Iran, gli attacchi alle navi civili nello stretto di Hormuz
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Dopo benzina e utenze domestiche, la crisi rischia di colpire il carrello della spesa. Un nuovo rapporto lancia l'allarme globale
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Dalle taniche di petrolio al carrello della spesa è un attimo: dopo aver fatto lievitare in pochi giorni il prezzo del pieno per l'auto e delle utenze domestiche, il conflitto in Iran porrebbe avere effetti altrettanto nefasti anche sul carrello della spesa. Un rapporto pubblicato dal Carnegie Endowment for International Peace avverte che il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz (in vigore dall'attacco Usa-Israele del 28 febbraio e confermato dalla nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei), sta tagliando fuori dal mercato mondiale una quota enorme di fertilizzanti. E senza fertilizzanti i raccolti calano, e con una domanda di alimenti più ridotta i prezzi sono destinati a salire, a scapito dei consumatori finali.
Lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio strategico per il petrolio. Circa un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti via mare transita normalmente da quella striscia d'acqua larga pochi chilometri. Il Golfo Persico è un produttore di punta non solo di gas naturale e greggio, ma anche di ammoniaca, urea, fosfati e zolfo: tutti ingredienti fondamentali per far le colture di grano, mais, riso. Da quando lo Stretto è stato praticamente chiuso al traffico commerciale non iraniano, quei composti chimici sono fermi.
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Il problema non è solo che i fertilizzanti del Golfo non riescono ad arrivare sui mercati. È anche che le fabbriche altrove si stanno fermando per mancanza di materie prime. India, Bangladesh e Pakistan importano gas naturale dal Qatar per produrre fertilizzanti azotati in loco. Senza quel gas, gli impianti hanno dovuto chiudere. L'Egitto, altro grande produttore, ha perso le forniture di gas da Israele e deve ora acquistare sul mercato spot a prezzi molto più alti. Il risultato è che la crisi si moltiplica lungo tutta la filiera.
I numeri raccontano una situazione in rapida accelerazione. Il prezzo dell'urea, il fertilizzante più scambiato al mondo, è salito di circa il 30% nell'arco di un mese. Nei porti americani, come quello di New Orleans, il rincaro supera il 25% rispetto alla fine di febbraio, al punto che il presidente dell'American Farm Bureau Federation ha scritto una lettera al presidente Trump definendo la situazione un rischio per la sicurezza nazionale. Sul fronte dei fosfati, la situazione è aggravata dalla scarsità di zolfo: i paesi del Golfo producono circa un quarto dello zolfo mondiale, indispensabile per trasformare il fosfato in una forma che le piante possono assorbire.
A differenza del petrolio, per cui i paesi del G7 mantengono riserve di emergenza, per i fertilizzanti non esiste un piano d'emergenza e un sistema di scorte. Gli analisti del Carnegie, Noah Gordon e Lucy Corthell, sottolineano che persino il gasdotto costruito dall'Arabia Saudita per aggirare Hormuz via Mar Rosso è pensato per il petrolio, non per l'ammoniaca. Le navi abbastanza coraggiose da sfidare i droni nello stretto preferiscono trasportare petrolio, che vale di più. La marina Usa, al momento, non è in grado di garantire scorte ai mercantili.
Tutto questo accade nelle settimane peggiori dell'anno per il settore agrario: quelle prima della semina primaverile nell'emisfero nord. I coltivatori ordinano i fertilizzanti a marzo per spargerli nei campi ad aprile e maggio. Chi non riesce a comprarlo adesso oppure non può permetterselo, dovrà ridurre le semine o rinunciare a certi raccolti. Economisti e analisti del settore parlano già apertamente di inflazione alimentare in arrivo nei supermercati nei prossimi mesi, quando i prodotti seminati oggi arriveranno sugli scaffali.
Lo shortage dei fertilizzanti non è un fenomeno recente né del tutto inedito: già nel 2022, quando l'invasione russa dell'Ucraina ne fece schizzare i prezzi, i paesi più vulnerabili rischiano le conseguenze peggiori. In quella crisi, i cali maggiori nell'uso di fertilizzanti si registrarono in Costa d'Avorio, Kenya, Nigeria e Sud Africa. Il Carnegie avverte che lo stesso schema potrebbe ripetersi adesso: di fronte ai prezzi alti, saranno proprio i paesi poveri a ridurre l'impiego di fertilizzanti, con raccolti scarsi e rischio carestia nei mesi successivi. A peggiorare il quadro, l'Usaid, l'agenzia americana per gli aiuti internazionali, è stata smantellata, riducendo la rete di sicurezza disponibile per le popolazioni in difficoltà.
Gli analisti del Carnegie sono stati abbastanza espliciti nel loro studio: anche nell'ipotesi migliore, se lo stretto riaprisse subito, il riavvio della produzione e della logistica richiederebbe settimane. Settimane che gli agricoltori dell'emisfero settentrionale non hanno. I prezzi di benzina e biglietti aerei sono già saliti, visibili a tutti, mentre gli aumenti sugli alimenti essenziali potrebbero metterci qualche settimana a farsi notare, ma è quasi certo che ci saranno.