Coyote vs Acme ci spinge a combattere contro le storture del mondo moderno
Il film a lungo perduto conta su antagonisti che sembrano magnati della Silicon Valley, riccastri che sognano paradisi fiscali e accennano a “mani pulite. Tutto per confezionare un legal thriller che ricorda più Erin Brokovich e Philadelphia che Space Jam
di Manuel SantangeloWilly il coyote arriva al cinema: dal 2 settembre nelle sale italiane © Da video
Il decennio che va dal 1991 al 2000 è stato particolarmente fortunato per i legal thriller, soprattutto quelli del sottogenere "normale cittadino sfida una realtà più grande di lui". Philadelphia e Erin Brokovich conquistarono pubblico e critica arrivando fino agli Oscar negli stessi anni in cui il pubblico più giovane eleggeva al rango di cult Space Jam, un bizzarro esperimento in tecnica mista che vedeva i Looney Tunes fare squadra con Michael Jordan. Nessuno avrebbe mai immaginato ai tempi che questi due mondi si sarebbero incontrati più o meno un trentennio dopo, per giunta in una pellicola dal messaggio fortemente anti-capitalista (e quindi antitetico a quello del progetto del 1996, frutto del successo di alcuni spot Nike dove Bugs Bunny incontrava Jordan): Coyote vs. Acme.
Coyote vs Acme sfida il progenitore
Quando ci si approccia a lavori del genere è impossibile sfuggire al paragone diretto con Chi ha incastrato Roger Rabbit, ancora oggi considerato a ragione il non plus ultra quando parliamo di film in cui l'umano incontra il cartone animato. L'anima del capolavoro di Robert Zemeckis (come quella del bistrattato epigono Cool World) restava tuttavia legata primariamente al noir. Genere parodiato anche in Coyote vs Acme (si pensi alla citazione diretta de Il Grande sonno), un'opera che tuttavia preferisce giocare piuttosto con gli stilemi propri del film "da tribunale", partendo dal già citato Erin Brockovich fino ad arrivare a classici come La parola ai giurati. Va comunque riconosciuto come sia Roger Rabbit che Coyote vs Acme si somiglino almeno in un aspetto fondamentale: la contrapposizione tra mondo dei cartoni animati e mondo reale, usata come base per un discorso più profondo sull'integrazione razziale.
Cartoon discriminati
I cartoni in questo universo sono cittadini di serie b, manodopera che deve accettare passivamente il proprio posto nella piramide sociale e assorbire gli urti della vita quasi per costituzione. Sono dei paria cui nessun giudice darebbe mai attenzione, come sperimenta sulla sua pelle lo stesso Willie Coyote. Il film contiene poi un palese messaggio anti-specista, con gli stessi Looney Tunes ridotti a cavie da esperimento per testare tecnologie di cui non usufruiranno mai (e pazienza per gli effetti collaterali).
Willie come Sisifo
Lo stesso Coyote è di fatto a sua volta una cavia involontaria, un topo costretto ogni giorno a vagare nello stesso labirinto per dare indicazioni alla grande corporation che gli fornisce i propri scadenti prodotti. Il progetto in cui è stato inserito il protagonista si chiama perciò non a caso "Progetto Sisifo", creando un immediato parallelo tra il nostro predatore, destinato ogni giorno a rincorrere Beep Beep e il personaggio della mitologia greca, condannato a spingere sempre il medesimo masso sulla stessa collina. Una similitudine esplicitata volutamente anche in uno dei poster pubblicitari del film
Il debole come cavia
Coyote vs Acme funziona benissimo nel rappresentare i cartoni alla stregua di lavoratori sfruttati. Willie, Daffy Duck e compagnia sono impotenti pedine, necessarie per garantire il benessere di chi finge di ignorare le storture dietro certi processi produttivi. D’altra parte a chi importa davvero della vita dei cartoni e in generale degli sfruttati in questa società tardo capitalistica? Nessuno nel film nega certe pratiche atte a usare i cartoni come cavie. Lo stesso cattivo Foghorn Leghorn al momento del processo le ammette, invitando tuttavia la giuria a chiudere gli occhi per rincorrere piuttosto un bene maggiore. Chi desidera il progresso deve accettare che questo possa fare delle vittime collaterali, è il ragionamento di certe multinazionali che dietro questa logica giustificano oggi anche lo spericolato sviluppo e utilizzo dell’IA, per esempio.
La big corporation come grande nemico
La pellicola che i dirigenti Warner volevano lasciare nell'oblio non nasconde le sue intenzioni, dipingendo la grande multinazionale come il vero cattivo della storia, capace di contrapporsi all'eroe già esplicitamente nel titolo. Quando nel film anche noi spettatori entriamo all'interno della sede della Acme scopriamo la vera dimensione di questa corporation con le mani in pasta in ogni settore, che si è strutturata partendo dai cartoni per diventare un gigante “too big too fail”, come dicono gli economisti. Una realtà monopolistica che tuttavia, al pari dei propri corrispettivi nella realtà, non vuole apparire ai clienti come una macchina spietata, anzi. Non a caso si mostra in spot dove si paragona a una “grande famiglia” coi consumatori, conscia di come oggi sia fondamentale più che mai creare un rapporto affettivo (per quanto fittizio) tra acquirente e brand.
Acme come multinazionale che ha in mano il mondo
Il film si apre facendo ironia sull'ubiquità di questa realtà capace di avere tentacoli ovunque, facendoci sapere come in questa realtà parallela anche la stessa Warner Bros sia una società interamente controllata dalla Acme Corporation. Questa sorta di uber-multinazionale fornisce addirittura i browser per navigare su internet, controllando a suo modo anche l’informazione e i telegiornali. Un quadro distopico ma non proprio lontanissimo per certi versi dal nostro quotidiano. Anche noi infatti viviamo, al pari di Willie Coyote, in un mondo in cu non ci si può sottrarre a certi monopoli, soprattutto perché non esistono valide alternative a essi. Abbiamo bisogno di determinati tool e servizi anche solo per lavorare, proprio come il Coyote necessita dei prodotti per cartoni della Acme per continuare il suo lavoro di caccia al road runner.
Tutti utenti ad alto potenziale
Viviamo in un’epoca iper-connessa dove le tecnologie, esattamente come i pattini di Willie Coyote, sono pensate per diventare vecchie a un certo punto. Questa obsolescenza programmata rende sia noi che il protagonista animato del film la stessa cosa: degli utenti ad alto potenziale (o High-Value User / High-Potential Lead). Willie viene definito più volte in questo modo all'interno della pellicola e non si tratta di un termine inventato apposta per l'occasione. È anzi mutuato dal marketing per indicare un cliente con un alto valore economico previsto o un'elevata probabilità di conversione.
Mani pulite
Nel film Foghorn parla alla stampa di "un’azienda così di successo che c’è sempre qualcuno a buttarla giù", giurando però che loro della Acme hanno "le mani pulite", un'espressione che ascoltata in italiano autorizza a determinate reminiscenze storiche. D'altra parte i dirigenti della corporation non si fanno problemi nel corso della pellicola a corrompere anche i politici, al punto che lo stesso Foghorn Leghorn durante l'udienza al Congresso a Washington arriva a dire a un senatore: “Non la pago per ridere di me”.
Foghorn come un magnate della Silicon Valley
Proprio Foghorn è stato riletto in una maniera inedita, al punto che appare quasi impossibile guardare questo gallo sbruffone senza pensare a un magnate della Silicon valley o a un Donald Trump qualunque. Non a caso lo vediamo per la prima volta mentre scende dall'auto munito di mazza da golf (grande hobby del presidente), intento a parlare di paradisi fiscali con discreto interesse. Questo Foghorn è un po' una caricatura dell'inquilino della Casa Bianca: in fondo anche lui nasce nei cartoni come un abile piazzista capace di scalare il mondo dei Looney Tunes fino ad arrivare al vertice della piramide sociale.
Galli trumpiani
Faghorn viene descritto letteralmente come "uno sbruffone con un grande ego", uno che non si fa problemi a mettere in imbarazzo chi gli va contro. E non ha scrupoli, nemmeno quando finisce per mettersi contro la sua stessa gente (gli altri cartoni). È un politico del 2026. È un gallo in tutti i sensi. Per lui il progresso ha bisogno di “una piccola dose di dolore” e allora ciò che importa è che quella dose venga somministrata agli altri, agli ultimi, a quelli considerati perdenti di default. Gli stessi che devono arrendersi al destino cui sono condannati, in una società dove l’ascensore sociale è stato rotto apposta tempo fa.
I Looney Tunes riletti oggi
Il gallo non è tuttavia l'unico personaggio dei Looney Tunes a essere attualizzato e sfruttato come funzione narrativa, se ciò viene reputato necessario alla trama. Una trasformazione che comunque accade senza che quegli stessi protagonisti iconici di tante avventure perdano la loro identità, la propria anima. In fondo Titti ha sempre avuto un che di insincero nella sua mellifluità mentre il cameo di Pepe Le Pew, la puzzola ossessionata da una gatta, serve solo per fare una battuta su quel suo comportamento oggi catalogabile come stalking. Alla rilettura non sfugge nemmeno quel Bugs Bunny che è il simbolo di tutti i cartoni Warner. Il coniglio appare con un impermeabile e un cappello un po' alla Humpery Bogart, come se si trovasse effettivamente in uno di quei noir dove il non detto è importante quasi quanto ciò che si esplicita a voce. Nell'economia del film poi Bugs Bunny rappresenta la vera gola profonda della storia e, almeno fino alla rivelazione finale, è quasi un personaggio pasoliniano, uno che come l’autore di Ragazzi di vita “sa i colpevoli pur non conoscendone il nome".
Il collegamento col cinema classico
Eppure, nonostante gli ammiccamenti e le trasfigurazioni, Coyote vs Acme rimane un grande omaggio al cinema classico e all'anima dei Looney Tunes, a cominciare dalla scelta di ripescare la caricatura del divo Peter Lorre (già presente in alcuni cortometraggi storici) per dargli il ruolo dello scienziato che innesca l'intera vicenda. Chiamare poi lo studio legale cui Willie Coyote si rivolge Avery Jones e Maltese non è un semplice omaggio estemporaneo ai tre omonimi inventori di quell'universo animato: è piuttosto un modo per dire che toccherà agli stessi creatori di quel mondo il compito di salvarlo in qualche modo.
John Cena wrestler cartone animato
Nessuna scelta in questa pellicola appare casuale o dettata da semplici scelte di marketing. Persino John Cena funziona nei panni dell'avvocato cattivo della corporation e non deve sorprendere poi molto: in fondo in quanto ex wrestler Cena è capace anch’egli di reagire come un cartone animato: sul ring per anni è stato abituato a fare facce esagerate, a reggere storyline incredibili e soprattutto a resistere a cadute rovinose e mosse spettacolari al pari di un eroe da cartoon, fingendo che le botte prese non avessero conseguenze serie su di lui. In questo senso il lottatore non è in sostanza così diverso da un Willie Coyote qualunque.
L'avvocato uomo comune
L’avvocato che difende Willie invece ci viene presentato come il perfetto contraltare del suo collega più blasonato: non è un vincente e nemmeno aspira a essere un principe del foro. È uno sconfitto dalla vita che spaccia il suo cinismo per bieco realismo. Rappresenta l'uomo che si arrende senza lottare a un potere più grande. Lui infatti non combatte nemmeno in aula, al massimo concilia, in un mondo dove anche ad Albuquerque New Mexico il sogno americano sembra ormai morto e sepolto.
Tra Altman e Sean Baker
L'avvocato Kevin interpretato da Will Forte è l'everyman del giorno d'oggi. Vive in un contesto dove la competizione ti schiaccia, dove il confronto ti annulla come persona e lavoratore e dove è inevitabile sentirsi frustrati. Vive in uno squallido motel il difensore del coyote, un non luogo che ricorda quello in cui dimorava un'altra iconica sconfitta del grande schermo: il personaggio di Shelley Duvall in Tre donne di Robert Altman, con il Coyote a replicare nel parallelo filmico il ruolo di Sissy Spacek con tanto di tuffo nella piscina (uno specchio d'acqua in cui si può al massimo affogare, come nell’iconico inizio di Viale del tramonto. Il motel di Coyote vs Acme ricorda poi anche quello che contiene le misere vite misere dei protagonisti di The Florida Project di Sean Baker, in uno strano e insospettabile cortocircuito filmico.
Un'inseguimento pieno di carica erotica
Un'altra grande sorpresa è infine rappresentata dalla carica erotica che si respira negli inseguimenti tra Willie e Beep Beep. Una passione fatta di rincorse infinite, di stop and go. Nel film appare chiaro come il coyote non voglia davvero la sua preda per mangiarla come dice. Il loro è più un tango amoroso, un amore che si ravviva nel suo non consumarsi. A guidare tutto è il desiderio di un coyote che vorrebbe piuttosto inglobare la sua preda in qualche modo.
Una maratona sul nastro di Moebius
In ragione di tutto questo possiamo leggere il finale come un epilogo catartico nel quale Willie torna a rincorrere la sua preda, il suo grande amore che sogna eroticamente di riempire di morsi. Il tutto mentre in sottofondo i Clash cantano la loro cover di I Foight the Law con l’esplicito ritornello a riassumere il senso dell'intera avventura vissuta: “Ho combattuto la legge e non ero nessuno”. Un atto rivoluzionario in tempi in cui troppo spesso la ragione sta dalla parte dei potenti, dove in troppi si credono “qualcuno” fino al parossismo egocentrico, e dove il quotidiano può essere trasfigurato in un’infinita rincorsa. Una maratona senza epilogo, simile a quelle che rimangono alla base di un episodio canonico delle avventure di Wille Coyote.
