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Il rapporto: i consumi delle famiglie italiane nel 2015

Nonostante un miglioramento rispetto al 2014, lo scorso anno tutte le voci di spesa dei nuclei familiari italiani sono state inferiori ai livelli del 2008

Il rapporto: i consumi delle famiglie italiane nel 2015

Pur non considerando il calo del potere d'acquisto, nel 2015 la spesa media mensile delle famiglie è stata notevolmente inferiore rispetto ai livelli del 2008 (-6,3%) e a quelli di dieci anni prima (-2,9%). Questo è quanto emerge dal Rapporto 2015 - I consumi delle famiglie della Filcams Cgil in collaborazione con l'istituto di ricerca Tecnè e la Fondazione Di Vittorio. Ma, oltre al valore medio della spesa, nell'ultimo decennio sono cambiati anche gli standard e le modalità di consumo.

Il rapporto: i consumi delle famiglie italiane nel 2015

Pur non considerando il calo del potere d'acquisto, nel 2015 la spesa media mensile delle famiglie è stata notevolmente inferiore rispetto ai livelli del 2008 (-6,3%) e a quelli di dieci anni prima (-2,9%). Questo è quanto emerge dal Rapporto 2015 - I consumi delle famiglie della Filcams Cgil in collaborazione con l'istituto di ricerca Tecnè e la Fondazione Di Vittorio. Ma, oltre al valore medio della spesa, nell'ultimo decennio sono cambiati anche gli standard e le modalità di consumo.

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Il rapporto rileva che lo scorso anno tutte le voci di spesa sono state inferiori rispetto ai livelli del 2008. Nel 2015 le famiglie italiane hanno speso mediamente 1.440 euro al mese per mangiare, le spese per l'abitazione e i pasti fuori casa (il 2% in meno rispetto al 2008), 264 euro per vestirsi, prendersi cura di sé e andare in vacanza (-18,5%), 293 euro per muoversi in città, viaggiare e comunicare (-9,6%), 126 euro per le cure mediche, l'istruzione e l'informazione (-10%) e 208 euro per le altre spese (-9,6%). Difficile sorprendersi, però.

Del resto la crisi economica ha indotto molte famiglie italiane a ridurre i consumi e a modificarne gli standard, sia per quanto riguarda la spesa alimentare – il 57% dei nuclei familiari ha dichiarato di averne ridotto la quantità e/o la qualità – che quella non-alimentare: in questo caso, la quota di chi ha ridotto la quantità e/o la qualità tocca il 72%. Piuttosto esigue le quote delle famiglie che hanno migliorato gli standard qualitativi e quantitativi della spesa alimentare (7%) e non-alimentare (5%).

Secondo il rapporto, inoltre, il 29% delle famiglie sostiene di non essere riuscito a soddisfare i bisogni reali (mangiare, vestirsi, curarsi, pagare l'affitto o il mutuo, pagare le utenze, mandare i figli a scuola…) nel 2015. Ma molto dipende anche dal reddito disponibile: il 50% delle famiglie con un reddito netto disponibile fino a 1.500 euro mensili sostiene che i consumi sono inferiori alle reali necessità, mentre la quota scende al 23% tra i nuclei familiari che dispongono tra i 1.500 e i 2.500 euro netti al mese.

Costrette a risparmiare laddove possibile, le famiglie hanno effettuato i propri acquisti nei periodi in cui i prodotti erano in offerta o in saldo – l'80% dei nuclei familiari ha comprato prodotti in saldo o scontati, per un controvalore di circa 153 miliardi di euro –, su internet (18%) o prodotti usati da operatori economici (5%) e privati (2%).

La ricerca osserva che un'eventuale miglioramento delle attuali condizioni economiche delle famiglie non indurrebbe necessariamente quest'ultime a migliorare i propri standard di consumo. Se disponessero di maggiori disponibilità economiche, il 29% dei nuclei familiari ha ammesso che non modificherebbe né le strategie di acquisto né gli standard di consumo adottati in questi anni, con la quota che sale addirittura al 39% tra le famiglie appartenenti al ceto medio, mentre scende tra i nuclei familiari dei ceti più bassi che tenderebbero invece a compensare i deficit attuali.

Ciò induce ad ipotizzare che, se stimolati in modo opportuno da adeguate politiche di crescita dei redditi, i ceti bassi potrebbero offrire alla ripresa della domanda interna (e ai consumi, in particolare) un contributo più rilevante rispetto a quello dei ceti medio-alti.

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