Speciale Guerra in Iran
se la guerra non si fermerà presto

Ultima Pasqua spensierata, poi ci aspetta davvero l'austerity? Meno voli e auto, scaffali vuoti e condizionatore spento

Ecco cosa potremmo dover essere pronti a rivedere, cambiare o sacrificare se la guerra in Iran non finirà presto

di Giuliana Grimaldi
05 Apr 2026 - 06:50
 © Istockphoto

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Dopo il primo mese di raid statunitensi e israeliani sull'Iran, di droni e razzi iraniani su praticamente tutto il Medioriente, di navi portacontainer e petroliere bloccate nello Stretto di Hormuz il quadro si sta delineando con chiarezza. Come le operazioni militari si protraggono senza un orizzonte temporale definito, anche lo shock economico potrebbe essere a lungo termine.

A dirlo per la prima volta a mezza voce sono state alcune compagnie aeree e l'Unione europea (spesso lenta, ma ancora capace di fornire interpretazioni ai fatti): se l'offerta di petrolio continuerà a calare con la guerra in Iran lontana da una conclusione, l'unica risposta sarà consumare meno

Il 9 aprile la petroliera Rong Lin Wan entrerà nel porto di Rotterdam con l'ultimo carico di cherosene partito dal Golfo Persico prima della chiusura dello Stretto di Hormuz. Salpata il 26 febbraio dal Kuwait, è riuscita ad attraversare il passaggio marittimo appena in tempo. Dopo di lei, almeno per ora, non sono attesi altri rifornimenti di carburante aereo dal Medio Oriente verso l'Europa. Circa metà del jet fuel utilizzato negli aeroporti europei arriva dalle raffinerie dell'area del Golfo: le importazioni sono già scese del 40% rispetto alla settimana precedente, ai livelli minimi dal 2022.

Nel frattempo, il commissario europeo all'energia Dan Jørgensen ha già inviato una lettera ai 27 ministri dell'energia con un invito, per ora "volontario", a cambiare abitudini: usare i mezzi pubblici, ridurre il limite di velocità in autostrada di 10 km/h, lavorare da casa quando possibile, limitare gli spostamenti non necessari. Misure che ricordano quelle adottate durante lo shock petrolifero degli anni '70, con una differenza: all'epoca erano obbligatorie. Per ora, è solo un invito ispirato dal buon senso.

Nella giornata del 4 aprile in quattro aeroporti italiani (Venezia, Treviso, Bologna e Milano Linate) è partito un bollettino aereonautico per le compagnie aeree con cui vengono comunicate delle limitazioni nella distribuzione del carburante. 

Primo step: i rincari

  Siamo abituati ai rincari dei beni di prima necessità come primo effetto delle tensioni internazionali. Dall'inizio del conflitto in Medioriente, a fine febbraio, il prezzo del gas nell'Unione Europea è cresciuto di circa il 70% e quello del petrolio di circa il 50%, per un impatto complessivo stimato in oltre 14 miliardi di euro (dati della Commissione europea). Fin qui, tutto purtroppo prevedibile.

Quello che molti non avevano messo in conto è che i rincari sono solo il primo livello del problema. In occasione della Pasqua attuale, secondo il Centro Studi Turistici di Firenze per Assoviaggi Confesercenti, le presenze turistiche stimate per le festività sono 14,1 milioni, in calo dell'1,3% rispetto all'anno scorso. Il 22% degli italiani ha già modificato i propri piani, il 27% è ancora in attesa di decidere. Le cancellazioni nelle agenzie di viaggio valgono circa 100 milioni di euro.

Un'indagine di Facile.it e mUp Research fotografa il fenomeno in maniera complessiva: circa 4 milioni di italiani hanno cambiato i piani pasquali a causa del conflitto. Quasi 2,9 milioni hanno deciso di non partire affatto; poco meno di 920mila hanno scelto una destinazione alternativa, ripiegando sull'Italia o su mete europee di prossimità. L'8% lo ha fatto esplicitamente per ragioni economiche, del resto il rincaro della benzina pesa già, prima ancora di qualsiasi razionamento formale.

Il settore aereo è quello che sconta i rincari più visibili. Secondo Assoutenti, i prezzi medi dei biglietti aerei sono saliti del 13,6% rispetto alla Pasqua 2025, ma su alcune tratte i numeri sono ben più pesanti: Milano Malpensa-Brindisi segna un +60%, Genova-Catania +36%, Venezia-Brindisi +35%.

Le città d'arte subiscono una flessione dello 0,8% nelle presenze; il calo più marcato è al Sud e nelle Isole (-2%). Tengono, per ora, la montagna e gli agriturismi: circa due milioni di italiani hanno rinunciato alle mete estere per restare entro i confini nazionali, e il 44% sceglierà una destinazione all'interno della propria regione. I rincari, insomma, stanno già condizionando le scelte. Ma il problema vero non è solo quanto costa viaggiare: è se tra pochi mesi sarà ancora possibile farlo.

Secondo step: il taglio dei consumi

  Se la guerra dovesse proseguire oltre le prossime settimane, le misure oggi presentate come "consigli" potrebbero rapidamente diventare obblighi. Ecco, in concreto, cosa potremmo dover rivedere o sacrificare.

Le vacanze estive: il fronte più immediato. I voli verso destinazioni lontane rischiano cancellazioni o rincari insostenibili tra giugno e settembre. Le isole, comprese quelle mediterranee, potrebbero essere le prime a soffrire per difficoltà di rifornimento del carburante aereo, più complicate da gestire rispetto agli hub continentali.

L'auto per muoversi quotidianamente: ridurre il limite di velocità in autostrada, incentivare il car sharing, privilegiare i mezzi pubblici: sono già le indicazioni arrivate da Bruxelles. Se i prezzi del carburante continuassero a salire (il gasolio è già oltre i 2 euro al litro) molti pendolari si troverebbero ogni mattina a fare i conti tra costo e comodità. E torna l'ipotesi dello smart working di massa così come fatto durante il lockdown per la pandemia da covid-19.

Riscaldamenti e condizionatori: ridurre l'uso dei riscaldamenti subito e dei climatizzatori tra poco è tra le misure esplicitamente citate dall'Agenzia internazionale dell'energia e riprese da Bruxelles. Per le famiglie già alle prese con bollette cresciute del 70% per il gas, si tratterà di scegliere tra comfort e sostenibilità economica.

I cibi: l'effetto è indiretto ma molto, molto concreto: gli impianti per la produzione di fertilizzanti e prodotti chimici agricoli stanno già rallentando in diverse aree del mondo per la scarsità di derivati del petrolio. Nel medio termine questo si tradurrà in produzioni agricole più scarse e prezzi più alti per frutta, verdura e cereali. I Paesi più poveri subiranno i danni peggiori con il rischio anche di carestie su larga scale, ma anche i supermercati europei ne risentiranno con il possibile venir meno di alcuni prodotti freschi.

Gli approvvigionamenti generali: Trasportunito ha già annunciato uno sciopero dei tir tra il 20 e il 25 aprile per protestare contro il caro gasolio. Se i costi restassero elevati, l'intera catena logistica ne risentirebbe: dai supermercati ai cantieri, dalla grande distribuzione ai piccoli negozi. Prezzi più alti, scaffali meno riforniti, tempi di consegna più lunghi per tante categorie merceologiche: dai medicinali all'elettronica, senza escludere abbigliamento, materiali edili, ricambi auto, i prodotti che potrebbero subire uno shortage sono tantissimi.

Fiere ed eventi: conferenze, fiere, trasferte internazionali, tutti gli eventi che richiedono spostamenti potrebbero essere rimesso in discussione, sia per costi sia per la disponibilità di posti. Chi lavora in settori che dipendono dalla mobilità globale, moda, design, tecnologia, turismo, si troverebbe a operare in un contesto radicalmente diverso.

Il fattore Trump

  C'è un elemento che rende tutto ancora più difficile da pianificare: l'imprevedibilità della Casa Bianca. l 1° aprile, parlando con i giornalisti, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero concludere le operazioni militari in Iran "tra due o tre settimane", aggiungendo di aver già raggiunto i propri obiettivi, tra cui impedire a Teheran di sviluppare armi nucleari, un'affermazione che nell'immediato ha dato sprint alle Borse internazionali, ma che non è detto trovi riscontro nella realtà: la stessa Teheran ha negato di avere accettato il cessate il fuoco offerto dagli Usa e che la fine del conflitto non è affatto sul tavolo.

Nel frattempo, Trump se la prende con gli alleati europei che non hanno risposto al suo appello a intervenire militarmente per riaprire lo Stretto di Hormuz, arrivando a minacciare l'uscita dalla Nato. Il premier britannico Starmer ha risposto che non si tratta di "una nostra guerra". L'Italia ha negato agli Stati Uniti l'utilizzo della base di Sigonella per i propri bombardieri diretti in Medioriente.

Il quadro è quello di un conflitto in cui le rassicurazioni pubbliche contano sempre meno. Gli esperti del settore aereo lo sanno bene: Michael O'Leary, amministratore delegato di Ryanair, ha chiarito che se la guerra finisce e lo Stretto riapre entro metà aprile i rischi sono gestibili, ma se il conflitto prosegue tra il 10% e il 25% delle forniture di carburante aereo potrebbe mancare tra maggio e giugno. Anche Lufthansa si prepara a uno scenario difficile, con fino a 40 aerei potenzialmente a terra nella stagione estiva.

Estate a rischio: come difendersi

  Per chi sta pianificando le vacanze estive il momento è particolarmente delicato. I voli a minor rischio sono quelli interni all'Europa e quelli verso le Americhe. Più delicata la situazione verso l'Asia, in particolare il Sud-Est asiatico, dove molti Paesi importavano gran parte del cherosene dal Golfo Persico. La Cina è relativamente al riparo grazie alle proprie riserve strategiche. Attenzione però: non è escluso che criticità si manifestino improvvisamente anche in qualche destinazione più vicina.

Quando è meglio partire allora? I mesi più sicuri sembrano essere giugno e luglio. Un eventuale razionamento formale del carburante aereo scatterebbe più probabilmente dalla seconda metà di agosto, se il conflitto dovesse proseguire senza soluzione.

Come prenotare? Il consiglio unanime degli esperti è acquistare voli con tariffe flessibili e rimborsabili per tutelarsi da cancellazioni, ma anche perché se la guerra finisse prima del previsto e i prezzi calassero, si potrebbe cambiare senza perdere tutto. Meglio puntare su voli diretti, evitando itinerari con più scali che moltiplicano il rischio di effetti a catena.

Le assicurazioni viaggio: secondo l'analisi di Facile.it, in tempo di guerra le polizze standard escludono le destinazioni sconsigliate dalla Farnesina e dal sito viaggiaresicuri.it. Se il volo viene cancellato dal vettore, è la compagnia aerea a dover rimborsare o riprenotare, non l'assicurazione.

Se la destinazione viene inserita tra le mete sconsigliate dopo l'acquisto della polizza, alcune compagnie rimborsano il viaggio a condizione che l'allerta sia scattata entro 21 giorni dalla partenza. Se invece la guerra scoppia mentre si è già in viaggio in un Paese che all'epoca della partenza era sicuro, la polizza resta valida e copre spese mediche, rimpatrio e assistenza, come è già avvenuto per i viaggiatori sorpresi dall'attacco in Iran a fine febbraio. I costi per proteggere il proprio viaggio partono da 12 euro per una polizza base settimanale in Europa fino a 46 euro per una copertura completa extraeuropea. Cifre contenute, considerando il livello di incertezza a livello globale.

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