quella narrazione. Ha rivelato l'opacità dei meccanismi commerciali, la confusione tra persona e brand, lo sfruttamento della fiducia emotiva dei follower. Ha dimostrato che quando costruisci un regno sui social, ogni post è un mattone. E basta un pandoro per far tremare le fondamenta.
Il suo nome è ora associato a una legge. La sua storia segna il confine tra il "prima" e il "dopo" dell'influencer marketing italiano. Da quella studentessa che nel 2008 fotografava i suoi outfit su Flickr a oggi: un viaggio che ha cambiato un'industria intera. E che si conclude, almeno per ora, in un'aula di tribunale.