Da "Lo squalo" a "Deep Water", perché il cinema è ossessionato dagli "shark movies"
Anche quest'estate le sale sono state infestate dagli squali. Un grande classico che, dai tempi del capostipite girato da Steven Spielberg nel 1975, non sembra annoiare. Ecco i motivi
di Manuel Santangelo© Steven Spielberg sul set de "Lo Squalo"
Grazie al cinema è diventato l'antagonista perfetto ma lo squalo è il classico animale che potrebbe immedesimarsi in Jessica Rabbit quando dice: "Non sono cattiva. È che mi disegnano così". Prima che la settima arte decidesse di trasformare questa specie nella paura atavica di milioni di persone infatti, l'idea comune era che non ci fosse nulla di intrinsecamente benevolo o malevolo negli squali. Secondo la dottoressa Emily Zarka il folklore in molti casi narrava storie di squali amichevoli, con gli hawaiani che un tempo addirittura adoravano le divinità squalo Kaʻahupāhau e Kahi'uka.
L'origine di tutto
Perché la narrazione cambiasse di segno fu necessario aspettare addirittura l'inizio degli anni Settanta e l'interesse di Hollywood. Nel 1969 già vennero buttati i primi semi, quando uno dei produttori del film Shark con Burt Reynolds decise di pubblicizzare la pellicola raccontando di uno "squalicidio" sul set alla rivista Life. Due anni dopo fu invece il documentario Blue Water, White Death di Peter Gimbel e James Lipscomb a far conoscere al grande pubblico gli squali bianchi, raccontandoli come predatori spietati. Anche se per trasformare una volta per tutti questi animali in una fobia collettiva fu necessario un autentico capolavoro della New Hollywood, un film per cui venne coniato il concetto di blockbuster: Jaws del giovane Steven Spielberg, da noi ribattezzato più prosaicamente nel 1975 Lo squalo.
Tutta colpa di Spielberg
Qualche tempo fa il regista ha fatto pubblicamente ammenda, chiedendo metaforicamente scusa a tutti quegli squali che da più di mezzo secolo devono convivere con una fama terribile. "Mi rammarico sinceramente, e ancora oggi, per la decimazione della popolazione di squali causata dal libro e dal film", ha detto Spielberg al programma radiofonico Desert Island Discs. In quell'occasione il papà di E.T ricordò a tutti come di base si tratti di animali tendenzialmente tranquilli e non aggressivi, che non ammazzano un quantitativo di persone sufficiente a giustificare una simile psicosi. D'altra parte le statistiche dicono che sia più facile morire colpiti da un fulmine. Spielberg oggi si impegna nell'apologia degli squali, forse perché deve espiare il senso di colpa dovuto a un successo che nemmeno lui immaginava così grande. Era d'altronde difficile immaginare un simile trionfo, soprattutto tenendo presente le difficoltà che il regista e la troupe ebbero con il loro squalo meccanico, un aggeggio complicatissimo che faceva una fatica tremenda a stare in acqua. Col senno di poi possiamo dire tuttavia che proprio quegli imprevisti tecnici fecero la fortuna della pellicola, infestata da una minaccia tanto poco visibile quanto capace di apparire in ogni momento. In fondo il "mostro" non è che un pretesto per parlare di machismo e ambizione tossica, di come sia facile farsi ingoiare dalla brama di potere arrivando persino a negare un problema che non è rimandabile. Jaws è prima di tutto un film sull'avidità e sulle strutture del capitalismo ma può essere visto tranquillamente come un semplice film su un pescecane pericolosissimo e quella è la sua forza.
Predatori versatili
Tanti altri dopo un tale exploit fecero l'errore di credere che bastasse mettere un pesciolone dentato in una vasca per replicare un simile successo. Purtroppo però negli anni nessun'altra pellicola è ancora riuscita a pareggiare la brillante complessità del capostipite spielberghiano. I migliori emuli sono riusciti al massimo a rubare al maestro alcuni elementi, si veda la capacità di mostrare "il giusto" la minaccia nel film del 2017 47 metri. Oggi in generale gli squali sono particolarmente apprezzati perché possono essere cattivi versatili, rivelandosi alla bisogna sia cruenti che ridicoli. Si tratta di animali inseriti a pieno nella cultura pop, al punto da venire parodiati in cartoni animati come Shark Tale o Alla ricerca di Nemo. I più avanti con gli anni tuttavia potrebbero aver avuto il loro innamoramento con gli squali per colpa di James Bond e del cattivo di Thunderball, che teneva i suoi esemplari in piscina. Anche in questo caso il segreto era inserire la minaccia teorica in una dimensione immaginifica come quella dell'agente segreto.
Tratto da una storia vera, qualche volta
Di recente tuttavia emergono sempre di più pellicole che provano a inserire lo squalo all'interno di una cornice di pericolo teoricamente plausibile. Si pensi in questo senso a Paradise Beach, una pellicola claustrofobica in cui Blake Lively è costretta a gestire la minaccia praticamente da sola (se si eccettua il cameo di un gabbiano ferito che la raggiunge sullo scoglio). Proprio la solitudine della protagonista è l'asso nella manica del film, che non presenta la solita corte dei miracoli formata da fidanzati, amici e colleghi destinati a perire tra le fauci dello squalo. Dopo il duello con il terribile predatore alla fine la nostra eroina ritrova addirittura la voglia di vivere: l'incontro ravvicinato con la morte le è utile infatti per capire quanto ama la vita, al punto da decidere di celebrarla una volta tornata a casa, riprendendo la sua passione per la medicina. Se vi sembra una storia dalle premesse comunque assurde sappiate che non è così. La storia vera e in fondo simile di due sub abbandonati per errore in un mare aperto pericolosissimo nel 1998 ha ispirato per esempio Open Water, un film dove per forza di cose gli squali non vengono dipinti come macchine da morte ma piuttosto come normali creature cui prestare la giusta attenzione.
La parola alle esperte
Quello di non esagerare è lo stesso approccio scelto di recente anche dalla regista britannica Hayley Easton Street che, nel suo nuovo film sugli squali Something in the Water, racconta la storia di un gruppo di donne rimaste bloccate ancora una volta in mezzo all'Oceano. Easton Street ha spiegato che, essendo lei stessa un'appassionata di film sugli squali, "voleva assolutamente" realizzare un film del genere. Intervistata alla BBC ha poi anche provato a cercare una ragione per cui certe pellicole siano ancora così popolari. Secondo lei a fare la differenza è soprattutto "la paura di ciò che potrebbe accadere nell'ignoto (del mare). Essere bloccati in mezzo all'oceano è già abbastanza spaventoso. Sei intrappolato in un altro mondo e può succedere di tutto."
Il punto di vista della regista parrebbe confermato anche dalla scienza, visto che persino la psicologa forense Susan Young sempre alla BBC ha concordato sul fatto che la paura dell'"ignoto, della solitudine e dell'impotenza" sia molto importante per ottimizzare il potenziale horror di certi contesti. Young tuttavia consiglia di dedicarsi alla visione degli "shark movies" anche a chi convive con un autentico e reale terrore per gli squali: guardarli permetterebbe infatti "di affrontare le proprie paure senza un pericolo reale... E di liberare le emozioni represse in un ambiente sicuro e controllato". La dottoressa Young aggiunge che "confrontarsi con i limiti del comportamento umano e, guardando contenuti estremi, mettono alla prova i propri limiti e confini... E questa liberazione emotiva rappresenta una forma di catarsi." La studiosa mette addirittura in mezzo le teorie di Sigmund Freud in quanto, "da una prospettiva psicodinamica, questi film attingono a paure e desideri inconsci e offrono uno sfogo sicuro per esplorare emozioni e istinti repressi come l'aggressività e la paura della morte".
Sharkastic Park
La paura della morte e quella di non essere più autosufficienti convivono in uno degli esempi più particolari del filone "shark movies": Blu profondo. In questa pellicola del 1999 è molto chiara l'influenza di un altro capolavoro firmato da Steven Spielberg qualche anno prima, Jurassic Park. Anche in questo caso infatti tutto parte dalla superbia umana, con gli scienziati che fanno esperimenti di ingegneria genetica per curare l’Alzheimer modificando il cervello degli squali. Non una buona idea visto che le cavie designate della ricerca si trasformano in geniali e famelici risolutori di problemi, arrivando ad allagare il laboratorio e uccidere la maggior parte delle persone all'interno pur di trovare un modo per fuggire in mare aperto. In questa opera filmica le vittime designate hanno quindi effettivamente delle responsabilità etiche sulla loro sorte, aprendo un sotto-filone di film sugli squali dove non ci viene troppo da biasimarli.
Acque profonde e film con l'acqua alla gola
Curiosamente il regista di Blu profondo Renny Harlin è tornato a infestare con i suoi animali preferiti le sale con Deep Water. Una pellicola piuttosto divertente in cui il regista rende tuttavia il temibile predatore quasi accessorio, una minaccia aggiuntiva alla sopravvivenza per i superstiti di un aereo precipitato in mezzo all'Oceano. Si tratta di una buona pellicola, in cui si dà un minimo di spessore a diversi personaggi e in cui (anche grazie al passato di Harlin in Cina) i personaggi asiatici non sono macchiette. Anche lo squalo, per quanto minaccioso, resta credibile più che in altri blockbuster come per esepio The Meg, che ha appena avuto negli Stati Uniti un altrettanto dimenticabile terzo sequel: The Meg 3; Primal Waters.
La Meg della saga è un gigantesco meganodonte che viene ucciso da Jason Statham in una interpretazione non esattamente da Oscar, salvo poi riapparire nei seguiti. L'eroe action fronteggia sempre con disinvoltura l'antenato preistorico dello squalo, un bestione di venti metri che tuttavia lo rincorre dovunque ci sia acqua in un duello all’ultimo sangue che ha fruttato 500 milioni al botteghino solo col primo capitolo. Si tratta di film di grana grossa, dove si punta addirittura sull' "effetto tenerezza" garantito da un cagnolino che si salva dal cattivo predatore. Anche se, come in Blu profondo rimane una critica superficiale a quella scienza che non si fa problemi anche a scongelare animali preistorici, se necessario.
Lo squalo fa film perché deve pagare il mutuo?
Con The Meg abbiamo scoperchiato il vaso di Pandora, l'iceberg di tutte quelle pellicole che hanno compiuto il celebre "salto dello squalo", perdendo la dignità filmica spesso al minuto tre. Si parte a scavare spesso partendo dagli stessi sequel più o meno apocrifi de Lo squalo. Se Lo squalo 2 resta infatti tutto sommato divertente, il terzo e quarto capitolo della saga sono degli autentici scult. Nulla però può arrivare al livello di Fauci Crudeli (o Cruel Jaws), bizzarro tentativo made in Italy di lucrare sul fenomeno con un budget pari a tre caramelle e un fil di ferro. Bruno Mattei nel girarlo non si fece problemi nemmeno a rubare intere sequenze da altri film del genere, ignorando persino le regole base del montaggio cinematografico. Mattei rubò anche da pellicole altrettanto assurde come Il cacciatore di squali, che in Germania uscì come Dschungel Django (“Django nella giungla”) nella speranza di associare l'attore protagonista Franco Nero a uno dei suoi ruoli più famosi. Per ragioni di tempo e di buongusto qui accenneremo solo en passant a quegli esperimenti che trasformavano lo squalo in una minaccia assurda, capace di sparare raggi laser (Goldmember) o di venire evocata attraverso le tavole Ouija (Ouija Shark). Nei cestoni degli autogrill e nei cataloghi dei servizi di streaming ormai si trova di tutto, da Ghost Shark (esattamente quello che credete) a Mega Shark vs Giant Octopus (idem), fino ad arrivare ai confini dell'assurdo con Super Shark, in cui si vedono i predatori combattere a terra contro dei robot della marina americana, o Avalanche Shark, in cui il nostro infesta le piste sciistiche grazie a una maledizione indiana. Curiosamente molti di questi film sono tutto sommato recenti e vengono dalla stessa casa di produzione: la famigerata Asylum.
Trumpnado
La Asylum ha iniziato ad avere la fissa degli squali soprattutto dopo il successo impronosticabile di Sharknado, in cui si costruiva un film partendo dalla brillante idea di mischiare gli squali con i tornadi. Un'idea balzana che ha raccolto abbastanza fan da arrivare a essere replicata cinque volte, richiamando l'attenzione cinefila persino di Donald Trump. L'ex attrice di film per adulti Stormy Daniels ha descritto il presidente come "ossessionato dagli squali", ricordando come l'attuale inquilino della Casa Bianca amasse sollazzarsi con pellicole del genere durante i loro (presunti) incontri piccanti: "Diceva: 'Faccio donazioni a tutte queste associazioni di beneficenza, ma non donerei mai a nessuna che aiuta gli squali. Spero che tutti gli squali muoiano'". Quello di Trump era un rapporto di odio e amore, su cui Sharknado aveva avuto un ruolo così importante da spingerlo a proporsi per un ruolo nella saga. Ovviamente si trattava di quello del Presidente degli Stati Uniti.
Non sono cattivo, è che mi riprendono così
Dall'analisi di trame e locandine dei film sugli squali presenti nel database online IMDb, è emerso che quasi tutti questi film (96%) ritraevano esplicitamente le interazioni tra squali e umani come potenzialmente minacciose per l'uomo. Solo una minoranza (appena il 3%) le ritraevano implicitamente come potenzialmente pericolose, e appena un solo film non le considerava rischiose. Numeri confermati anche da medici e specialisti come la dottoressa Brianna Le Busque, che ha sottolineato come la maggior parte delle persone si informi sugli squali solo attraverso film e media, data anche l'impossibilità di farlo attraverso esperienze personali. Un bel problema soprattutto tenendo presente che i media spesso finiscano per etichettare ogni incontro come un "attacco di squalo", anche quando le interazioni sono innocue o accidentali. Speriamo solo che i pescecani non finiscano per fare la fine di uno degli cattivi di Batman, quell'Harvey Dent che nell'adattamento di Christopher Nolan delle avventure dell'uomo pipistrello si era arreso all'evidenza: "O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo", quantomeno sullo schermo.
