Quanto Gnl attraversa lo stretto di Hormuz
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Secondo un report dell'Oxford Economics, l'inflazione italiana potrebbe salire oltre il 3% entro fine 2026
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Per alcuni Paesi la crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente sarà solo una fiammella, ma per altri (Italia in testa), rischia di degenerare in un incendio ben più esteso. Questo il succo di un'analisi del "Financial Times" sulla base delle stime di Oxford Economics su quindici grandi economie mondiali.
In caso di escalation militare nel Golfo, il nostro paese subirebbe lo shock energetico più intenso tra tutte le economie avanzate, con un'inflazione che potrebbe superare il 3% entro la fine dell'anno (oltre un punto percentuale in più rispetto alle stime precedenti al conflitto). L'Europa nel suo insieme se la caverebbe con circa 0,4 punti aggiuntivi. Ma a cosa di deve una debolezza così accentuata del Belpaese?
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La risposta sta nella struttura stessa del nostro sistema produttivo. L'Italia è la seconda potenza manifatturiera dell'area euro, ma non è autosufficiente sul piano energetico; dipende infatti in modo massiccio dall'energia importata, gas in primo luogo. Non la produciamo, la compriamo in buona parte da rotte che passano attraverso il Medio Oriente. Una regione che quando diventa instabile, mette in pericolo (in un istantaneo effetto domino) la catena di trasmissione verso i prezzi italiani. Lo shock arriva, e si sente subito: al distributore di benzina e gasolio e sulle bollette delle famiglie. I prezzi del gas europeo sono già più volatili rispetto a quelli americani, e il carburante ha un peso fondamentale nei mercati energetici del Vecchio Continente.
Oxford Economics non lavora su ipotesi catastrofiche. Lo scenario base prevede tensioni moderate e interruzioni temporanee delle rotte energetiche, con il prezzo del petrolio che si avvicina agli 80 dollari al barile nel secondo trimestre del 2026, per poi scendere gradualmente verso i 60 dollari entro fine anno. Basta questo, non una guerra totale, per innescare una nuova ondata inflazionistica. Nella settimana successiva allo scoppio del conflitto, il greggio Brent è già balzato di quasi il 30%, mentre i prezzi del gas europeo hanno chiuso con un rialzo di circa due terzi. A guidare questi aumenti, i timori per un'interruzione prolungata delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il traffico energetico mondiale — e le perdite di produzione in altre aree del Medio Oriente.
L'energia non è l'unico problema. C'è un secondo meccanismo, meno visibile ma ugualmente pericoloso: le catene logistiche. Molte rotte commerciali tra Asia ed Europa attraversano il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Se il traffico si riduce o viene deviato, le spedizioni allungano i percorsi, i costi salgono e i tempi di consegna si dilatano. Per un'economia manifatturiera come quella italiana, integrata nelle catene globali, questo significa margini più stretti e prezzi finali più alti. Il reshoring — il ritorno in patria delle produzioni delocalizzate — era stato invocato dopo il Covid e la crisi dei microchip. Ma non è mai davvero decollato. E così ci ritroviamo di nuovo esposti.
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Non tutti pagano lo stesso prezzo. Il confronto tra paesi è illuminante. Gli Usa sono esportatori netti di gas naturale dal 2017 e di petrolio dal 2020: il loro settore energetico beneficia direttamente dall'aumento dei prezzi. Per questo, secondo Oxford Economics, l'inflazione americana crescerebbe di appena 0,2 punti percentuali entro fine anno, senza variazioni significative alla crescita del Pil, attesa al 2% nel 2026 e al 2,4% nel 2027. Certo, la famiglia media americana sentirà il peso dei prezzi della benzina — ma il paese nel suo insieme è parzialmente protetto. Il Canada è addirittura il paese meno colpito in assoluto tra quelli analizzati. La Norvegia, grande esportatrice, potrebbe anzi registrare effetti positivi sulla crescita. L'eurozona nel suo complesso e il Regno Unito vedranno invece un aumento di oltre mezzo punto percentuale dell'inflazione prevista. L'Italia, in cima a questa classifica al contrario, fa storia a sé.
Una fiammata inflazionistica non resta mai confinata ai prezzi. Ha conseguenze sulla politica monetaria, e quindi sulla crescita. I "falchi" della Bce — già non entusiasti di tagliare ulteriormente il costo del denaro — avrebbero buone ragioni per tenere i tassi fermi. Il che significa mutui più cari, credito più costoso per le imprese, consumi compressi. È il classico scenario da stagflazione: inflazione alta e crescita frenata allo stesso tempo. Non ancora una certezza, ma un rischio concreto.
Per l'area euro nel complesso, Oxford Economics stima una perdita di 0,1 punti di crescita, che scenderebbe da un già modesto 1% allo 0,9%. Non drammatico, ma nemmeno trascurabile, soprattutto per chi — come l'Italia — parte da una posizione di maggiore fragilità. C'è però una nota di cautela ottimistica nello studio: se la crisi geopolitica non si prolungherà per molti mesi, gli effetti su prezzi e crescita potrebbero essere assorbiti già nel corso del 2027. Un'attenuante, non una garanzia.