Un'estate spielberghiana

Da "Disclosure Day" a "La fine di Oak Street", il grande ritorno della fantascienza ottimista

Il genere sci-fi, ingabbiato negli ultimi anni in una spirale distopica e pessimista, sta riscoprendo la sua dimensione più giocosa e familiare in alcuni blockbuster dal sapore decisamente vintage

di Manuel Santangelo
04 Set 2026 - 08:00
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 © Ufficio stampa

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La fine di Oak Street è una madeleine proustiana di un'epoca passata, in cui fantascienza faceva rima con "meraviglia" e non per forza con "terrore per il futuro". Il film di David Robert Mitchell fa convivere i suoi protagonisti con un pezzo di preistoria atterrato nel loro quartiere, portando indirettamente anche gli spettatori a riconnettersi con un'altra era geologica della storia del cinema, in cui si respirava un'aria generalmente più ottimista.

Una nuova speranza

  In un contesto giovane come quello della settima arte infatti i decenni hanno un peso specifico diverso e l'atmosfera di un periodo può venire diluita piuttosto in fretta, fino a dissolversi. Eppure c'è qualcosa di ciclico nelle evoluzioni del medium, che finisce per tornare sempre in qualche modo "dove è stato bene". Ecco quindi che dopo anni di sci-fi distopici e pessimisti, spettro di una società in cui la tecnologia iniziava legittimamente a far paura, qualcuno ha iniziato a cambiare piano piano rotta. Gli ultimi mesi del 2026 hanno dimostrato come alieni, dinosauri e persino società post-apocalittiche possano essere affrontati con una prospettiva diversa, quasi positiva e di certo pregna di "una nuova speranza", per citare non a caso uno degli episodi più felici del franchise di Star Wars.

Tutto parte da Spielberg

  Fautore di questo punto di vista più "colorato" è stato sicuramente Steven Spielberg. Non è un caso che ormai con l'aggettivo "spielberghiano" si sia portati a indicare proprio quell'universo fatto di famiglie disfunzionali e grandi amicizie a fare da surrogato. Un mondo dove il fantastico viene umanizzato e normalizzato, al punto da rendere anche un bambino in bicicletta un grande eroe. Anche quando Spielberg racconta altri pianeti lo fa senza rinunciare a un sottostrato di certezze terrene che esiste già nel quotidiano, con il suo tessuto di valori e di mitologie condivise. Questo è il segreto di cult come E.T. o Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cui lo spettatore non si vede mai togliere la terra sotto i piedi, un universo filmico in cui il pubblico può orientarsi senza perdersi in cupe distopie pessimiste.

Incontri ravvicinati sempre piacevoli

 Sarebbe lecito pensare tuttavia che, alla soglia degli ottant'anni, anche un maestro come il regista di Salvate il soldato Ryan finisse per cambiare atteggiamento. Spielberg potrebbe cadere, come accaduto a tanti suoi colleghi, in uno spleen nostalgico tipico della terza età. Sarebbe lecito, se non fosse che il nostro sembri mantenere intatta la sua poetica soprattutto quando si riapproccia alla fantascienza. È vero, nella sua sterminata filmografia si trovano anche invasioni tutt'altre che pacifiche (come La guerra dei mondi) ma si tratta di episodi isolati. Per averne conferma basta assistere alla sua opera più recente, quel Disclosure Day uscito giusto un paio di mesi fa in sala, che sembra suggerire come quegli "incontri ravvicinati del terzo tipo" possano essere ancora affascinanti senza scadere nel terrore. In fondo la pellicola altro non è che un sequel spirituale quasi diretto del suo stesso capolavoro del 1974, terminando quasi allo stesso modo con una chiosa ottimista che invita al dialogo tra culture diverse.

Visti col cinismo di oggi certi finali potrebbero apparire quasi stucchevoli. Il protagonista di Incontri finiva per salire alla fine sull'astronave madre, dopo che umani e alieni avevano trovato nella musica un linguaggio comprensibile per tutti. Un ultimo atto ottimista al pari di quello di Disclosure Day, un film talmente ingenuo da credere che davvero tutti gli umani possano scioccarsi di fronte alle immagini delle torture subite dagli alieni. Un'utopia bellissima che si scontra tuttavia contro una realtà in cui giornalmente veniamo sovraccaricati di contenuti ben più scioccanti, sui media e sui social, senza venirne eccessivamente toccati. Forse il senso dell'intera operazione alla fine sta nell'ultima parola detta dalla protagonista, quel "ascolta" che pare quasi un'invocazione a un mondo sordo, in cui si sceglie di ignorare ciò che si ha intorno quasi per sopravvivenza.

La fine di Oak Street, un film di un'altra era

  A spingere Spielberg verso certe scelte drammaturgiche ha contribuito la sceneggiatura di David Koepp, lo stesso che col regista aveva contribuito a costruire il mondo di Jurassic Park. Qualche settimana dopo Disclosure Day quello stesso immaginario preistorico è tornato prepotente nel già citato La fine di Oak Street, un ricettacolo di suggestioni spilberghiane rielaborate da qualcuno che ha assorbito pesantemente quell'immaginario: il regista David Robert Mitchell in primis ma anche il produttore JJ Abrams. Non ci sono d'altronde solo i dinosauri a ricordare un certo cinema in quest'opera. Tirannosauri e velociraptor, per quanto "piumati" come da recenti scoperte paleontologiche, in fondo non si muovono sullo schermo in maniera diversa dai colleghi di Jurassic Park, rappresentando una minaccia primordiale da cui si può solo scappare. Ma sono solo la punta di un iceberg formato da tematiche prese di forza da un classico sci-fi per famiglie di qualche decennio prima. C'è la famiglia disfunzionale che impara a ricostruirsi mentre tutto attorno si distrugge e ci sono i ragazzini che spesso e volentieri sanno comprendere meglio degli adulti la minaccia, per esempio.

Ma non manca nemmeno quella periferia urbana che fa da sfondo a buona metà del cinema per ragazzi anni Ottanta, da Stand By Me ai Goonies. In fondo quella suburbia è l'unico punto d'incontro di tutta la cinematografia di Mitchell, un regista che al quarto film diverso forse non ha trovato ancora a pieno la sua identità. Di certo però il nostro ha capito dove pescare, visto che a un certo punto si vede addirittura la scena del gruppo di giovani amici in bicicletta, un cliché di tutto quel cinema saccheggiato in tempi recenti anche da altri prodotti dichiaratamente nostalgici come Stranger Things. Tutto per riportare un clima dal sapore vintage ma anche positivo, in grado di affascinare al contempo il giovane spettatore che ha l'età dei protagonisti e il genitore che rimmergendosi in quel mare ne esce rassicurato.

Un Ridley Scott famigliare

 L'ossessione per eccellenza del cinema hollywoodiano, quella della famiglia, in questo quadro riafferma il suo ruolo centrale. Anche quando questo nucleo non è che un surrogato, messo in piedi per non arrendersi alla desolazione circostante. Si veda in questo senso l'ultima opera di Ridley Scott, un altro mammasantissima che tuttavia in carriera ha toccato altissime vette senza mai piegarsi a una fantascienza confortante (da Alien a Blade Runner). The Dog Stars è una pellicola che gira intorno al concetto di famiglia, presentando di fatto una doppia figura paterna che fa da mentore ai due protagonisti. Nel film Josh Brolin e Guy Pearce, rispettivamente il compagno più anziano con cui vive il personaggio di Jacob Elordi e il padre di Margaret Qualley, appaiono volutamente quasi uguali anche nel look. Una scelta fatta per rimarcare le similitudini tra due uomini che non interagiscono per quasi tutto il film ma che in fondo sono perfettamente speculari.

Piano di ascolto

  Il rapporto quasi padre-figlio che si instaura tra due protagonisti estremamente differenti, non solo per aspetto, è infine un topoi rintracciabile anche in L'ultima missione: Project Hail Mary, il successo fantascientifico della primavera che affronta il viaggio nello spazio con toni quasi da commedia. L'alieno Rocky, con cui il personaggio di Ryan Gosling si trova giocoforza a interagire fino a creare un'amicizia, è anch'esso profondamente spilberghiano: una specie di E.T. che sogna di tornare a casa, stavolta senza telefonare prima. Non c'è nulla della profondità filosofica di altre epopee spaziali come 2001 o Solaris in questo lavoro che vuole rivolgersi a tutti, vuole essere smaccatamente un blockbuster con quell'ingenuità quasi commovente di qualche decennio fa, quando nessuno si vergognava di sognare il plauso collettivo di pubblica e critica. Oggi il mondo attorno è sicuramente meno "a colori" di quello che autorizzava tali ambizioni e probabilmente il sentire comune impedirà un ritorno dello sguaiato ottimismo anni Ottanta tout court. Ma il volano della nostalgia potrà aiutarci forse di nuovo a plasmare la fantascienza, per approcciarci finalmente a un futuro meno nero. In fondo il segreto sta tutto lì, nel non smettere mai di ascoltare, come suggeriva Emily Blunt subito prima dei titoli di coda di Disclosure Day.

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