Cervelli italiani in fuga, 8 su 10 tornerebbero indietro per stipendi più alti e una maggiore valorizzazione del merito
I dati del Rapporto "Giovani Expat" del CNEL tracciano il bilancio di un’emorragia che tra il 2011 e il 2024 ha visto l’Italia lasciar partire 441 mila ragazze e ragazzi, spesso altamente qualificati, con una perdita di capitale umano stimata in 160 miliardi di euro
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Cosa serve davvero per convincere i giovani talenti italiani che lavorano all'estero a fare le valigie e tornare a casa? La risposta non risiede in generici appelli nostalgici né in semplici benefici fiscali, ma in una trasformazione profonda e strutturale del nostro mercato del lavoro. In cima alle ragioni della partenza, i giovani expat collocano infatti il livello insoddisfacente delle retribuzioni (giudicato determinante dall'88,4% degli intervistati), seguito da una cultura del lavoro percepita come arretrata (80,7%) e dalla scarsa valorizzazione delle competenze (74,6%). A ciò si aggiunge poi, soprattutto per chi è partito dal Sud, il peso del clientelismo (leggasi “raccomandazioni”) e dell’eccessiva burocrazia (48,5%).
A dirlo è il nuovo Rapporto del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL), intitolato "Giovani Expat. Come farli tornare" che, analizzato in maniera approfondita dal portale Skuola.net, offre una radiografia completa del fenomeno.
Nel frattempo, senza un cambio di passo, l'Italia rischia di cronicizzare un esodo che, dal 2011 al 2024, ha generato un saldo migratorio giovanile negativo di ben 441 mila persone nella fascia tra i 18 e i 34 anni, toccando nel solo 2024 il picco negativo di -61.064 giovani.
Il profilo degli “expat”: la fuga dei laureati e la disillusione femminile
Peraltro, entrando nello specifico dell'ondata migratoria (in uscita) più recente, ci si accorge che quest’ultima, a differenza di quelle del passato, si distingue nettamente per l'elevatissimo livello di istruzione dei suoi protagonisti.
La quota di giovani laureati che se ne vanno dall’Italia è progressivamente salita fino a toccare il 44,2%, a fronte di una presenza di “dottori” pari a solo il 19% tra i coetanei che rimangono in Italia. Un espatrio che, ormai, assorbe ogni anno il 10% dell'intera “produzione” nazionale di neolaureati.
Un altro tratto distintivo, poi, è la forte presenza femminile: le donne rappresentano il 46,6% degli espatriati e risultano mediamente più titolate dei colleghi maschi, in particolare tra chi parte dal Mezzogiorno. Le giovani laureate vanno all'estero per conquistare quella parità di retribuzione e di carriera che il mercato del lavoro italiano continua di fatto a negare loro.
Questa discriminazione si traduce, specialmente per le ragazze, in una marcata sfiducia verso il rimpatrio: il 9,5% delle donne emigrate dichiara che "non tornerebbe in Italia in nessun caso" (a fronte del 4,7% degli uomini), e il 38,6% delle ragazze si vede sicuramente all'estero tra cinque anni (contro il 25,3% dei maschi).
Come farli tornare: la ricetta tra stipendi, meritocrazia e opportunità
Ma il cuore dell’indagine è la parte che va a rispondere alla seguente domanda: “Quali fattori incentiverebbero un loro ritorno in Italia?”. E le risposte dei giovani expat sono chiarissime. La condizione giudicata in assoluto più rilevante riguarda l'innalzamento dei livelli retributivi, considerato "estremamente rilevante" dall'83% degli intervistati.
Subito dopo si collocano la richiesta di opportunità di lavoro adeguate alle competenze e ai titoli acquisiti (88%) e l'introduzione di una reale meritocrazia nelle valutazioni e nelle carriere (79%).
Mentre quando viene chiesto di indicare la singola priorità assoluta per favorire il rientro, è il 52,9% a indicare l'aumento dei salari, seguito dal 18,8% che chiede opportunità professionali all'altezza degli studi e dal 6,2% che mette al primo posto la meritocrazia.
Invece, gli incentivi fiscali ideati a livello istituzionale per stimolare il rientro, pur giudicati positivamente dal 75% dei giovani, vengono considerati semplici strumenti compensativi: gli “sconti” sulle tasse non bastano se non accompagnati da riforme strutturali dell'organizzazione aziendale e da buste paga stabilmente allineate agli standard europei.
Lo "scambio ineguale": l'anomalia dell'Indice ISFM
Tutto questo si innesta in un quadro che smentisce l’idea che l'emigrazione italiana rientri in una fisiologica circolazione di talenti tra Paesi avanzati. A tal proposito, il CNEL ha elaborato il cosiddetto Indice Sintetico dei Flussi Migratori (ISFM), che rapporta i giovani italiani che emigrano verso un Paese sviluppato ai giovani di quel Paese che si trasferiscono in Italia.
Ebbene, il valore medio dell'ISFM per l'Italia è pari a 14,5: significa che per ogni 14,5 giovani italiani che partono verso un Paese avanzato, ne arriva in Italia soltanto 1. Si tratta di un'anomalia unica in Europa, dove per Germania (1,0), Spagna (1,1), Francia (0,8) e Regno Unito (0,4) l'indice oscilla attorno all'unità.
Dagli incentivi al cambio di mentalità: la responsabilità delle imprese
Mettendo tutti questi elementi a sistema, il Rapporto CNEL lancia un messaggio chiaro alle istituzioni e al mondo produttivo. Le politiche per il rientro dei talenti non possono essere delegate a sussidi a pioggia, ma richiedono un radicale rinnovamento delle governance aziendali.
Le imprese italiane sono chiamate a superare i modelli organizzativi padronali per adottare stili di gestione manageriali basati sulla valutazione dei risultati, sulla flessibilità, sulla trasparenza retributiva e sulla valorizzazione dei giovani.
Soltanto abbandonando la competizione al ribasso sui costi e puntando sull'economia della conoscenza, secondo il CNEL, l'Italia potrà trasformare l'esodo dei propri giovani in una circolazione virtuosa di competenze, tornando a essere un Paese in cui studiare e costruire il futuro sia finalmente conveniente.
