La recensione invitante

"The Invite" racconta la depressione piccolo borghese che ammazza anche il sesso

Olivia Wilde torna alla regia con la versione hollywoodiana di un'opera che vanta già "numerosi tentativi di imitazione", aggiungendo al corpus originale una robusta dose di eros e un bel po' di humor in più

di Manuel Santangelo
29 Set 2026 - 11:15
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Immaginate un universo parallelo in cui Claudio Bisio e Seth Rogen finiscano per condividere parte della carriera. Chi non vorrebbe vedere il nostro orgoglio nazionale partecipare a commedie irriverenti come Suxbad o a biopic come quello di Steve Jobs mentre l'americano famigliarizza con l'Oscar grazie a Mediterraneo e fa magari pure il capocomico a Zelig? Sembrerebbe uno scenario quasi distopico. Eppure questi due mondi lontanissimi, che appare difficilissimo veder interagire, presentano un punto di contatto nella loro filmografia: sia l'italiano Vicini di casa che l'americano The Invite sono infatti remake della medesima storia, la commedia spagnola Sentimental, portata a sua volta prima a teatro e poi al cinema. 

Invito a cena con diletto

 Considerando che un simile spunto ha poi dato adito a diversi altri rifacimenti, arrivando persino in Corea, sembrava impossibile ormai poter tirare fuori qualcosa di interessante e inedito da questa banale vicenda che metteva al centro il confronto tra due coppie molto diverse. Eppure Olivia Wilde, regista e attrice della versione made in Hollywood con Rogan e Penelope Cruz nel cast, non si è arresa, trovando proprio con The Invite un'ennesima nuova chiave per estrapolare qualcosa di buono da questo "invito a cena con diletto".

Tanto di una "Wilde Life"

 Wilde è arrivata a occuparsi di questo film dopo aver diretto il controverso Don't Worry Darling, un lavoro molto discusso soprattutto per ciò che era accaduto sul set. Non è quindi azzardato ipotizzare che The Invite sia in qualche modo figlio anche di quella lavorazione turbolenta, che mise la regista nell'occhio del ciclone persino per la sua vita privata. Un'esperienza forte, che l'ha influenzata per sua stessa ammissione quasi al pari di quel divorzio consumatosi ai tempi del Covid. Una separazione arrivata dopo mesi rinchiusa in casa con l'ex marito, in un'atmosfera presumibilmente non troppo diversa da quella che si respira tra le quattro mura al centro di questa sua ultima prova davanti e dietro la macchina da presa.

Vestiti per il successo

  C'è insomma tanto di Olivia Wilde in quest'opera che giocoforza si regge su una regia molto teatrale, dove i movimenti possono essere anche rapidi ma sempre controllati. Il montaggio è serrato ma la camera fissa, per quanto si usi mobilio e specchi in modo egregio per dare "aria" ai personaggi. Personaggi che sono quattro: due coppie, una uccisa dalla routine e l'altra apparentemente perfetta e passionale fino al parossismo. Il film racconta il loro incontro/scontro anche attraverso i costumi: i padroni di casa vestiti di azzurrino e ocra (come le pareti) risaltano a loro modo smunti se messi a confronto con gli ospiti e i loro outfit neri e attillati. Un contrasto acuito dalla vivacità con cui vengono restituiti i colori, esaltati dalla scelta di girare tutto in pellicola 35 mm.

Film da camera e dove trovarli

  Essendo per intero ambientato tra le stanze di una casa, The Invite si può definire senza possibilità di smentita un "kammerspiel".  Un film "da camera" che, come quasi tutti i migliori esponenti di questo sottogenere, è d'altronde girato in ordine cronologico, con un tempo della storia che finisce per aderire per scelta quasi perfettamente col tempo del racconto. Non stupitevi  quindi se, alla fine della visione, avrete la sensazione di aver spiato una disastrosa serata durata appena un'ora e 47 minuti.

La particolare natura di The Invite fa nascere poi inevitabili  e immediati paralleli  con i più apprezzati esponenti del filone cui si inserisce, da Carnage di Polanski (di cui non ha però la cattiveria) al misconosciuto The Party (che ha dalla sua un inimitabile humor inglese). Senza dimenticare ovviamente Chi ha paura di Virginia Woolf?, che nasceva a sua volta come opera teatrale prima di trasformarsi in un film per il cinema. La pellicola di Olivia Wilde di fatto "ruba" a quest'ultimo illustre epigono l'incipit, facendo litigare marito e moglie sull'invito a cena. In generale in fondo stiamo parlando sempre di coppie che entrano in dialettica conflittuale tra loro. Una base narrativa cui ha attinto anche di recente tanto cinema italiano, si pensi a Perfetti sconosciuti (che ha anche lui tantissimi remake) o a I  nostri ragazzi di Ivano De Matteo.

Quest'ultimo film mette al centro l'elefante nella stanza, rappresentato spesso in queste storie dalla presenza/assenza dei figli. Sono loro in realtà, attraverso la loro lite, anche il McGuffin che fa partire Carnage. Ed è sempre un figlio mantenuto fuori campo il motivo per cui si tengono unite sia la coppia di Chi ha paura di Virginia Woolf? sia quella al centro di The Invite. Olivia Wilde impone infine allo spettatore di inserire nel parterre di riferimenti persino la commedia "alleniana", dedicando il film a quella Diane Keaton che è stata a lungo musa proprio di Woody Allen.

Le tematiche "wildiane"

 Pescando a piene mani da tanto cinema precedente, Wilde finisce alla fine per proporre un prodotto che non ha volutamente nulla di sorprendente o inedito. Questa non è e non vuole essere una commedia di rottura. Oltretutto, alla sua terza regia,  si iniziano ormai a delineare i temi cardine attorno a cui ruotano tutte le riflessioni proposte da Olivia in quanto autrice: come in Don't Worry Darling infatti torna anche qui la critica al patriarcato e alla borghesia, oltre che a un sogno americano di cui ormai non è rimasta che la scatola vuota della spinta consumistica. Quest'ultima d'altra parte può portare persino a spendere tutto in un arredamento asettico che trasforma case come quella di The Invite in sbiaditi showroom. Dopo il mezzo inciampo del precedente film, viene il dubbio che per sviscerare certi temi a Wilde sia più congeniale il registro della commedia, già sfruttato alla grande nello spassoso esordio Booksmart (da noi improbidamente tradotto come La rivincita delle sfigate).

Decostruzione della casalinga disperata

  La regista tuttavia non ha dimenticato di essere anche un'attrice valida, ritagliandosi qui il ruolo del personaggio per cui proviamo maggiore pietà tra i quattro. Pur sempre bellissima, qui Wilde fa di tutto per apparire come una donna sciupata e imbruttita da una vita senza scopo e da un'infelicità che prova a nascondere dietro la facciata piccolo borghese. La casa diventa quindi in un simile contesto il tempio laico per la religione consumistica, la valvola di sfogo possibile per il personaggio di Angela/Wilde solo grazie ai soldi che il marito guadagna (o che la famiglia del marito gli dà sottobanco, forse).

In questa dinamica, che squarcia il velo di Maya dietro la famiglia tradizionale, si nasconde forse una delle maggiori differenze tra The Invite e le varie altre rivisitazioni precedenti della storia. In Vicini di casa di Paolo Costella per esempio, il corrispettivo del personaggio interpretato da Wilde era la Federica portata sullo schermo da Vittoria Puccini. Una donna molto diversa, che soffriva piuttosto la differenza di età col suo compagno/mentore Claudio Bisio (un aspetto non presente in The Invite, dove Rogen e Wilde sono sostanzialmente coetanei).

La maschera di Rogen

 Olivia Wilde porta in scena un personaggio tutto suo quindi, inserendolo in un quartetto ben amalgamato proprio grazie alle loro differenze. La critica del New York Times Alissa Wilkinson non a caso ha adorato soprattutto il cast, evidenziando come sembri che a ciascuno degli attori "sia stato detto di trovarsi in un film leggermente diverso, al punto da farli influenzare a vicenda in un modo inaspettato e delizioso". Questo remake americano non obbliga le sue star ad adattarsi a un ruolo, preferendo piuttosto fare il contrario (in maniera d'altra parte molto hollywoodiana). Ecco quindi che il personaggio di Seth Rogen finisce per prendere i tic e le abitudini proprie della tipica maschera dell'attore, dalla risatina all'abitudine a farsi le canne. La pellicola presenta una mezz'oretta di scene in più rispetto all'originale, la maggior parte delle quali risultano utili in primis a far esplodere il talento comico proprio del cinico e goffo "uomo roganiano". Un cliché qui decisamente valorizzato da Wilde (che dalla sua esilarante comparsata nella serie The Studio si porta a casa l'attore e il direttore della fotografia).

L'umorismo di Rogen resta comunque sempre amaro, quasi europeo nel suo scadere spesso e volentieri nella tragicommedia. Questo perché l'attore deve dare sempre comunque il volto a un uomo estremamente realistico nelle sue frustrazioni, frustrazioni realistiche quanto quelle di sua moglie Olivia Wilde. Quest'ultina è una donna che si è lasciata portare dalla corrente e solo ora si rende conto di essere arrivata a un punto morto, soffrendo per questo. Il Joe portato sullo schermo da Rogan a sua volta sente che la moglie si è infilata in un vicolo cieco e questo non fa che aumentare anche la sua infelicità e in generale la conflittualità nella coppia. Entrambi alla fine in sostanza presentano i medesimi problemi di autostima e, forse anche per questo, si lanciano senza remore in uno scambio di coppia non appena questo gli viene proposto dalle prime due persone che sembrano finalmente apprezzarli.

La coppia perfetta

 A questi due sconfitti dalla vita (che tuttavia apparirebbero da fuori a chiunque quantomeno dei "perdenti di successo") il film contrappone infatti una coppia assai meno realistica, portata sullo schermo da due bellissimi come Penelope Cruz ed Edward Norton. I due danno vita apparentemente ad una di quelle relazioni perfette, in cui non manca la comunicazione e si è liberi di esprimersi anche sessualmente. The Invite gioca molto su questo, creando un contrasto ancora più forte che nelle altre versioni della storia, dove gli altri sembravano stare meglio ma senza somigliare mai a degli dei scesi in terra come accade qui.

Ci sono tanti specchi in The Invite, quasi a enfatizzare un gioco perverso in cui ognuno si riflette nell'altro, trovando tuttavia alla fine la propria immagine sempre deformata. Queste coppie si guardano (anche eroticamente) attraverso le finestre, quasi volessero ricordarci il voyeurismo insito nell'essere spettatori delle vite altrui. Alla fine qui la coppia "perfetta" scompare poi da un momento all'altro, autorizzando anche a credere che forse questi due vicini non siano mai esistiti davvero, se non nella mente di chi aveva bisogno di creare quella proiezione.

Un idillio che sembra finto

 La pellicola di Wilde si apre con una citazione di.... Wilde (Oscar stavolta): "Bisogna essere sempre innamorati. Questa è la ragione per cui non ci si dovrebbe mai sposare". Un assioma che sembra confermato in tutto il film dalla coppia Norton-Cruz, non a caso appena formatasi. Ma questo duo idilliaco appare dopo i primi minuti quasi troppo desiderabile per non apparire finto. Una sensazione che si percepisce ancora più forte quando si ha a che fare con il personaggio di Hawk/Norton, uno che non a caso si presenta con un nome strambo che si è scelto da solo e che discute sempre la sua identità con gli altri (al punto da correggere le persone quando lo definiscono "pompiere" e non "vigile del fuoco"). Edward Norton, con il suo viso su cui appaiono ormai chiari i ritocchi e le punture di botox, è quindi la scelta migliore possibile per dare un volto a Hawk, anche attraverso la sua faccia "nuova" e manomessa artificialmente.

La fascinazione e il sex appeal  che lo spettatore è portato a provare per Norton e Cruz è poi enfatizzata dal modo in cui le due star vengono riprese dalla macchina da presa. L'attrice spagnola in particolare è sempre in primissimo piano, con dei tagli che ne enfatizzano lo sguardo e le curve. Non solo, attorno a lei cambia anche la fotografia che si fa più calda, specialmente quando va a fare l'amore nello studio di Rogan (l'unico luogo che quest'ultimo possa chiamare realisticamente "casa".

L'Europa e il suo fascino eroticamente dominante

  La Pina di Penelope Cruz può metaforicamente rappresentare anche una certa superiorità europea e latina, cui gli austeri e repressi statunitensi dell'era Trump guardano ancora con sbigottito interesse. Lei porta il sesso, lei scardina i pregiudizi piccolo borghesi e lei è capace in una scena di chiarire il quadro, psicanalizzando di fatto tutti e tre i personaggi che le gravitano attorno. Proprio durante quel confronto tuttavia si evidenziano le prime crepe anche nel ritratto perfetto di questa coppia ispano-americana, che sembrava fino a quel momento uscita direttamente da un manuale su come amare. Crepe che fanno venire il lecito dubbio: questi due sono davvero felici o anche la loro è in fondo tutta una messinscena?

La risposta è nella musica

 In fondo tutto il film si racchiude nel saper elaborare al meglio le proprie pulsioni, siano esse generate dal desiderio sessuale o dalla passione per la musica. Rogen rappresenta al meglio quanto quest'ultima possa essere allo stesso tempo salvifica o condannante. Il depresso Joe non fa sesso con sua moglie e non vuole più ascoltare la sua musica, accettando consapevolmente di auto-castrarsi in questo modo due volte. Il personaggio si crogiola così in un fallimento che in realtà non sarebbe nemmeno tale, se non si ostinasse a guardare tutto attraverso le lenti di una società classista come quella americana. Una società che accetta tu possa "vivere di musica" solo se la componi o la insegni nel contesto giusto. Apponendo un simile filtro nemmeno avere una moglie, una bella casa e una bella famiglia sembra abbastanza per sentirsi soddisfatti, facendo scaturire una frustrazione che si può sfogare solo attraverso fastidi psicosomatici come un persistente mal di schiena. 

Punta sul mattone

 L'epilogo si fa positivo proprio quando, dopo l'ultimo chiarimento tra Rogen e Wilde, l'uomo riprende possesso della musica tornando a suonare quel pianoforte che rappresentava il suo blocco. Un'epifania cui la moglie Angela assiste (non a caso) da una finestrella, prima di decidere di accompagnarlo nell'esecuzione musicale che sfuma alla fine in un classico del rock folk. È un finale molto più hollywoodiano questo, pieno di speranza. Nella nostra versione Bisio restava al pianoforte solo (con Vittoria Puccini incazzata che restava ad ascoltarlo nell'altra stanza) incastrato a suonare un blues che sapeva di resa. Un'opzione che non è contemplata dalla coppia Rogan/Wilde, che si esibisce in una composizione destinata a sfumare in quel "Our House, it's a very very fine house", cantato da Cosby, Stills, Nash & Young sui titoli di coda. La differenza sta tutta qui: mentre gli europei investono nel sentimento, gli americani preferiscono buttarsi ancora sul mattone. E forse in fondo hanno ragione loro.

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