Noi siamo "I figli della scimmia", da Venezia arriva un film che non ha paura di essere autentico
Con l'asciuttezza tipica di un certo cinema asiatico ed europeo, il promettente regista Tommaso Landucci imbastisce un "ritratto di famiglia con tempesta", utile a capire quanto certi legami siano tanto elastici quanto capaci di lacerarsi e rigenerarsi ciclicamente nel tempo
di Manuel SantangeloNon sono "figli delle stelle" ma al massimo "figli della scimmia" i protagonisti dell'omonimo film passato con successo nella sezione Orizzonti dell'ultima Mostra del cinema di Venezia. Figli che forse devono ancora imparare a essere fratelli prima ancora che padri. Il rapporto tra Dario e Roberto (i bravissimi Riccardo Scamarcio e Fausto Russo Alesi) è il fulcro dell'esordio di Tommaso Landucci nel lungometraggio di finzione. Una pellicola con al centro due personaggi che, un po' come i protagonisti di quella hit anni Ottanta di Alan Sorrenti citata all'inizio, sono costretti a dirsi troppo spesso: "C'incontriamo per poi perderci nel tempo"
Solo una canzone
C'è tanto non detto tra questi due uomini così diversi, impegnati a convivere con un'idea di famiglia di cui non colgono a pieno le sfumature. Quel concetto sfuggevole è per loro una "scimmia sulla spalla" (è il caso di dirlo) che sembra sempre sul punto di farli esplodere, sullo sfondo di una provincia piemontese poco avvezza tuttavia ad accogliere il melodramma. Non c'è spazio nemmeno per la musica in questo ritratto di famiglia che non pare necessitare di parole o contrappunti sonori.
L'unica concessione in questo senso arriva solo alla fine, quando Only You nella versione dei The Flying Pickets ci accompagna verso i titoli di coda, arricchita nel suo significato da quel "silenzio" che ci siamo portati addosso per tutto il film. La scelta del brano, a lungo in ballottaggio con la più celebre e banale Creep nelle menti degli autori, serve anche a creare un ponte col cinema asiatico e in particolare col maestro Wong Kar-Wai, che non a caso aveva fatto suonare quelle stesse note nel suo meraviglioso Fallen Angels. Non che lo spettatore più cinefilo necessitasse di un tale omaggio musicale per cogliere l'amore del regista Tommaso Landucci per un certo modo di fare cinema.
Un lucchese "asiatico"
Landucci, lucchese residente a Milano, decide di portare nella suburbia piemontese certe atmosfere rarefatte e tutta una riflessione sul tempo molto "wongkarwaiana". Anche se forse il parallelo più diretto è quello con il lavoro del collega giapponese Hirokazu Kore'eda, che tra l'altro il giovane regista italiano classe 1989 è riuscito anche a incontrare nelle giornate veneziane. Due persone di generazioni diverse e con background giocoforza differenti avranno tuttavia trovato terreno fertile nel confronto sul piano strettamente cinematografico.
Anche I figli della scimmia è infatti in fondo a suo modo un "Ritratto di famiglia con tempesta", per citare il titolo di uno degli episodi più felici della filmografia del giapponese, anche se i protagonisti della pellicola italiana si muovono in questo "sturm und drag" esistenziale con l’invidiabile compostezza dei violinisti di Titanic. A Kore'eda e agli altri idoli asiatici Landucci "ruba" con intelligenza il calore nel racconto ma anche la scelta di non dividere manicheamente buoni e cattivi, oltre a una apprezzabile abilità nel raccontare giovani e giovanissimi (si pensi in questo senso a quanto risalti la figura di Giacomo, il figlio "diviso" tra il padre Roberto e lo zio Dario, interpretato dall'esordiente Tancredi Naldini).
Osservazione partecipata della destrutturazione di un mito
Il background documentaristico di Landucci emerge chiaramente soprattutto nella prima ora di film, quando il regista adotta uno sguardo osservativo pieno di affetto e sincero interesse nei confronti dei protagonisti. Come tutte le opere prime anche I figli della scimmia è d'altra parte uno spazio abitato a pieno dal suo regista, che mette davvero tutto se stesso nel film, persino il suo passato da atleta. Lo sport è infatti fondamentale per il personaggio di Dario, un ex campione di motocross che nel tornare a quel primo amore trova una valvola di sfogo fondamentale.
L'attore che lo interpreta, Riccardo Scamarcio, ha portato meritatamente a casa l'unico premio italiano di questa edizione della Mostra proprio grazie al suo coraggioso lavoro: la star infatti non ha avuto paura di destrutturare la sua immagine da sex symbol, a partire dalla scelta di adottare quasi un taglio militare. Una scelta che ha ovviamente una sua ragione filmica, servendo quasi a suggerire che abbia rinunciato alla sua vanità per "entrare in trincea", occupandosi a pieno della famiglia e del figlio disabile.
Una generazione che ha rinunciato a "uccidere il padre"
I figli della scimmia già nel titolo evidenzia un legame con la favola di Esopo in cui la scimmia appunto preferisce un erede all'altro. Eppure, in una pellicola così realistica, inevitabilmente le cose si fanno più sfumate. Non c'è niente della radicalità di un altro grande esordio del cinema italiano, quel I pugni in tasca di Marco Bellocchio, anche se Landucci decide anche lui di raccontare una famiglia piena di fragilità. Ma se il protagonista del film di fine anni Sessanta adottava una soluzione estrema, arrivando addirittura a eliminare fisicamente i membri più deboli del suo nucleo, qui nessuno viene lasciato indietro (pur senza scadere mai nel pietismo). Questo tuttavia non viene fatto intendere per farci credere che siamo diventati una società migliore negli ultimi decenni, sarebbe ingenuo pensarlo.
Semplicemente nella pellicola (che pure sfrutta un attore molto caro a Bellocchio come Russo Alesi) il tono è diverso. Lo è perché la generazione è diversa. Noi nati negli anni Novanta non abbiamo introiettato "l'uccidere il padre" (metaforicamente) come un passo necessario nel nostro processo di crescita. Un po' per scelta e un po' per costrizione non abbiamo mai praticato il distacco e raccontarlo con la veemenza di un giovane Marco Bellocchio apparirebbe posticcio soprattutto in un film così compiutamente sincero.
Landucci questo lo sa e infatti preferisce mostrarci padri in difficoltà, padri che si mettono in discussione da soli e che magari finiscono anche per cambiare con il tempo che gli si concede. Il patriarca della famiglia, interpretato da Luigi Diberti, si è fatalmente ammorbidito negli anni anche con quei due figli che ancora ne percepiscono l'autorità del passato. Una coppia di fratelli che ancora non sa se prendere il padre ad esempio come genitore o piuttosto distaccarsene.
Tutto un equilibrio sopra la follia
In una scena vediamo Dario insegnare al nipote come stare in equilibrio sulla sua moto. Un momento che ha un grande significato metaforico, in quanto quello che Dario ma anche suo fratello Roberto cercano di fare è proprio quello: mantenersi in piedi, senza cadere o anche solo pendere troppo da un lato. Lo sport, nello specifico il motocross, diventa quindi il momento per cementare un rapporto dai tratti paterni che fa fatica a evolvere esplicitando in maniera diretta i grandi temi. Seguire una partita, andare in montagna, condividere la passione per i motori... Sono tutti passepartout attraverso cui la figura genitoriale maschile (o chi ne fa le veci) riesce a entrare in connessione con il figlio maschio, nel film come nella vita reale.
Tutto in un poster dei Radiohead
Dario, non potendo costruire con il figlio disabile questo corpus di esperienze, fatalmente "sfrutta" il nipote per in qualche modo ridiventare padre e scoprire una nuova maniera per sentirsi genitore. Ma non sono cose che il personaggio esplicita a parole, come si fa nei film deboli. Di fatto non abbiamo accesso diretto ai pensieri dei personaggi perché non è necessario. Ne cogliamo il background semplicemente vedendoli interagire all'interno dello spazio. Vedere Scamarcio fermarsi davanti al suo vecchio poster dei Radiohead in cameretta basta per suggerirci che ragazzo è stato: quel Tom Yorke che faceva il dito medio al mondo era lui, prima che il mondo gli imponesse di dare un taglio ai capelli e ai moti ribelli.
Nella casa famigliare sentiamo poi il padre dei due fratelli parlare della costruzione di una piscina, uno spazio artificiale e simbolico in cui immergersi. Un'impresa che tiene vivo quest'uomo anziano, rendendo la piscina in qualche modo simile a quella ringiovanente di Cocoon.
Intimità senza ipocrisie
Seguiamo tutti questi momenti per loro natura intimi attraverso un'inquadratura stretta che ci porta a stringerci ai personaggi in un abbraccio necessario per quanto non salvifico. Anche se poi Landucci stesso spiega di vederla diversamente in un'intervista per Film Tv: "Insieme al direttore della fotografia Guido Michelotti ho scelto una pellicola 16 mm e un 4:3. Ho voluto quel formato perché ti consente di stare distante, ma al contempo di isolare il personaggio". Il regista ha avuto esperienza come assistente di Luca Guadagnino e quindi più o meno consciamente prova a ritrovare quello sguardo tipico del maestro.
Tuttavia in I figli della scimmia i personaggi sono troppo veri e autentici per ribellarsi alla pretesa di tenerli a distanza di sicurezza. Non si può non creare empatia per questi esseri umani così poco ipocriti, incapaci di nascondere che quella disabilità incarnata da Enrico (il figlio di Dario), rappresenti per loro una sorta di "lutto per il figlio immaginato". Un retrogusto amaro che arriva forte al palato, anche grazie alla scelta del film di presentare una disabilità più rara, grave e sfidante di quelle che siamo soliti vedere raccontare (anche per comodità) al cinema: Andrea Aggio, che interpreta Enrico, è infatti affetto da una paralisi celebrale infantile che porta il film a plasmarsi su di lui e non viceversa.
Lacerarsi e rigenerarsi
I figli della scimmia recupera la lezione di Le chiavi di casa di Gianni Amelio, spogliando la disabilità del melodramma stucchevole. Il figlio da accudire qui è una parte della vita come un'altra: non c'è spazio per il porno aspirazionale o per la glorificazione dell'abnegazione genitoriale tanto ricercata nella nostra fiction più deteriore. La disabilità qui è una condizione da accettare senza ricercare il pietismo, in un film che sfrutta di fatto anche l'handicap fisico come una lente attraverso cui leggere le aspettative di un genitore. Perché in fondo i figli della scimmia è interessato in primis a questo: a esplorare i rapporti famigliari con il taglio documentaristico proprio di chi vuole dimostrare come certi legami siano tanto elastici quanto capaci di lacerarsi e rigenerarsi ciclicamente nel tempo.
