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Ecco the Dolphin: la storia di un eroe impossibile e indimenticabile

Dai Pink Floyd agli studi di John C. Lilly, come un delfino salvò la Terra.

Ecco the Dolphin: la storia di un eroe impossibile e indimenticabile

Mentre il mondo scopriva gli sparatutto in prima persona con Wolfenstein 3D, nel mezzo della mania per Super Mario Kart, a bocca aperta di fronte allo spettacolo tecnologico di Art of Fighting per Neo Geo… su Mega Drive nasceva il più improbabile degli eroi. Il delfino Ecco.

Pur in un periodo, i primi anni novanta, in cui l’universo dei videogiochi si scopriva generosissimo col genere animale, Ecco the Dolphin rappresentò comunque un unicum. Il suo protagonista, appartenente alla famiglia dei tursiopi comuni, era ben lungi dal venir riproposto con la classica antropoformizzazione che aveva già dato forma (giocabile) a porcospini, elefanti, formiche o scoiattoli.

Ecco era in tutto e per tutto un “vero” delfino. Non correva sulle pinne, non si affidava a impossibili smorfie, non aveva in dotazione cappellini od occhiali da sole. Quello sotto il controllo del giocatore era di fatto un delfino. Nel suo habitat più naturale: il mare.

La coreografia e l'eleganza dei movimenti sono stati uno degli elementi vincenti di Ecco the Dolphin.

La scelta del team di sviluppo, Novotrade, e del responsabile di progetto Ed Annunziata, si mosse quindi in totale controtendenza rispetto alle usanze del tempo. Un rischio e una scommessa che pagò e pagò bene. I meriti vanno anche a Sega, che credette a sufficienza nel progetto al punto da renderlo uno dei giochi di punta dell’annata ‘92/’93. Sarà stato il momento di grazia vissuto dalla console che ospitava Ecco, il Mega Drive, oppure la semplice qualità dell’avventura sottomarina… o forse l’unione di entrambi gli elementi, ma sta di fatto che Ecco the Dolphin fu un successo.

Il gioco prese la forma di un’avventura tutta esplorazione, agghindata con una colonna sonora ipnotica e sospesa tra il rilassante e l’inquietante. A Ecco l’obiettivo di scoprire dove fosse finita l’intera fauna marina, aggirandosi per i fondali e uscendo indenne dai dedali costellati di coralli e grotte segrete. Al giocatore le sole possibilità di muoversi con l’eleganza di un delfino e di affidarsi al sonar per avere un riscontro sulla mappa di gioco e per interagire con i pochi elementi non ostili. Senza mai dimenticarsi di tornare in superfice per recuperare aria.

Ecco the Dolphin era e rimane un gioco fuori dal tempo, con un ritmo differente rispetto a quello dei suoi coscritti, da cui si distanzia anche per il livello di difficoltà ancora più severo ed esigente. Secondo le testimonianze di Annunziata, l’idea era di allontanare il rischio che il gioco venisse noleggiato (pratica assai comune all’epoca) e concluso in un weekend.

Dei grossi cristalli con cui "parlare", tra i pochi elementi amici per Ecco.

Nell’elaborazione dello stile e del tono di Ecco the Dolphin una buona dose di influenza va ricercata nella cultura psichedelica dei Pink Floyd, amatissimi da Annunziata fino a replicare il nome di una canzone nel titolo di un livello, quanto negli studi sulle sostanze psicoattive del neuroscenziato John Cunningham Lilly.

Il delfino, alle prese con quello che si scopre presto essere stato un attacco alieno, diventò velocemente uno dei portabandiera del Mega Drive. Negli anni successivi, al di là delle tante conversioni (anche per PC), ci sarebbe stato spazio per un paio di seguiti, l’ultimo arrivato a graziare l’ultima e sfortunata console di Sega. Era il 2000, era il Dreamcast ed era un altro spettacolo, questa volta incapace di sfondare al botteghino.

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