LAUREATI CHE VANNO, LAUREATI CHE RESTANO

Fuga dei cervelli, gli stipendi più alti del 60% alla base del mancato ritorno. Ma l’Italia attrae i laureati stranieri: oltre la metà resta

Il Rapporto AlmaLaurea 2026 rivela le due facce della mobilità accademica: se per il 70% degli “emigrati” il rientro in patria è un miraggio, il nostro Paese scopre una forte capacità di trattenere i talenti internazionali che scelgono i nostri atenei

03 Set 2026 - 17:26
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La mobilità dei nostri “dottori” delinea uno scenario complesso in cui l'Italia recita la doppia parte di Paese "donatore" di talenti e di inatteso bacino di accoglienza per le risorse estere. I dati del Rapporto AlmaLaurea 2026 sugli esiti occupazionali dei laureati - evidenziato nei suoi tratti salienti dal portale Skuola.net - rivelano, infatti, una realtà a due velocità.

Se la cosiddetta "fuga dei cervelli" italiani appare inarrestabile, spinta soprattutto da retribuzioni estere che superano quelle nazionali del 60%, questa trova un contrappeso nella stanzialità dei laureati stranieri formati nella Penisola, con ben il 56,2% rimane a lavorare in Italia a cinque anni dal titolo.

Dinamiche che, in ogni caso, sono influenzate anche dal percorso di studi svolto, dal background d'origine e genere, con le donne straniere che guidano il radicamento sul territorio italiano.

Ma andiamo per ordine. Ogni anno, migliaia di giovani lasciano l'Italia: questo è un fatto. I numeri sono chiari: tra i laureati del 2024 - quelli analizzati da AlmaLaurea per la realizzazione del suo focus sul tema, allegato al Rapporto 2026 - si stima un flusso in uscita verso l'estero di ben 7.800 unità a un anno dal titolo.

A livello generale, a dodici mesi dalla laurea, lavora oltreconfine il 3,0% dei laureati triennali e il 5,4% di quelli magistrali. Percentuali che, a cinque anni dal titolo (prendendo a riferimento i laureati del 2020), salgono rispettivamente al 5,1% e al 6,3%.

La fuga d'oro: all'estero si guadagna il 60% in più e il rientro è un miraggio

La spinta che porta i laureati italiani a varcare i confini è, come detto, anzitutto economica. AlmaLaurea mostra un divario retributivo netto: a un anno dal titolo, chi lavora all’estero percepisce in media 2.290 euro netti al mese, contro i 1.452 euro di chi resta in Italia (+57,6%). Una forbice che si allarga a cinque anni, arrivando a un +59,9% con buste paga medie di 2.941 euro mensili oltre confine a fronte dei 1.840 euro racimolabili sul territorio nazionale. Inoltre, l'estero garantisce tempi di inserimento nel lavoro più rapidi (5,7 mesi contro 6,7).

Basterebbero questi dati per spiegare perché l'emigrazione sia una scelta a lungo termine. Interrogati sulla possibilità di tornare, il 37,0% dei laureati italiani all’estero definisce tale scenario "molto improbabile" e il 31,5% "poco probabile": per quasi sette laureati su dieci (68,5%), il rientro entro cinque anni è dunque un miraggio. Solo il 15,4% ritiene il rientro “molto probabile”, mentre il 15,7% non si esprime.

Anche le ragioni dell'addio sono chiare: il 29,8% degli emigrati è partito per la mancanza di opportunità di lavoro adeguate in Italia, il 29,1% per aver ricevuto un'offerta interessante da aziende estere, e l’11,5% per la carenza di fondi per la ricerca in Italia.

L’altra faccia della medaglia: l’Italia trattiene i talenti stranieri

Dall’altro lato della medaglia, se la fuga dei neolaureati italiani è una ferita aperta, il sistema universitario mostra parallelamente un'insospettabile capacità di ritenzione dei cittadini stranieri che compiono nel nostro Paese il percorso accademico. A un anno dal titolo “italiano”, il 67,9% dei laureati stranieri con diploma estero sceglie di rimanere a lavorare in Italia, quota che a cinque anni si attesta al 56,2%.

Questo flusso di permanenza è guidato in larga parte da una forte componente femminile. Se a un anno dal titolo non si registrano differenze significative tra i generi, a cinque anni emerge un divario netto: gli uomini stranieri scelgono più frequentemente l'emigrazione o il rientro in patria (lavora all'estero il 47,3% di loro), mentre le donne mostrano una spiccata tendenza alla stanzialità. Solo il 38,5% delle laureate straniere lavora fuori dall'Italia a cinque anni, il che significa che oltre il 61% preferisce stabilizzarsi nel nostro mercato del lavoro, riducendo la mobilità una volta inserita nel tessuto italiano.

L'identikit di chi parte: i fattori che incentivano la "fuga"

Tornando ai nostri “cervelli in fuga”, l’analisi di AlmaLaurea consente di tracciare pure un identikit preciso di chi sceglie la via dell’estero. Si tratta dei profili accademici più brillanti: lavora all'estero il 5,6% dei laureati con voti d'esame più elevati (contro il 3,4% di chi ha voti inferiori), e il 5,0% di chi si laurea in corso (o con al massimo un anno di ritardo rispetto al piano di studi) rispetto al 2,4% di quanti ci mettono più tempo a conseguire il titolo.

Inoltre, chi ha studiato per un periodo all'estero durante l'università - partecipando, ad esempio, al programma Erasmus - mostra (a cinque anni dalla laurea) una propensione a lavorare oltreconfine del 13,0% rispetto al 2,8% di chi non ha mai viaggiato.

Sulla scelta di partire, però, pesano anche la provenienza geografica e l'estrazione socio-culturale. Emigrano soprattutto i laureati del Nord (6,1% a cinque anni contro il 2,1% del Sud) e chi ha alle spalle famiglie con genitori laureati (5,6% degli italiani e 42,6% degli stranieri). Chi proviene da contesti meno scolarizzati tende, invece, a rimanere in Italia per lavoro.

Mentre analizzando le lauree che predispongono di più alla “fuga”, in testa troviamo soprattutto quelle delle aree tecnologiche: a cinque anni lavora all'estero il 13,0% dei laureati in Informatica e ICT, il 10,3% dei dottori in ambito Scientifico e il 9,0% in Ingegneria industriale.
I laureati stranieri che rimangono in Italia, invece, appartengono principalmente a settori strategici per il nostro welfare, come l'area Medico-sanitaria e Farmaceutica (dove resta il 73,6% a cinque anni) oppure quella di Architettura e Ingegneria civile (68,5% di stanzialità).