Economia di guerra: cos'è, come funziona e perché riguarda tutti
Dalle riconversioni dell'industria pesante ai rincari energetici, fino alle limitazioni degli spostamenti e la maggiore pressione fiscale: tutti gli effetti per i cittadini anche dei paesi non direttamente coinvolti nel conflitto
di Giuliana Grimaldi© Istockphoto
Il Pentagono ha telefonato a General Motors e Ford, non per comprare automobili e altri mezzi per i soldati ma con una richiesta insolita: quella di "prestare" le loro catene di montaggio alla produzione di missili, munizioni, droni. Come spiega il "Wall Street Journal" autore dello scoop, i colloqui, preliminari e di ampio raggio, sarebbero cominciati prima ancora dell'inizio della guerra con l'Iran, e rifletterebbero la volontà dell'amministrazione Trump di far giocare alle case automobilistiche e agli altri grandi produttori americani un ruolo attivo nella produzione di armamenti.
Funzionari del Pentagono avrebbero già incontrato i vertici di diverse industrie pesanti (oltre General Motors e Ford, ci sarebbero GE Aerospace e Oshkosh) per capire se le loro capacità produttive possano essere indirizzate verso le necessità della difesa. Le guerre in Ucraina e in Iran stanno svuotando i depositi di armi, e rendendo di conseguenza urgente un ampliamento della produzione.
Non sarebbe nemmeno il primo caso di riconversione bellica contemporanea: di pochi giorni fa la notizia che Volkswagen sarebbe in trattative con Rafael Advanced Defence Systems per riconvertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di componenti per l'Iron Dome, il sistema di difesa aerea israeliano. Una riorganizzazione economica da piena economia di guerra. Ma che cos'è esattamente e quali possono essere i suoi effetti sulla vita e le tasche di ciascuno di noi?
Cos'è l'economia di guerra
L'economia di guerra non è soltanto quella dei paesi che combattono direttamente. È il modo in cui un conflitto armato, sebbene lontano e giocato da altre potenze, riscrive le priorità e le regole dell'economia globale. Pil, capitali, industrie, prezzi, rotte commerciali, libertà di movimento: non c'è aspetto del sistema che non subisca uno scossone.
In senso stretto, si parla di economia di guerra quando uno Stato decide di mobilitare risorse normalmente destinate ai consumi civili verso la produzione militare, con fabbriche di automobili che fanno carri armati e cantieri navali che iniziano a costruire fregate invece di traghetti. Successe nella Seconda guerra mondiale ed è esattamente lo scenario che potrebbe ripresentarsi se gli indizi finora raccolti dovessero diventare qualcosa di più concreto.
Le ricadute per i cittadini comuni dei paesi non in guerra
Per chi non gestisce un fondo d'investimento, non siede in un consiglio di amministrazione e non è nemmeno un cittadino di una potenza direttamente coinvolta nel conflitto (Usa, Israele, Iran, Libano, solo per citare i paesi principali) quali possono essere le conseguenze economiche?
L'economia di guerra arriva nella vita quotidiana toccando almeno quattro punti. Il primo è l'energia: quando i conflitti minacciano le forniture di petrolio e gas, i prezzi salgono a domino su tutto (dalla benzina alla bolletta, dal riscaldamento al carrello della spesa).
Il secondo è la mobilità: il carburante per gli aerei è la prima merce a scarseggiare quando i grandi corridoi del Golfo si chiudono, e con lui se ne vanno i voli e salgono i biglietti.
Il terzo è la pressione fiscale: i governi che spendono di più in difesa devono trovare i soldi da qualche parte, di solito tagliando i finanziamenti ai servizi pubblici o chiedendo uno sforzo maggiore ai contribuenti.
E poi c'è la già citata riconversione industriale: con le fabbriche che aggiornano in propri piani industriali in modo da soddisfare non più le richieste del mercato ma quelle del committente statale che ha bisogno di armi, munizioni e altri manufatti destinati al fronte.
L'energia e non solo
Lo Stretto di Hormuz si trova a circa 5mila chilometri dall'Italia, nella strozzatura tra l'Iran e la penisola dell'Oman, all'imbocco del Golfo Persico. È largo, nel punto più stretto, circa 39 chilometri. Da lì, lo abbiamo imparato in questi giorni, passa circa il 20% del petrolio consumato a livello mondiale. Appena è stato chiuso le quotazioni del greggio sono schizzate e sono partiti gli allarmi su possibili recessioni locali e mondiali, carestie alimentari e persino penuria di farmaci essenziali.
A pesare su Borse mondiali e stime economiche non è solo il lento erodersi delle scorte di materie prime, ma soprattutto il clima di incertezza. Il capo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia Fatih Birol ha descritto la situazione come la più grande crisi energetica di sempre, spiegando che la chiusura dello Stretto di Hormuz incida su petrolio, gas e altre forniture vitali. Birol ha previsto un aumento dei prezzi di tutto, avvertendo che "è una situazione davvero critica, e avrà implicazioni importanti per l'economia globale. E più a lungo durerà, peggio sarà per la crescita economica e l'inflazione in tutto il mondo".
Voli e spostamenti a rischio
L'effetto più immediato per i cittadini europei sta riguardando il trasporto aereo, perché il cherosene è la prima risorsa a risentire della stretta energetica. L'Europa ha "forse circa 6 settimane di carburante per aerei rimasto", secondo l'allarme lanciato da Birol in un'intervista all'Associated Press. Sei settimane con la stagione estiva ormai alle porte.
Se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto, ha detto Birol, per l'Europa "presto sentiremo la notizia che alcuni voli dalla città A alla città B potrebbero essere cancellati a causa della mancanza di carburante per aerei". La Commissione europea ha confermato che "al momento non ci sono evidenze di una carenza di carburante nell'Unione Europea, ma potrebbero verificarsi problemi di approvvigionamento nel prossimo futuro". La portavoce per l'Energia Anna-Kaisa Itkonen ha precisato che le raffinerie dell'Ue coprono circa il 70% del consumo europeo, mentre il resto proviene dalle importazioni. È quel 30% che preoccupa. Le compagnie aeree subiranno in prima battuta shortage e rincari, per poi trasferire questi ultimi sui passeggeri; con aumenti di biglietti per le rotte essenziali e cancellazione dei tragitti meno gettonati.
Gli effetti su spesa pubblica e tasse
Le tensioni sulle risorse energetiche aumentano la volatilità e i costi, colpendo famiglie e imprese, mentre la dipendenza da petrolio e gas alimenta instabilità e fragilità sistemiche. Ma l'altro grande peso sull'economia reale viene dal riarmo in senso stretto.
Secondo il rapporto "Trends in International Arms Transfers, 2025" pubblicato dallo Stockholm International Peace Research Institute a marzo 2026, il volume globale di armi trasferite nel periodo 2021-25 è cresciuto del 9,2% rispetto al quinquennio precedente. I governi stanno spendendo di più in difesa in modo sistematico, e quei soldi arrivano da minori investimenti in sanità, istruzione, infrastrutture, oppure da un aumento del debito pubblico. Tutto sempre a carico del cittadino, chiamato a pagare immediatamente o in differita.
Un trend mondiale che segue quanto succede negli Stati Uniti dove Trump ha richiesto questo mese un aumento massiccio del bilancio militare, portandolo a 1.500 miliardi di dollari, il più alto mai presentato. E sempre secondo il Sipri, i cinque maggiori esportatori mondiali (Stati Uniti, Francia, Russia, Germania e Cina) concentrano il 71% delle esportazioni globali di armamenti, con gli Stati Uniti che detengono il 42% del mercato globale, cresciuto del 27% rispetto al periodo precedente.
