Il Medioevo è tornato? La storica Del Bo: "Una lettura che rischia di deresponsabilizzarci"
Lo sfoglio di quotidiani e siti di informazione è sempre più un salto nell'antichità che una passeggiata nel presente, con il ritorno di parole e fenomeni conosciuti finora solo nei libri di storia
di Giuliana Grimaldi© Istockphoto
"Lefebvriani consacrano i nuovi vescovi, è scisma" (Ansa, 1° luglio 2026); "In Venezuela il bilancio si aggrava: 1.430 morti e 68.900 dispersi" (Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2026); "Elettricità, picco dei consumi [...] continuano i blackout" (Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2026); "Hantavirus sulla nave da crociera: cos'è il 'virus dei topi'" (Focus, 4 maggio 2026); "In dieci anni la fame nel mondo è raddoppiata" (Vatican News, 24 aprile 2026); "Trump attacca il Papa: 'Debole'. Leone risponde: 'Non ho paura'" (Ansa, 14 aprile 2026); "Zero sbarchi e mille dispersi: la tragedia dietro i numeri" (Avvenire, 4 febbraio 2026); "Il ritorno della lebbra in Europa: registrati casi in Romania e Croazia" (Tgcom24, 16 dicembre 2025).
Lo sfoglio di quotidiani e siti di informazione è sempre più un salto nell'antichità che una passeggiata nel presente, un'esperienza intessuta di parole che pensavamo dimenticate e un ritorno di fenomeni conosciuti finora solo nei libri di storia: quando abbiamo studiato sui banchi di scuola lo scisma d'Oriente o la cattività avignonese, con tanto di papa insultato ed esule, nessuno pensava di viverne un'eco nella propria epoca. Idem per la lebbra e i lebbrosari fuori dalle mura raccontati dalle cronache medievali e per la peste che Manzoni nei "Promessi Sposi" raccontava a Milano "c'era entrata davvero". E quando abbiamo immaginato un mondo al buio lo abbiamo sempre collocato prima dell'avvento dell'elettricità, non ostaggio dei blackout legati a conflitti o crisi energetiche.
Negli ultimi mesi, tutti questi argomenti sono tornati estremamente attuali, tanto che sia per l'economia sia per la politica e la cultura, la tentazione di rievocare il Medioevo è forte, per quanto figlia di un'idea tutta illuminista: quella che descrive l'età di mezzo come un tempo buio e barbaro. Fu infatti l'epoca dei Lumi, secondo lo storico Jacques Le Goff, ad aggravare il giudizio già severo degli umanisti, coniando l'espressione "buio Medioevo". Lo stesso Le Goff, però, ha sempre invitato a diffidare di questa etichetta, descrivendo il Medioevo come il lungo laboratorio in cui prese forma la modernità europea. Ne abbiamo parlato con Beatrice Del Bo, docente di Storia economica e sociale del Medioevo e di Didattica della storia presso l'Università degli Studi di Milano, autrice del volume "Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo" (Il Mulino).
Uno sguardo eurocentrico
Tra scismi, terremoti, epidemie, guerre, migrazioni e carestie, per Del Bo nessun fenomeno pesa più degli altri. "Mi colpiscono tutti in egual modo, come cittadina e come storica", spiega, "anche se dovremmo tener presente che oggi tali fenomeni ci paiono più frequenti o più drammatici soltanto perché ci riguardano molto da vicino, come la guerra fra Russia e Ucraina, o perché ci colpiscono direttamente, come il Covid, oppure ancora perché coinvolgono potenze con cui siamo alleati e paesi europei".
"Il focus eurocentrico dell'informazione, spiega la storica, distorce la realtà: da decenni infiammano il mondo conflitti di cui si parla molto meno, dalla guerra civile in Sudan a quella nella Repubblica Democratica del Congo, dal Sahel alla Somalia, con impatti devastanti sulla popolazione locale sia sul piano umanitario sia su quello economico". Del Bo porta due esempi: l'epidemia di hantavirus è finita sulle prime pagine perché scoppiata su una nave da crociera olandese con passeggeri europei e statunitensi, mentre dell'epidemia di ebola, che da decenni colpisce duramente la popolazione africana, si è tornati a parlare soprattutto perché la nazionale del Congo, paese in cui si contano oltre mille vittime accertate, partecipa alla fase finale dei Mondiali di calcio. "Questa cecità è volontaria, o meglio è determinata dal nostro strabismo", conclude la storica: "Siamo abituati a valutare il peso di ciò che accade dal nostro piccolo fazzoletto di mondo".
Analogie tra due epoche
Le analogie fra le dinamiche medievali e quelle di oggi, secondo Del Bo, vanno maneggiate con cautela. Paragonare la peste del 1347 al Covid, per esempio, porta a pensare che la popolazione dell'epoca fosse psicologicamente impreparata a un evento di quel genere, del quale non conosceva l'origine, così come non lo eravamo noi nel 2020 di fronte al nuovo coronavirus. La storica ricorda però un dettaglio spesso trascurato: il batterio responsabile della peste, oggi noto come Yersinia pestis, è stato identificato solo nel 1894 dal medico Yersin, e fino a quel momento la malattia ha continuato a colpire in maniera devastante proprio perché se ne ignorava la causa. Le conseguenze economiche e sociali, però, sono state opposte: dopo la peste nera, molte persone di basso livello sociale sopravvissute hanno beneficiato di un netto miglioramento delle proprie condizioni, fra eredità e salari più alti dovuti alla minore disponibilità di manodopera, mentre con il Covid moltissimi lavoratori e lavoratrici hanno perso il posto.
Anche le guerre medievali, aggiunge Del Bo, causavano molte meno vittime rispetto a quelle moderne e contemporanee, per ragioni legate alla tipologia degli armamenti e alle tempistiche dei conflitti: moriva più gente di fame, per la devastazione dei campi di grano al passaggio degli eserciti, che soldati in battaglia. Discorso simile per le carestie: quelle medievali erano legate soprattutto a condizioni climatiche, disastri naturali e passaggio di eserciti, mentre su quelle dell'età moderna e contemporanea si innestano responsabilità politiche precise. La storica cita tre casi: la carestia delle patate in Irlanda, fra il 1845 e il 1852, causata da un parassita ma aggravata dalle esportazioni di grano dall'isola volute dai britannici, che costò un milione di vittime; le carestie indiane fra Settecento e Novecento, rese drammatiche dalla politica coloniale oltre che dalla siccità; la carestia cinese del 1959-61, che uccise milioni di persone per effetto della politica del cosiddetto "grande balzo in avanti" voluta da Mao.
Scisma e fede
Il ritorno di temi come lo scisma, tornato al centro delle cronache in questi giorni per la vicenda dei lefebvriani dopo decenni in cui la religione era rimasta ai margini del dibattito pubblico, per Del Bo si spiega con diverse chiavi di lettura possibili: la capacità della Chiesa di gestire al proprio interno molti conflitti senza farli diventare di dominio pubblico, la mancanza recente di figure carismatiche o di un dibattito teologico e spirituale sufficientemente vivace, e un peso politico della Chiesa cattolica oggi profondamente diverso rispetto al Medioevo, pur considerando l'estensione territoriale allora assai più ampia.
Un punto, per la storica, va tenuto ben presente: la pluralità di sperimentazioni religiose che ha caratterizzato il Medioevo oggi sarebbe impensabile. Quelle che la Chiesa definiva "eresie" (gli "eretici" si autodefinivano in tutt'altro modo: i catari, forse i più potenti e noti, si chiamavano "buoni cristiani") finivano spesso per essere riconosciute come vere e proprie famiglie religiose, ed esistevano infinite modalità di vivere la fede: in comunità o in solitudine, in monastero o in case comuni, in famiglia o in confraternita. "Oggi non c'è questa vivacità", osserva Del Bo, che invita anche a non collegare troppo strettamente gli scismi al Medioevo: quelli che hanno scosso di più la Chiesa, quello protestante e quello anglicano, si sono consumati in età moderna. "Uno scisma, comunque, è un fattore positivo, non negativo", conclude la storica, "perché indica un grande momento di riflessione condivisa da moltissime persone, e questo non può che essere un bene per l'umanità".
Migrazioni e integrazione
Le migrazioni raccontate dai media di massa, spiega Del Bo, sono solo la punta dell'iceberg di un fenomeno molto più ampio, fatto sia di integrazione, più di quanto si pensi, sia di trasferimenti coatti di persone che non si muovono con i barconi, ma lungo sentieri polverosi, lontano dalle telecamere. Nelle città italiane ed europee degli ultimi secoli del Medioevo, spiega la storica, forestieri e immigrati erano moltissimi e si inserivano in una popolazione che, già dal quarto secolo, era caratterizzata da una grande commistione di provenienze: romani e "barbari" come goti, longobardi e vandali, poi arabi, bizantini, normanni, aragonesi, angioini. Nel Medioevo, ricorda Del Bo, anche chi arrivava da un'altra città era considerato un forestiero, motivo per cui la convivenza con persone di origini e culture diverse era una consuetudine diffusa. La cittadinanza, per molti secoli, fu un diritto esteso a tutti gli immigrati, e si trasformò in un privilegio soltanto negli ultimi due secoli del Medioevo. "Questa convivenza tra persone diverse ha creato la popolazione italiana, la cui lingua riflette tutti questi apporti culturali", sottolinea la storica: "Usiamo molte più parole longobarde, gote e arabe di quanto ci immaginiamo".
Il presunto ritorno al Medioevo
Sul fatto che si possa dire che siamo tornati al Medioevo, Del Bo non ha dubbi. "È un'espressione che aborro", risponde, "perché viene utilizzata sempre in senso negativo e dispregiativo, come se il Medioevo fosse il tempo e lo spazio di tutti gli orrori, di tutte le guerre, del sudiciume morale e concreto, dell'ignoranza e della crudeltà, mentre ogni epoca ha i suoi orrori, e la nostra eccelle, e i suoi splendori".
La storica ricorda quanto dobbiamo a quei secoli: università e aratri a versoio, bussole e carte nautiche, occhiali e assicurazioni, esattamente come li usiamo oggi, conti correnti bancari e agricoltura irrigua, cambiali e orologi. In ogni borgo italiano, e non solo, sopravvive un monumento medievale degno di nota, e i musei di tutto il mondo espongono opere che testimoniano l'abilità tecnica di pittori e scultori di quell'epoca, spesso frutto di un dialogo interculturale oggi difficile da immaginare, come dimostra una visita a Cordova. Il Medioevo, sottolinea Del Bo, è tecnicamente finito, come si insegna a scuola, e definire "medievale" ciò che ci circonda oggi è un modo, a suo giudizio per deresponsabilizzarsi: "Come se non fossimo noi a decidere di attaccare un altro paese o di violentare una ragazza. Attribuire la colpa al Medioevo è un modo per chiudere gli occhi di fronte al fatto che ciò che succede oggi è tutta, ma proprio tutta, colpa nostra. Purtroppo".
