A vent'anni dalla morte

Carlo Acutis arriva in tv, il regista Campiotti a Tgcom24: "Piace perché è un Santo moderno, in jeans e scarpe da ginnastica"

"Il mio nome è Carlo", la storia del giovane canonizzato da Papa Leone XIV un anno fa, andrà in onda il 27 settembre in prima serata su Canale 5

di Marta Di Donfrancesco
23 Set 2026 - 13:03
SeguiLogo Tgcom24suSeguici su
 © Ansa

© Ansa

Un adolescente come tanti, ma al contempo un ragazzo che è stato "originale, non fotocopia" per tutta la sua vita. A renderlo tale è stata la fede, quella che lo ha chiamato a sé da bambino e che non lo ha lasciato mai più. Carlo Acutis, diventato Santo il 7 settembre 2025 (canonizzato da Papa Leone XIV) ha vissuto una vita apparentemente normale: bambino vivace, affezionato alla famiglia e agli amici, adolescente studioso e amante di informatica, videogiochi e calcio. Ma il suo mondo interiore era molto più ricco: l'amore per la religione cattolica, scoperto sin da piccolissimo, lo ha reso speciale. Suonava il sassofono e, ancora giovanissimo, insegnava catechismo ai bambini. Giocava a pallone con gli amici e, poco dopo, faceva volontariato alla mensa dei poveri. Una vita piena, finita però troppo presto: il 12 ottobre del 2006 Carlo muore, a soli 15 anni, a causa di una leucemia fulminante

La sua forza, che continua a far avvicinare giovani e adulti alla fede cattolica anche a vent'anni dalla sua scomparsa, non nasce da imprese straordinarie, ma da una scelta radicale e semplicissima: guardare ogni persona con amore. "Un Santo in jeans e scarpe da ginnastica", come lo descrive il registra Giacomo Campiotti, che racconta la sua storia nel tv movie "Il mio nome è Carlo" - coproduzione Rti-Movie Magic International in onda il 27 settembre in prima serata su Canale 5 poi disponibile su Mediaset Infinity. Insieme a i protagonisti Samuele Carrino e Lucia Mascino (Carlo da adolescente e sua madre nel film) Campiotti ripercorre il cammino umano e spirituale del giovane Santo, tra esperienze quotidiane, relazioni e una e il suo essere straordinario.

Google Preferred Site

Come mai ha scelto di girare un film proprio su Carlo Acutis?

In realtà mi è stato proposto e devo dire che mi ha colpito molto. Ho fatto tanti film sui Santi e ne vorrei fare degli altri, ma faccio sempre molta fatica a trovare qualcuno che li voglia produrre. In quest'occasione sono stato molto sorpreso e ho accettato, mi sono buttato a capofitto perché nel mio lavoro cerco di raccontare delle storie che portino un po' di luce. Non è stato facile trovare la chiave del film, perché nella sua vita non ci sono state delle cose particolarmente eccezionali. Io spero di essere riuscito a raccontare soprattutto due aspetti: quello del bambino collegato a qualcosa di magico, di speciale, e poi quello del ragazzo che accetta il sacrificio. Un ragazzo che ha solo 15 anni, che potrebbe essere molto arrabbiato e che invece accetta di morire in tre giorni in maniera serena. Quindi c'è il bambino, molto puro, molto aperto, curioso, che si innamora di Gesù: lo scopre da solo e lo porta in famiglia; e poi c'è il ragazzo che, con la sua morte, è come se sconfiggesse la morte stessa. È per questo che dico che il lavoro di Santo, Carlo, lo sta facendo adesso. È come se i miracoli li avesse fatti dopo, io direi quasi che li fanno i suoi fedeli: sono la sincerità, la profondità, la fede del devoto che danno il potere al Santo di fare il miracolo.

In effetti, la sua vita è stata molto semplice, priva di eventi eccezionali.

Esatto. Prima di girare il film ho fatto una ricerca enorme, ma non ho trovato grandi gesti o episodi. Sì, certo, ha aiutato un senzatetto o un prete a riempire la sua chiesa, ma non c'erano altre testimonianze. Però è stato sicuramente un ragazzo, buono, aperto a tutti, non giudicante, molto simpatico, solare, non omologato. Tutte le persone a cui ho raccontato del film me ne parlavano come se fosse il cugino, l'amico o il fratello. Lo trovo incredibile. Ha un'aura di sacralità che si discosta dall'immaginario classico che abbiamo. È un Santo moderno, in jeans e scarpe da ginnastica e proprio per questo ha una forza dirompente, anche scenografica.

Com'è stato incontrare e intervistare i suoi genitori?

Ho parlato molto con loro, soprattutto con sua madre, ma ho scelto di focalizzarmi sulla figura di Rajesh perché mi sembrava molto più originale. Lui era molto colpito da questo bambino che, come si vede nel film, era molto aperto nei suoi confronti, disponibile. Passava molto tempo con lui (è delle Mauritius) e con la sua comunità. Lo ricordano tutti come un bambino speciale. Una volta sono andato a casa di Chandra, il portiere di uno dei palazzi del quartiere, dove spesso Rajesh portava Carlo a mangiare, suonare e trascorrere il tempo con loro. Lì ho visto l'altare "contaminato" che ha ispirato una delle scene più dense di significato del film: c'erano Gesù e Sant'Antonio, ma anche diverse figure sacre indiane. E lì Carlo, tra tutti, sceglie Gesù. 

Qual è stata la scena che l'ha fatta emozionare di più?

Mi piace molto la scena all'interno della chiesa, insieme al prete. Lui a un certo punto gli dice: "Ti aiuto io a riempirla di nuovo". Mi piace la determinazione di questo bambino: molto dolce, ma anche molto forte. E poi c'è la madre, chiamata a questo mistero: vede la pietà con il Cristo morto e ha una sorta di premonizione di quello che capiterà a lei. 

Sente addosso una sorta di responsabilità per aver messo in scena una storia così carica di spiritualità?

Sì, sicuramente. Ho cercato di fare il mio meglio, ma anche di cercare di mantenere la verità. C'è molta letteratura su di lui adesso, molte cose che io non ho potuto verificare, quindi ho tentato di fare un film minimalista che parlasse di questo Santo molto vicino a noi per com'era davvero. D'altronde, è troppo facile mettere un Santo sull'altare e osannarlo per miracoli e gesti straordinari. Ma non funziona così: tutti siamo chiamati alla santità. Non dobbiamo considerarla come una cosa lontana: si pratica tutti i giorni essendo gentili con gli altri, attenti, generosi. Carlo ci fa capire che tutti possiamo diventare Santi, o quantomeno provarci. 

Cosa spera che il suo pubblico colga dal film?

Innanzitutto, la commozione, che si apra un po' il cuore. Poi, penso che nel suo piccolo possa far riflettere: Carlo non è uno sfigato, ma uno che si prende carico degli altri, aiuta amici e sconosciuti allo stesso modo. Spero di aver dato luce a un personaggio che ha fatto queste cose e che ci dice: "Chiunque può farlo". 

E lei, cosa ha imparato da Carlo?

Quello che mi piace più di tutto è il "non giudizio". La sua capacità di dire "ti capisco", non "ti giudico". 

Prossimi progetti?
Il mio sogno è girare un film su San Giuseppe da Copertino. Ho già pronto il copione: è una storia stupenda. 

Ti potrebbe interessare

videovideo