L'analisi di Intesa Sanpaolo

Export, il Made in Italy corre più di Germania e Francia: +53% in dieci anni, 216 miliardi in più

Tra il 2016 e il 2025 le esportazioni manifatturiere italiane hanno superato la crescita dei principali concorrenti europei. Bene anche i primi otto mesi del 2026 (+5%), ma energia e inflazione pesano sulle prospettive

08 Nov 2026 - 13:20
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Il Made in Italy guadagna terreno sui mercati internazionali e, nell'ultimo decennio, cresce più dei principali concorrenti europei. Tra il 2016 e il 2025, il valore delle esportazioni manifatturiere italiane è aumentato del 53%, contro il 33,3% della Germania, il 34,7% della Francia e il 51,4% della Spagna. A fotografare la performance dell'industria italiana è un'analisi di Intesa Sanpaolo, presentata da Gregorio De Felice, Chief Economist del gruppo, al Festival dell'Impresa di Bergamo. Una crescita che prosegue anche nel 2026, nonostante le difficoltà legate ai costi energetici e alle tensioni internazionali. Ma quali settori trainano le vendite all'estero e quali rischi minacciano la competitività delle imprese italiane?

L'export italiano cresce più dei concorrenti europei

 Il confronto con le altre grandi economie europee premia l'Italia. In termini di crescita percentuale a prezzi correnti, l'export manifatturiero nazionale ha superato quello tedesco di quasi 20 punti percentuali e quello francese di oltre 18 punti. Più contenuto il vantaggio sulla Spagna, che nello stesso periodo ha registrato un incremento del 51,4%.

Anche il confronto con il decennio precedente mostra un'accelerazione. Tra il 2015 e il 2025, le esportazioni italiane di manufatti sono aumentate in valore di 216 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 109 miliardi guadagnati tra il 2005 e il 2015. Nel solo 2025 le vendite all'estero del manifatturiero hanno raggiunto 611,4 miliardi, su un totale di 643,2 miliardi di esportazioni italiane.

Il rafforzamento della presenza commerciale all'estero emerge anche guardando agli ultimi venticinque anni. La propensione all'export dell'economia italiana, secondo i dati presentati da Intesa Sanpaolo, è passata dal 25,6% nel 2000 al 31,6% nel 2025. Una trasformazione alla quale hanno contribuito la qualità delle produzioni, gli investimenti nell'innovazione e il tessuto delle piccole e medie imprese, cui è riconducibile una quota prossima alla metà delle esportazioni nazionali. Va tuttavia precisato che gli incrementi riportati sono calcolati a prezzi correnti: misurano quindi la crescita del valore delle esportazioni, che risente anche delle variazioni dei prezzi, e non soltanto l'aumento delle quantità vendute.

Anche nel 2026 l'export tiene: crescono metalli e automotive, arretra il mobile

  Il commercio estero italiano continua a mostrare segnali positivi anche nell'anno in corso. Nei primi otto mesi del 2026, secondo l'analisi di Intesa Sanpaolo, le esportazioni complessive sono aumentate del 5% in valore rispetto allo stesso periodo del 2025. Il saldo commerciale ha raggiunto un avanzo di 34,7 miliardi di euro, grazie soprattutto al contributo dell'industria manifatturiera, che ha registrato un surplus di 82,9 miliardi, sufficiente a compensare il disavanzo energetico.

La crescita, però, non riguarda tutti i comparti allo stesso modo. A distinguersi è soprattutto la filiera dei metalli, con un incremento del 26,4%. Segue l'automotive, in progresso del 10,4%, mentre l'elettronica registra un aumento del 5,9%. In controtendenza il settore del mobile, che perde il 5,8%. Un quadro che mostra come, dietro il risultato positivo dell'export nazionale, convivano settori in espansione e produzioni che attraversano una fase più difficile.

Energia e inflazione, i rischi per l'industria italiana

 La tenuta delle esportazioni non mette al riparo le imprese dalle incertezze economiche. Tra i principali fattori di rischio individuati da Intesa Sanpaolo figurano i rincari energetici, l'inflazione e le tensioni geopolitiche, che possono incidere sui costi di produzione e sulla competitività internazionale.

Secondo le previsioni illustrate da De Felice, l'inflazione italiana potrebbe attestarsi al 3,3% nel 2026 e al 2,9% nel 2027. Dopo una prima metà del 2026 in cui il Pil ha mostrato una tenuta superiore alle attese, l'economia italiana avrebbe inoltre attraversato una fase di stagnazione durante l'estate.

Per continuare a competere sui mercati esteri, diventa quindi decisiva la capacità delle imprese di innovare. Nel periodo 2022-2024, il 69,2% delle aziende dell'industria in senso stretto ha svolto attività innovative. Un patrimonio che, secondo l'analisi, deve essere rafforzato attraverso investimenti in tecnologie e competenze.

La sfida dei nuovi mercati: dall'India al Nord Africa

  Oltre a innovare, le imprese italiane sono chiamate a diversificare le destinazioni delle proprie esportazioni, per ridurre l'esposizione alle difficoltà dei singoli mercati. Tra le aree considerate più interessanti figurano l'India, il Nord Africa e altri Paesi extraeuropei. "Negli ultimi venticinque anni l'Italia ha rafforzato significativamente la propria presenza sui mercati internazionali", ha osservato Gregorio De Felice, sottolineando come la competitività del sistema produttivo dipenda anche dal contributo delle piccole e medie imprese. Per il Chief Economist di Intesa Sanpaolo, in uno scenario caratterizzato da instabilità geopolitica e pressioni sui costi, sarà fondamentale "continuare a investire in tecnologia e competenze e diversificare i mercati di sbocco".
 

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