Petrolio, le rotte alternative allo Stretto di Hormuz
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Nove sedute consecutive in negativo e minimi a 4.200 dollari l'oncia. Pietro Calì spiega perché il bene rifugio per antonomasia crolla sotto il peso di più fattori
oro prezzo © Ansa
Nove sedute consecutive in rosso, un calo del 10,6% in poche ore nella sola giornata di lunedì 23 marzo, e un prezzo sceso ai minimi del 2026 a 4.200 dollari l'oncia. Il Gold Spot, vale a dire il contratto future per la consegna immediata dell'oro, ha bruciato in poche settimane tutti i guadagni accumulati dall'inizio dell'anno.
Il punto di rottura coincide con l'avvio dei raid americani e israeliani in Iran, quando il contratto veniva scambiato a 5.345 dollari. Da quel momento è cominciata la discesa che ha portato il metallo giallo a perdere circa il 24% rispetto al massimo storico di 5.595 dollari toccato a fine gennaio. Si tratta del calo settimanale più pesante da quarant'anni. L'argento ha seguito la stessa traiettoria, cedendo l'8,9% a 61,76 dollari l'oncia. Il platino ha perso il 9% fermandosi a 1.749,31 dollari. Un andamento che può sembrare illogico ai non addetti ai lavori, considerando che proprio l'oro è riconosciuto come l'asset nel quale rifugiarsi durante le tempeste dei mercati.
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Il conflitto in Medio Oriente ha innescato una fiammata sul prezzo del petrolio, salito ai massimi dal giugno 2022. L'energia cara alimenta l'inflazione, e l'inflazione attesa cambia radicalmente l'andamento del prezzo dell'oro. Il metallo prezioso è storicamente considerato una protezione contro la perdita di potere d'acquisto, ma questa funzione perde efficacia quando le banche centrali rispondono all'inflazione alzando i tassi di interesse: i titoli obbligazionari tornano a rendere qualcosa, e l'oro, che non paga cedole né dividendi, diventa meno attraente per gli investitori.
La settimana scorsa sia la Federal Reserve sia la Banca centrale europea hanno mantenuto invariato il costo del denaro, ma il messaggio implicito è stato inequivocabile: con l'inflazione energetica in risalita, le prospettive di tagli futuri sono azzerate. Anzi, secondo gli operatori, è probabile una inversione di tendenza con nuovi rialzi. Per un lingotto che viaggiava da due anni sui massimi storici, questo scenario ha tolto una delle principali ragioni di acquisto.
C'è poi un meccanismo tecnico che ha amplificato la discesa. In un momento di alta volatilità sui mercati, molti fondi si trovano a dover coprire le perdite accumulate su azioni e obbligazioni. L'oro, grazie alla sua liquidità elevata, è il primo asset che si vende quando si ha bisogno di fare cassa rapidamente. Non è una sfiducia nel metallo in quanto tale, ma una necessità operativa che produce comunque pressione ribassista.
Situazioni analoghe si sono già verificate in passato: nei tre principali shock economici degli ultimi vent'anni (2008, 2020 e 2022) l'oro ha subito una flessione iniziale seguita ogni volta da un rally sostenuto. Gli investitori, in quei casi, vendevano per accumulare dollari statunitensi, salvo poi tornare sull'oro nella fase successiva.
Secondo Pietro Calì, Executive Partner di Copernico Sim, il movimento non sorprende. "È abbastanza normale", spiega a Tgcom24, "e si può ricondurre a tre fattori che si sommano. Il primo è puramente tecnico: l'oro era sui massimi storici e chi aveva posizioni aperte ha colto l'occasione per prendere profitto. Il secondo riguarda il dollaro: siccome il metallo è quotato in valuta americana, un rafforzamento del biglietto verde tende meccanicamente a deprimerne il prezzo. Il terzo e più strutturale, è la paura di un rialzo dei tassi".
"L'oro è infruttifero", ricorda Calì, non paga cioè interessi né cedole. Se i tassi salgono, il mercato obbligazionario torna a offrire rendimenti interessanti e chi cerca sicurezza può spostarsi su quell'asset, sottraendo flussi all'oro. "Questo mix di fattori sta facendo scendere i prezzi", sintetizza. C'è anche una considerazione più sottile: a quei livelli di prezzo, l'oro aveva in parte perso la sua funzione di bene rifugio. "I prezzi sono la variabile", osserva Calì. Un asset sopravvalutato, per quanto solido, offre alla fine meno protezione di uno sottovalutato.
Le previsioni restano divise. Nel breve periodo, la pressione ribassista potrebbe continuare finché i mercati non troveranno un punto di equilibrio sul fronte geopolitico e su quello dei tassi. Nel medio-lungo periodo, i fattori strutturali che hanno sostenuto l'oro negli ultimi due anni (vale a dire acquisti delle banche centrali dei paesi emergenti, de-dollarizzazione, incertezza geopolitica) restano tutti presenti e irrisolti. La domanda è quanto durerà questa fase di correzione prima che il mercato torni a guardare a quei fondamentali.