"Troppo brutti", uno studio spiega perché Van Gogh ha firmato solo il 15% dei suoi quadri
La sua firma "Vincent" è diventata nel tempo quasi un marchio, anche se in realtà l'artista olandese era piuttosto parsimonioso quando si trattava di autografare le sue opere. Ha apposto infatti il suo nome su appena il 15% dei propri quadri, gli unici che considerasse effettivamente validi
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Oggi quella firma è quasi un brand, riprodotto persino su souvenir e oggetti di consumo. Eppure Van Gogh non apponeva il suo iconico "Vincent" con leggerezza, al contrario. Quell'autografo nella sua riconoscibilissima grafia rappresentava infatti per l'artista olandese quasi un sigillo di qualità, la certificazione che quell'opera era sufficientemente valida e compiuta per essere ammirata e valutata da occhi estranei. La firma era, nella visione dell'artista, un gesto tutt'altro che banale. E sarebbe toccato alla fine solo a una parte infinitesimale del suo lavoro, almeno a giudicare dal fatto che appena il 15% dei dipinti ha finito per ricevere tale onore.
Van Gogh il perfezionista
Sfruttando anche l'ampio corpus di lettere scritte e ricevute da Van Gogh (a partire dalla corrispondenza col fratello Theo), la ricercatrice Julia Engelmayer ha ricostruito per il Van Gogh Museum di Amsterdam la storia delle firme in un articolo dal titolo piuttosto eloquente: Simply ‘Vincent’: An Overview of Van Gogh’s Signed Paintings. Un lavoro che arriva alla fine a ua conclusione piuttosto chiara: il nostro evitava di autografare tutte quelle opere che a suo dire erano ancora incomplete o semplicemente "brutte". Un giudizio tranchant che non dovrebbe sorprendere chi ha studiato un minimo il carattere dell'artista, sempre estremamente critico nei confronti del suo lavoro. Non è un caso che Vincent abbia iniziato ad attribuirsi le sue tele solo a partire dal 1884, ben tre anni dopo aver iniziato a dipingere a olio. Il vero punto di svolta in questo senso tuttavia coinciderebbe con l'arrivo del pittore olandese per eccellenza ad Arles, un periodo piuttosto felice in cui Vincent riuscì anche a essere un minimo più indulgente verso se stesso.
Una firma solo sul 15% delle opere
In quel momento della sua travagliata esistenza Van Gogh apprezzava la propria produzione. Un onore, quello di essere amato dal proprio creatore, che rimane tuttavia circoscritto a pochi suoi capolavori. Su 840 dipinti finora conosciuti, l'autore ne ha firmati soltanto 133. Una percentuale tutt'altro che bulgara che tuttavia non deve far perdere di vista la grandezza di quei lavori su cui persino l'occhio critico dell'olandese dovette arrendersi all'evidenza: si pensi ad esempio a I mangiatori di patate o a I girasoli, due capi d'opera che persino l'artista sarebbe stato felice di trovare nel museo che oggi porta il suo nome. In particolare Vincent considerava I mangiatori di patate il suo primo grande capolavoro, al punto da dedicarci settimane di lavoro. Un lungo processo creativo su cui scrisse la parola "fine" apponendo il proprio nome sullo schienale della sedia a sinistra, una firma ormai purtroppo resa quasi illeggibile dal tempo.
Scambi e regali
Vanno poi inserite nel conteggio delle opere autografate anche quelle che, per un motivo o per l'altro, il pittore fu costretto ad auto attribuirsi. Appartengono a questa categoria i dipinti che regalava a familiari e amici. Il motivo per cui La Pietà è uno dei pochi dipinti realizzati a partire da stampe altrui (nello specifico Delacroix) ad avere la celebre firma va ricercato proprio nella sua destinazione. Si trattava infatti di un regalo di Vincent a sua sorella Willemien. Esistevano poi lavori che non erano propriamente doni quanto piuttosto scambi compiuti con altri artisti. Si pensi in questo senso alla natura morta Tre paia di scarpe, elargita all'artista australiano John Peter Russell in cambio di una sua opera. Van Gogh autografò regolarmente questo capolavoro ma all'amico quella delicata auto-attribuzione dovette sembrare troppo poco, al punto da fargli decidere di aggiungere di suo pugno un altro "Vincent" scritto in stampatello, con la stessa grafia che lo stesso Russell userà poi per marchiare quello stesso anno il proprio ritratto del compagno di merende olandese.
Loving Vincent
Forse Russell aveva compreso anche più dello stesso amico la potenza di quel nome, "Vincent", che lo stesso Van Gogh aveva deciso di usare quasi come fosse un brand vero e proprio. La sua esperienza nel mercato dell'arte, risalente a prima di diventare famoso in prima persona come pittore, aveva infatti suggerito all'artista olandese di lasciare in secondo piano quel cognome così difficile da pronunciare. "Vincent" era più semplice e facile da ricordare a qualunque latitudine, motivo per cui il nostro decise di firmarsi sempre così, anticipando in qualche modo tutte quelle cantanti e quegli attori che diventeranno celebri secoli dopo solo con il loro nome di battesimo. E, a pensarci bene, quell'intuizione di marketing ante-litteram di Van Gogh non appare affatto campata in aria oggi, tra film (Loving Vincent) e canzoni (Vincent di Don McLean) di successo che omaggiano l'artista senza nemmeno bisogno di citarne il cognome nel titolo.
