Poste Italiane punta Telecom: così la cabina telefonica "ritornerebbe" nella casella postale
Trent'anni fa cabine e lettere erano la "stessa" cosa. Poi i telefoni andarono da una parte, le lettere dall'altra. Adesso il mercato potrebbe riunirli di nuovo e il francobollo potrebbe "mangiarsi" lo smartphone
di Giuliana Grimaldi© Ansa
Il gettone per chiamare casa quando si era fuori, il francobollo per spedire una lettera o una cartolina dalle vacanze: sopravvivono nella memoria come reliquie di un passato che sembra lontanissimo e archiviato. Con il primo che è totalmente sparito, mentre il secondo sopravvive a malapena, risucchiato da una logistica postale tech, fatta ormai di codici a barre, notifiche in tempo reale, tracking satellitare. Dietro quegli oggetti di uso quotidiano si stagliavano due strutture enormi, due reti capillari che attraversavano il Paese da Nord a Sud, e sopra di loro un unico palazzo a Roma con lo stemma della Repubblica: il Ministero delle Poste e dei Telegrafi. Nel 1994 quel ministero cambiò pelle e nome e le due reti presero strade separate. Trent'anni dopo, se l'opas totalitaria da 10,8 miliardi andrà in porto, potrebbero tornare insieme.
L'offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata da Poste Italiane su Tim (10,8 miliardi di euro, un'operazione che mescola azioni proprie e contante) non è solamente un'operazione finanziaria, ma la conclusione di una storia italiana lunga tre decenni, fatta di privatizzazioni, scalate a debito, battaglie tra fondi e governi, e di una lenta, silenziosa inversione di ruoli tra due aziende nate dalla stessa radice.
Dalla stessa matrice ai destini opposti
Bisogna tornare al 1994, l'anno del grande riassetto: il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni avvia una metamorfosi irreversibile. Dalla fusione della storica Sip con gli altri rami del settore (Iritel, Italcable, Telespazio) nasce ufficialmente Telecom Italia, un gigante pronto a correre verso il mercato. Parallelamente, l'amministrazione postale smette i panni ministeriali per diventare l'Ente Poste Italiane (trasformato poi in Sp.a nel 1998). Due creature nate dallo stesso alveo istituzionale, ma con destini già divergenti: l'una ambiziosa e desiderata dai capitali privati; l'altra percepita allora come un fardello burocratico che nessuno avrebbe saputo come riformare davvero.
Telecom Italia viene privatizzata nel 1997, sotto il governo di Romano Prodi. È la più grande privatizzazione della storia italiana, un'operazione da circa 26mila miliardi di lire (oltre 13mila miliardi di euro) che arricchisce lo Stato e viene promossa dal mercato. Ci sono i piccoli risparmiatori che per la prima volta comprano azioni in banca, attirati da campagne pubblicitarie che promettono un futuro da azionisti. In pochi anni, quella promessa si rivelerà una trappola.
La storia di Tim
Il 1999 è l'anno della svolta, e non in senso positivo. Roberto Colaninno, alla guida di Olivetti, lancia una scalata ostile su Telecom Italia, sotto il governo D'Alema I. È la prima grande Opa italiana su un colosso nazionale, condotta interamente a debito. Olivetti, azienda di typewriter e personal computer in declino, acquista Telecom Italia indebitandosi per decine di migliaia di miliardi di lire. Il meccanismo è quello della scatola cinese: si usa la preda per ripagare i debiti contratti per comprarla. È un'operazione che lascia Telecom Italia con una montagna di passività e con una governance instabile.
Quella montagna di debiti non è mai stata davvero smaltita. Cambia la proprietà: arriva Marco Tronchetti Provera, poi i fondi, poi Bernabè, poi ancora altri; ma il copione resta lo stesso, una società che cerca di gestire reti costosissime in un mercato sempre più competitivo, con un bilancio appesantito da anni di manovre finanziarie. Nel frattempo il mondo cambia. Nascono i telefoni cellulari, poi gli smartphone, poi le piattaforme digitali. La banda larga diventa una priorità strategica nazionale. E Telecom Italia, che avrebbe dovuto guidare quella transizione, si trova invece a discutere di piani di ristrutturazione, tagli al personale, cessioni di asset, pezze da mettere sulle falle.
Nel 2015 arriva Vivendi. Il gruppo francese guidato da Vincent Bolloré accumula una quota rilevante in Telecom Italia e nel 2017 ne conquista di fatto il controllo. È l'inizio di una stagione di conflitti: con il Governo italiano, con gli altri azionisti, con il management. La partita più lacerante riguarda la rete fissa: la dorsale in rame e fibra che attraversa il Paese, considerata asset strategico dallo Stato. Per anni si discute di separarla dai servizi al cliente, di creare una società della rete unica. Se ne discute, appunto. Si fanno tavoli, si scrivono memorandum, si tengono conferenze stampa. Ma la rete non si separa.
Poi, nel 2023, la separazione avviene: NetCo, la società della rete, viene ceduta al fondo americano KKR per circa 22 miliardi di euro. Telecom Italia (che nel frattempo ha cambiato nome in Tim) resta con i servizi al cliente, con il brand, con i dipendenti, con i debiti. È una Tim svuotata, alleggerita sì dal peso dell'infrastruttura, ma anche privata della sua ragion d'essere.
La storia di Poste Italiane
Mentre Telecom Italia proseguiva nella perdita progressiva di valore e nell'accumulo delle passività Poste Italiane faceva qualcosa di segno opposto: si reinventava. E lo faceva senza enfasi, semplicemente (si fa per dire) riorganizzando i processi interni, diversificando i servizi, e capendo prima degli altri che il valore del futuro stava nella rete fisica, non nei cavi, ma nelle persone e negli uffici.
Negli anni Novanta, Poste Italiane era sinonimo di inefficienza. Le code agli sportelli erano leggendarie. Le lettere arrivavano in ritardo. I pacchi si perdevano. Era il bersaglio preferito delle barzellette e delle lamentele dei cittadini. Eppure aveva qualcosa che nessuna startup poteva comprare: una presenza capillare su tutto il territorio nazionale. Circa 12.800 uffici postali, distribuiti anche nei comuni più piccoli, nelle valli dimenticate, nelle isole che basta una mareggiata a tenere isolate.
La trasformazione comincia sul serio nei primi anni Duemila. Poste Italiane lancia BancoPosta, che diventa rapidamente uno degli istituti di raccolta più importanti d'Italia. Poi arriva Poste Vita, il ramo assicurativo, che in pochi anni raggiunge volumi impensabili. Poi i pagamenti digitali, la logistica, i servizi digitali per la pubblica amministrazione. Nel 2015, Poste Italiane si quota in Borsa. L'offerta pubblica iniziale è un successo: gli investitori istituzionali si accalcano, il titolo sale. Chi avrebbe scommesso, dieci anni prima, che la società delle code interminabili sarebbe diventata uno dei titoli più solidi di Piazza Affari?
La figura chiave di questa trasformazione è stata quella di Matteo Del Fante, amministratore delegato dal 2017. Sotto la sua guida, Poste Italiane ha accelerato la diversificazione, ha investito nella tecnologia, ha trasformato gli uffici postali in veri e propri hub di servizi non solo finanziari, ma anche sanitari, turistici, di identità digitale. Un ufficio postale oggi può essere il posto dove rinnovare il passaporto, ritirare un farmaco, accedere allo Spid, spedire un pacco in due ore.
Il paradosso italiano
C'è un paradosso profondo in questa storia. Tim è nata come simbolo della modernità italiana, il volto tecnologico di un paese che si proiettava nel futuro. Poste Italiane era il simbolo del passato, della burocrazia, della lentezza. Trent'anni dopo, i ruoli si sono invertiti quasi completamente. Tim ha inseguito il futuro senza mai riuscire ad abitarlo davvero, appesantita dai debiti e dalle lotte di potere. Poste Italiane ha trasformato la propria arretratezza in un vantaggio competitivo: la rete fisica, invece di essere un costo da tagliare, è diventata un asset da valorizzare.
Non è soltanto una questione aziendale ma lo specchio abbastanza impietoso del capitalismo italiano degli ultimi trent'anni. Da un lato, le privatizzazioni degli anni Novanta (Telecom, Autostrade, le banche) condotte spesso con l'obiettivo di incassare subito, senza una strategia industriale di lungo periodo. Dall'altro, le aziende rimaste in mano pubblica o a controllo statale (Poste, Eni, Enel) che in molti casi hanno performato meglio, avendo una bussola più stabile e meno esposta alle turbolenze dei mercati finanziari.
Il caso Tim è diventato un caso di studio nelle business school di mezzo mondo: non come esempio di successo, ma come lezione su cosa non fare. La scalata a debito del 1999, le scatole cinesi, i conflitti tra azionisti, l'incapacità di investire nell'innovazione mentre si pagavano gli interessi sui mutui: una lista senza fine di errori strategici.
Il significato dell'Opas
L'offerta di Poste Italiane su Tim (0,0218 azioni ordinarie proprie di nuova emissione più 0,167 euro in contanti per ogni azione Telecom) è più di una transazione finanziaria. Sancisce a livello simbolico la gerarchia definitiva tra le due eredi del vecchio Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni. L'azienda più "moderna" sconfitta da quella più "antiquata". O meglio: quella che ha saputo reinventarsi senza rinnegare le proprie radici ha prevalso su quella che ha tentato di trasformarsi radicalmente senza mai trovare la quadra. Il francobollo che si mangia in un sol boccone il gettone, il telefono e le connessioni veloci: se non è karma questo, poco ci vuole.
