Il "peso" degli idrocarburi
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Nei Paesi Ue, compresa l'Italia, il consumo di petrolio e gas in rapporto al Pil è calato nel tempo. Tutti i dati
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Anche il G7, nell'ultima riunione, lo ha messo nero su bianco: tra gli effetti della guerra in Iran c'è un possibile shock energetico che rischia di mettere a dura prova la stabilità macroeconomica. Per questo, i sette Grandi si dicono pronti ad "adottare tutte le misure necessarie in stretto coordinamento con i partner" per "preservare la sicurezza del mercato energetico". Non solo: il G7 si spinge oltre, evocando "un'azione internazionale coordinata per mitigare gli effetti negativi" del conflitto che sta infiammando il Medioriente. Ma quanto "pesano", davvero, gli idrocarburi sul sistema economico?
Secondo i dati raccolti dall'Osservatorio CPI (Conti pubblici italiani) da fonti come Fmi (Fondo monetario internazionale), Eurostat e Our World in Data, dal 1980 a oggi il "peso" degli idrocarburi sul sistema economico si è ridotto sensibilmente. Di conseguenza, si è ridotta anche la possibilità che uno shock energetico destabilizzi pesantemente l'intero ciclo economico. In altre parole, l'impatto dei rincari energetici (gas e petrolio) su inflazione e crescita è calato nel tempo.
Una grafica di Withub - elaborata sullo studio dell'Osservatorio CPI - permette di analizzare la variazione percentuale del consumo di gas e petrolio nei maggiori Paesi Ue, in rapporto al loro Pil, dal 1980 a oggi. Come si può subito notare, le variazioni percentuali sono (quasi) tutte con segno "meno".
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Considerando i 27 Paesi dell'Ue, la variazione media del consumo di gas e petrolio in rapporto al Pil raggiunge il -10% nel 2000 e si stabilizza su questa cifra fino al 2005. Poi cala nuovamente, fino a raggiungere il -20% nel 2009. Passano altri quattro anni e, nel 2013, arriva al -30%. In poco meno di dieci anni giunge al -40% (2022) e scende al -45% dal 2023 a oggi, in anni segnati dal conflitto in Ucraina e, ora, dal conflitto in Iran.
Il grafico dell'Italia segna un andamento molto simile a quello europeo. Dopo un balzo del 15% nel biennio 1989-1990, la variazione percentuale è progressivamente diminuita, segnando un primo calo (-15%) dal 1994 al 1999 e un secondo dal 2005 al 2009. Il muro del -30% viene "rotto" nel 2011, arrivando al -40% nel 2014. Dieci anni dopo, nel 2024, è al -45%.
La Francia è il Paese tra quelli analizzati che segna la variazione percentuale negativa più "pesante". Scorriamo i dati: -15% nel 1982, -20% nel 1984, -30% nel 1989. Poi un calo, lento ma inesorabile, fino al -40% segnato nel 2004. E poi ancora: -50% nel 2011, -60% nel 2020 e quasi -70% nel 2024.
Il grafico della Germania è sulla falsariga di quello francese, seppur con un "ritardo" di pochi anni. Il muro del -20% è stato abbattuto nel 1988 (in Francia nel 1984), quello del -30% nel 1989 (come per Parigi). Nel 2006 si arriva al -40% (2004 in Francia), -50% nel 2013 (2011 in Francia), -60% nel 2023 (2020 in Francia). Nel biennio 2023-2024 si registra una lievissima crescita del 3-4%.