L'intervista

Vincenzo Schettini: "L'IA la sfida più grande della scuola, ma senza pensiero critico i ragazzi rischiano di impoverirsi"

Professore dal 2007, Schettini è diventato popolare grazie alla divulgazione della fisica sui social. Racconta a Tgcom24 le sfide che le nuove tecnologie portano tra i banchi e non solo

di Matteo Bertolini
25 Set 2026 - 08:00
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Fisica e social sono stati il binomio vincente degli ultimi anni di Vincenzo Schettini. Il professore che, grazie al suo canale “La fisica che ci piace”, è diventato un fenomeno del web sarà ospite di Linus - Festival del Fumetto ad Ascoli Piceno. Sabato 26 settembre sarà sul palco del Teatro Ventidio Basso, prima in un incontro dedicato agli studenti delle scuole superiori e poi in un appuntamento aperto al pubblico, per raccontare come la scienza possa diventare linguaggio pop e virale. Un tema, quello del rapporto tra fumetto e altri linguaggi (letteratura, cinema, scienza, musica), al centro di questa edizione del festival.

Ma è l'occasione anche per fare il punto sull'anno scolastico appena iniziato: la sfida dell'intelligenza artificiale in classe, il rischio di un "impoverimento del linguaggio" tra gli studenti, le idee su come dovrebbe cambiare la scuola italiana. E, naturalmente, quel doppio ruolo di professore e content creator che gli ha portato milioni di follower ma anche qualche polemica di troppo.

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Professore, il tema di questa edizione di Linus è come il fumetto abbia influenzato campi apparentemente lontani, dalla letteratura al cinema, fino alla scienza. Lei ha reso la fisica "pop" attraverso i social: quanto il linguaggio visivo e immediato del fumetto ha in comune con il suo modo di fare divulgazione, e c'è un fumetto o un personaggio che l'ha ispirata da ragazzo?

Da ragazzo leggevo molto Topolino, so che sembra un po’ banale ma era la mia lettura. Ogni settimana compravo un nuovo numero e li ho praticamente conservati tutti. Mi ha ispirato la semplicità dei racconti, perché alla fine la costruzione della storia è sempre stata molto semplice: epilogo, fatto, situazione e risoluzione. Questo l’ho trasportato nel mio modo di insegnare fisica, perché il mio obiettivo è far andare i ragazzi a casa con delle informazioni chiare. Ovviamente devono sapere quello che si è fatto: la formula, le formule inverse, dove si deve applicare la risoluzione di un problema. E in questo, secondo me, un po' di Topolino c'è in mezzo. La semplicità dei dialoghi, l'essere molto immediato è un po' parte di me. 

Parlando di scuola, è appena iniziato un nuovo anno: che aria si respira quest'anno rispetto ai precedenti?

Naturalmente io le posso parlare della mia personale esperienza nell’istituto superiore in cui insegno. Siamo stati immediatamente coinvolti in un corso di formazione sull'intelligenza artificiale e questa è stata la novità di quest'anno. Non solo per formare i docenti per quanto riguarda l’uso della tecnologia, ma anche per le regole che bisogna seguire a scuola, perché naturalmente essendo un ambiente pubblico non puoi fare come ti pare. Però questa cosa mi ha colpito perché è chiaro che ormai volente o nolente l'intelligenza artificiale è entrata dappertutto. È normale che l'intelligenza artificiale rappresenterà una delle scosse sismiche più importanti dei prossimi anni che creeranno nuovi equilibri all'interno della scuola e che naturalmente anno dopo anno si deve adattare. Cioè deve guardare a questo mondo che si muove veloce, dove non si cambia una volta all'anno ma tre volte al mese.

Lei insegna dal 2007: cos'è cambiato davvero nei ragazzi che si siedono in classe rispetto a vent'anni fa? La tecnologia li ha resi più aperti o più chiusi nei rapporti?

Da quando i social, l’intelligenza artificiale, l’uso e abuso dei telefoni sono diventati parte della quotidianità i ragazzi sono molto più chiusi dal punto di vista dei rapporti umani. Perché alla fine è così: per comunicare basta un messaggio per risolvere qualsiasi cosa. Sia chiaro, non è che i ragazzi quando sono a scuola non parlano fra loro o non si relazionano, non sono diventati dei robot, ma sicuramente c’è più difficoltà nel relazionarsi a parole, a esprimersi. Lo vedo soprattutto nelle interrogazioni: rispetto a vent’anni fa il linguaggio si è impoverito. Di conseguenza, c'è meno capacità di esporre un argomento perché ormai si affida tutto alla macchina. Rispetto al passato è questa la sfida: portare i ragazzi a sviluppare una certa capacità di linguaggio che poi è fondamentale per tutto, soprattutto per il mondo del lavoro.

In una vecchia intervista ha parlato di "rischio suicidio mentale" per i ragazzi che si affidano completamente all'IA, deduco che la sua preoccupazione più grande sia l’impoverimento del linguaggio, giusto?

Era semplicemente una provocazione ma noi, come insegnanti, avremo sempre più responsabilità di insegnare ai ragazzi a sviluppare il pensiero critico. Questa è la nuova sfida della scuola: stimolare il pensiero critico e non far delegare tutto all'intelligenza artificiale. Non dimentichiamoci che gli adolescenti fanno domande anche personali all'intelligenza artificiale e questo è un po' preoccupante, perché dovrebbero sentirsi liberi a parlare con un amico, un genitore, un insegnante. Dovrebbero condividere il loro stato d'animo, soprattutto se in difficoltà, a un altro umano. 

Se iniziano fin da piccoli a delegare tutto all’intelligenza artificiale non saranno abituati alla ricerca e alla costruzione delle informazioni. Perché un conto è fare una domanda a un chatbot e avere una risposta puntata non verificata, un conto è fare una ricerca sito per sito e acquisire informazioni da più fonti, ancora meglio se in biblioteca. 

Lei stesso ha ammesso: "se fossi un ragazzo mi farei fare i compiti da ChatGPT". Come si convince un adolescente a non farlo, quando l'IA è a portata di mano?

Bisogna mettersi nei panni di chi ha la maturità da adolescente e non da adulto. Quest’anno vorrei impostare questo metodo con i miei ragazzi in cui, tramite l'intelligenza artificiale, possano costruire dei contenuti che vengano a esporre in classe, ribaltando anche il senso dei compiti a casa. Perché giustamente ora si possono fare con l’IA, ma io ti chiamo alla lavagna non per farmi vedere i compiti che hai fatto, ma per capire come ci hai ragionato sopra e come sai esporre i concetti teorici. Più si riesce a lavorare su questo in classe e meno potranno delegare all’intelligenza artificiale i compiti a casa. Poi si potrebbe parlare anche del fatto che ormai molti professori preferiscono lavorare meno in classe e assegnare molto più lavoro a casa…

A proposito di quest’ultimo passaggio, se Schettini domani diventasse ministro dell’Istruzione cosa farebbe?

Su questo ho le idee molto chiare, anche perché essendo docente conosco bene la realtà di noi insegnanti. Siamo dei professionisti che hanno un certo tipo di formazione, alcuni prima di insegnare fanno anni in azienda. Di conseguenza la maggior parte dei docenti che iniziano non vengono direttamente dal mondo scolastico e una volta che si arriva in questo mondo veniamo subissati da carte, burocrazia, compiti, interrogazioni, programmi e tecnologia. Fino a questo momento, purtroppo, si è investito sugli oggetti: schermi, Lim, computer e arredi. Se fossi a capo del Ministero investirei i soldi sul capitale umano, sugli insegnanti, chiedendo loro che formazione vogliono fare perché il mondo è pieno di opportunità per un professore che devono essere poi raccontate in classe. Faccio un esempio che ho provato sulla mia pelle: dieci anni fa ho fatto formazione al Cern, mi sono pagato viaggio, vitto e alloggio. Ho sfruttato semplicemente i giorni dei corsi di formazione che sono consentiti a noi docenti e quella settimana la mia vita è stata sconvolta, perché ho visto cose talmente belle e moderne di fisica che sono tornato in classe con un'altra carica, entusiasta. Oggi manca questo nelle mani dei professori: manca l'entusiasmo. Si è pagati pochissimo e si fa tantissima formazione a scuola sulle solite chiacchiere.

Ecco cosa farei se fossi Ministro: farei arrivare i fondi direttamente agli istituti, perché se quell’istituto ha un geologo che insegna scienze, il dirigente deve mandare quella persona a fare un viaggio di formazione pagando tutto, perché crede in lui ed è un professionista. È un investimento: lui va a scoprire, studiare cose nuove e torna in classe con un nuovo bagaglio e un nuovo tipo di entusiasmo da trasmettere agli studenti. Gli insegnanti sono la colonna portante del sistema scolastico e con il passare degli anni stanno perdendo sempre più credibilità. 

Il suo doppio ruolo da professore-content creator le ha portato tantissime soddisfazioni, ma in alcune occasioni si è dovuto difendere dalle critiche. Cosa consiglia ai giovani professori che vogliono seguire il suo esempio? Ci sono delle cose che non rifarebbe?

Intanto, a un giovane che vuole iniziare a fare un percorso da insegnante, direi semplicemente di seguire l'istinto. Grazie al mio istinto, quando ho cominciato a insegnare, ho capito che la scuola così com'era, era un po' limitante: pensavo di dover arricchire quello che facevo con un nuovo modo di insegnare che doveva possibilmente raggiungere qualcun altro e tutto ciò si è realizzato con la rete. Però mai avrei pensato di raggiungere milioni di persone, al massimo credevo di poter raggiungere qualche studente curioso. La popolarità ha i suoi pro e i suoi contro, sicuramente non vorrei stare male per quello che possono dire gli altri e ci sto lavorando. Rispetto l’opinione di tutti, ma non accetto chi attacca la mia persona in quanto tale. La critica, se costruttiva, mi fa solo piacere. Però, in alcune situazioni che mi sono capitate, è stata usata una narrativa tutta personale, tutta inventata, che non c'entrava niente con quanto accaduto. Ogni docente ha il suo metodo didattico e, forse, ai docenti del futuro direi di trovare un loro setting e di portarlo avanti. Bisogna costruirsi un abito su misura cercando di non pretendere che questo debba essere indossato da qualcun altro o che altri lo trovino bello: ecco su questo sono convinto bisogna trovare un proprio personale equilibrio.

Io spero anche che i professori del futuro possano far riscoprire agli studenti le biblioteche, gli hub di formazione e i centri di ricerca perché ce n’è bisogno, mi auguro, soprattutto, che la scuola diventi un luogo ancora più diffuso.

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