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24.5.2010

Nicolini, un guerriero tormentato

A Tgcom racconta la sua "Fedra"

Massimo Nicolini è in scena al Teatro Greco di Siracusa nei panni del messaggero in"Aiace" ed è il protagonista maschile in "Fedra (Ippolito portatore di corona)". L'attore è stato riconfermato nel cast di quest'anno dopo il successo nella scorsa edizione della rassegna al fianco di Albertazzi in "Edipo a Colono". "Con il regista Rifici - spiega a Tgcom - presentiamo un altro Ippolito. Non il misogino, ma un guerriero in lotta con se stesso".

La tragedia di Euripide nasce dall'ira della dea, Afrodite verso il giovane Ippolito – figlio di Teseo e della Amazzone – che la rifiuta, proclamandola la peggiore delle divinità, onorando così solo Artemide. Dunque Afrodite si vendica instillando in Fedra, moglie di Teseo, la passione per il figliastro. La regina, dopo alcune reticenze, rivela i propri sentimenti alla nutrice che, pensando di aiutarla, viola la promessa di tacere e rivela ad Ippolito i sentimenti di Fedra. Il giovane fugge indignato. Per riacquistare l’onore perduto, Fedra decide di uccidersi. Ippolito dovrà poi fare i conti col padre.

Sfatiamo l'immagine di Ippolito "misogino"?
Direi di sì perché non lo è poi così tanto, come si crede. Con il regista abbiamo voluto porre l'accento sull'aspetto del guerriero, in quanto figlio di Teseo, ma anche sulla religiosità di questo ragazzo. Se ci pensiamo il fatto che adori solo Artemide, lo rende tra i primi monoteisti della Grecia.

Qual è la caratteristica dominante del personaggio?
Sicuramente Ippolito è in lotta con se stesso, ha dilemmi irrisolti ed ha un grande attaccamento verso il padre Teseo, come dimostra nella scena finale e tragica dell'opera. Dalla sua religione ne trae una grande forza e ne fa una scelta di vita. Non è un caso che la costumista Margherita Baldoni abbia creato un abito per me un vestito con l'armatura sopra e la gonna monacale per la parte inferiore. Comunque penso Ippolito sia dotato di contraddizioni e al tempo stesso sia un ragazzo molto forte.

Il testo adottato, tradotto dal poeta Sanguineti, non è dei più facili. Avete avuto difficoltà a portarlo in scena?
E' vero che abbiamo avuto poco tempo per provare la tragedia, più o meno tre settimane. Ma il regista è stato bravissimo perché ha colto subito in ognuno di noi le potenzialità per dare un valore aggiunto alla resa sul palcoscenico.

Nel tuo caso?
Metto molta energia quando recito. Refici è riuscito a capirmi e a far sì, rispettando i miei tempi, che questa energia si veicolasse verso i giusti binari per rendere al massimo il mio personaggio. Sento di essere molto cresciuto professionalmente, grazie anche a lui.

Cosa ti aspetta al termine delle rappresentazioni classiche?
E' da settembre che non mi fermo un attimo. Prima ho recitato con la compagnia del Teatro Stabile di Bolzano in "La professione della signora Warren” di George Bernard Shaw. Poi è stata la volta della messinscena con Maurizio Donadoni (presente sia in "Aiace" che "Fedra", ndr) nel suo "Il leone di Desio - Pio XI, un papa di fronte ai totalitarismi". Sicuramente poi porteremo "Aiace" e "Fedra" anche all'estero. Insomma mi sento molto attore-zingaro (ride, ndr).

Andrea Conti

(Foto tratta da "Fedra" di M.L. Aureli)

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