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Un banco, un quaderno, una lezione: piccoli gesti di normalità quando la vita cambia improvvisamente. È la “Scuola in ospedale”, la didattica che accompagna i meno fortunati: a Tgcom24 ne parla il professor Francesco Steca, preside dell'Istituto comprensivo Salvo D'Acquisto di Monza
di Fabio Beretta© Tgcom24
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A partire dai primi giorni della settimana la scuola è ufficialmente ricominciata. Per tutti. Perché gli alunni non sono tornati solo sui banchi delle classi ordinarie dell’intero Paese, ma anche laddove la campanella ha un suono molto più particolare. Parliamo della "Scuola in ospedale", una delle realtà più straordinarie e umane del sistema educativo italiano, nata per offrire a bambini e ragazzi che affrontano lunghe degenze non solo una continuità nel percorso educativo, ma anche (e forse e soprattutto) un momento di normalità in quegli ambiti in cui la quotidianità è fatta di camici bianchi, cure, terapie e spesso anche sofferenza.
Attiva nei principali presidi sanitari del Paese, questa particolare realtà scolastica garantisce il diritto all'istruzione anche a chi sta affrontando la battaglia più difficile: quella contro la malattia. Per un bambino o un adolescente ricoverato, la presenza degli insegnanti non è solo una questione di programmi da svolgere o di voti da registrare. La Scuola in ospedale è, prima di tutto, un potente generatore di normalità: significa percorrere un ponte ideale che collega la malattia alla vita di tutti i giorni, al di fuori dell'isolamento dell’ospedale.
A raccontare tutto questo, intervistato da Tgcom24, è il professor Francesco Steca, dirigente scolastico dell'Istituto comprensivo "Salvo D'Acquisto” di Monza, che contempla al proprio interno anche la sezione ospedaliera che svolge le proprie attività al Centro Maria Letizia Verga, fiore all'occhiello dell'Irccs San Gerardo, che fa della ricerca e della cura alle malattie ematoncologiche infantili la propria missione principale. Il “Salvo d’Acquisto” comprende le sezioni di scuola primaria e secondaria di primo grado; l’Istituto “Mosè Bianchi” comprende invece la sezione della scuola secondaria di secondo grado.
Preside, come si differenzia la Scuola in ospedale rispetto a quella tradizionale?
La scuola in ospedale è una particolarità rispetto ai classici istituti comprensivi già a partire dall'inserimento. Qui non c'è una vera e propria iscrizione, ma è piuttosto un'adesione, proprio perché vuole rappresentare una continuità nel percorso didattico rispetto alla scuola tradizionale con l’obiettivo di mantenere una sorta di normalità pur sapendo che quel particolare momento non la rappresenta.
Come si strutturano i momenti didattici?
Il momento in cui si fa lezione viene studiato e capito dagli insegnanti stessi: dopo un'operazione, un ciclo di terapie o un prelievo di midollo, si valuta se il bambino se la sente di fare lezione. E poi va verificato se sia il caso di proporre una lezione formale o informale. In ogni caso si tratta di un’attività che da una parte è pensata per far acquisire delle competenze, dall'altra rappresenta un momento di distrazione dalla malattia. A fare la differenza non è cosa viene insegnato agli alunni, ma come.
Ci spieghi meglio.
Quando i docenti spiegano una lezione di storia o risolvono un'equazione in reparto, non stanno solo insegnando. Stanno dicendo a questi ragazzi che c'è un futuro che li aspetta, che la loro identità è quella di studenti, non di pazienti.
Anche l’attività dei docenti è caratterizzata da una flessibilità particolare.
L'organizzazione delle attività si adatta alle diverse fasi dell'istruzione. Se nella scuola primaria i maestri coprono l'intero spettro delle materie, nella scuola media la situazione è diversa. Oltre alle materie più classiche come italiano, matematica e inglese, i docenti si devono un po' districare tra quelle che sono le competenze trasversali, cercando di ottenere elementi utili alla valutazione in quelle che non sarebbero le proprie discipline. A questo proposito, come istituto “Salvo D'Acquisto”, abbiamo anche partecipato, con successo, a una candidatura per la sperimentazione nazionale orientata proprio alle competenze trasversali e non cognitive.
Una scuola che dunque non è chiusa in sé stessa, né isolata.
Assolutamente no. Oltre a essere legati alle scuole ordinarie del territorio, alle quali comunque gli alunni qui ricoverati fanno sempre riferimento, siamo in contatto con Scuole in ospedale estere per progetti Erasmus attivi, in particolare in partenariato con una scuola di Genova collegata al Centro Nazionale delle Ricerche. Accogliamo poi docenti di scuole internazionali: questo ci è molto utile per capire il funzionamento di altre realtà didattiche ospedaliere e scambiare elementi di innovazione.
Come si struttura l’utenza della Scuola in ospedale?
La platea degli alunni non comprende unicamente pazienti ricoverati nei reparti di oncologia ed ematologia pediatrica, ma accoglie anche ragazzi della neuropsichiatria e della pediatria generale. Ci sono inoltre bambini provenienti dall'estero, con casi giunti da Gaza, dall'Ucraina o dalla Svizzera: una situazione che pone la scuola anche di fronte alla gestione delle barriere linguistiche e alla conoscenza dei diversi sistemi scolastici, giuridici e burocratici internazionali.
Gli alunni, però, non sono suddivisi in classi.
Esatto. Mentre la scuola normale si basa sul seguire la classe, nel caso della Scuola in ospedale obiettivo dei docenti è seguire il singolo bambino, ciascuno con il suo specifico grado di preparazione: in questo contesto il lavoro e la prospettiva dei docenti cambiano radicalmente.
Qual è la risposta dei ragazzi di fronte a questa realtà?
Dal punto di vista dei ragazzi la scuola viene affrontata in modo positivo proprio perché vista come un aggancio alla normalità. Sono consapevoli di essere in ospedale, lontani dalla quotidianità, ma sapere di poter svolgere le stesse attività dei loro amici è per loro motivo di maggior serenità. Per questo nessuno vuole voti migliori rispetto a quelli meritati solo perché sono in ospedale, ma anzi chiedono lo stesso trattamento di tutti gli altri.
E come avviene la valutazione di ogni alunno?
Sul piano burocratico e valutativo, la normativa prevede che lo scrutinio venga effettuato dai docenti della Scuola in ospedale se l'alunno vi trascorre la maggior parte del tempo, per poi restituire i dati alla scuola di provenienza, dove lo studente rimane iscritto per l'anagrafe nazionale e, ci si augura, possa rientrare il prima possibile una volta terminato il ciclo di cura. Il contatto con la Scuola in ospedale, tuttavia, proseguirà anche durante i controlli successivi e per la fase di remissione, accompagnando il reintegro di ogni ragazzo nella classe d'origine o nel passaggio al grado successivo. Anche perché, come facilmente intuibile, tra alunno e insegnante si viene a creare nel tempo un rapporto interpersonale molto più stretto che non si esaurisce con la fine del percorso didattico in ospedale.
Non è comunque solo una questione di voti.
No, anzi, dietro la valutazione c’è molto di più. C’è soprattutto una responsabilità da parte dei docenti che va oltre all’apprendimento didattico e al mero profitto scolastico. Perché l’ammissione a una classe successiva deve tenere conto anche delle prospettive di crescita dell’alunno, dei risvolti legati alla socialità e ai rapporti interpersonali che il rientro in una classe ordinaria porta con sé, specialmente quando si prevede un cambio di grado, dalle elementari alle medie o dalle medie alle superiori.
Per chi lavora nella Scuola in ospedale la sfida è anche emotiva.
Da un punto di vista professionale, come dicevo, è tutto molto più complesso perché l’attività di ogni docente è diversa e tiene conto di numerosi fattori umani prima ancora che didattici. E tutto è sicuramente reso più difficile dall’aspetto umano ed emotivo: trovarsi a gestire certe situazioni è molto difficile, specialmente quando il percorso di un ragazzo si conclude con un esito, purtroppo, che non era quello auspicato. Per questo ci sono anche delle figure specialistiche che supportano le famiglie lungo tutto il percorso affiancando i docenti, specialmente in determinati momenti: una filiera di supporto psicologico, oltre che prettamente medico, fondamentale in un ambito come questo.
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Lei come vive personalmente questa responsabilità?
Per me come dirigente, e ancora di più per i docenti, è un'esperienza forte che tocca emotivamente nel profondo e fa mettere in gioco tutte le energie. Si tratta di un’esperienza forte, come detto, ma altrettanto voluta. La "Salvo d’Acquisto" è stata infatti la mia prima scelta, guidata appunto dalla presenza della Scuola in ospedale, elemento che ha influito in maniera importante sulla mia decisione di assumere l’incarico dell’Istituto comprensivo. E’ una responsabilità che ti mette alla prova, con te stesso prima ancora che con gli altri. E questo, ovviamente, vale anche per gli insegnanti.
E infatti chiediamo proprio a loro, che la vivono ogni giorno in maniera diretta, di fornire una propria visione della Scuola in ospedale. Intervengono Enrico Beretta, Maria Rosa Maggioni e Lorena Almansi, i referenti della sezione ospedaliera per i tre ordini di scuola.
L’anno scolastico 2026 - 2027 a livello provinciale si è aperto ufficialmente proprio al Centro Maria Letizia Verga, alla presenza della dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale di Monza, la professoressa Elena Centemero. Un segnale concreto di vicinanza e un modo per dare visibilità alla realtà delle scuole ospedaliere. Questa tipologia scolastica è un’alleanza tra la medicina e la pedagogia, è il luogo dove studiare significa continuare a progettare il domani. Per i nostri alunni le lezioni non sono un modo per passare il tempo, ma un impegno quotidiano, un ponte fra la situazione attuale e il loro futuro, cioè il rientro a scuola.
Nel vostro discorso di inaugurazione dell’anno scolastico avete citato una frase del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha dichiarato che “la scuola, per definizione, è luogo dell’apertura, dell’inclusione, della scoperta”.
Questa frase rappresenta molto bene il senso del nostro lavoro in ospedale. Apertura e inclusione sono bussole che ci guidano ogni giorno. In un luogo particolare come l’ospedale, chiuso e isolato dalla vita, la scuola è chiamata ad aprirsi ai bisogni di ciascun ragazzo, ai suoi tempi, alle sue possibilità, ma anche a tutto ciò che gli sta intorno. Qui fare scuola significa costruire una didattica che sappia entrare nel percorso terapeutico e dialogare con esso, perché ogni paziente possa continuare a sentirsi prima di tutto una persona e di conseguenza studente, con il diritto di imparare, di crescere, e di immaginare il proprio futuro.
E poi c’è la terza parola: scoperta.
Forse è quella che sentiamo più nostra. Perché la scoperta accompagna ogni giornata di scuola: noi scopriamo le potenzialità dei nostri allievi, anche nei momenti di maggiore fatica; loro scoprono e a volte si sorprendono di quello che riescono a fare, imparare e costruire. Ma è anche la nostra disponibilità, come insegnanti, a continuare a scoprire modi nuovi di fare scuola. Apertura, inclusione e scoperta non sono soltanto tre parole con cui iniziare un anno scolastico: sono il modo in cui cerchiamo di vivere la scuola ogni giorno, insieme ai nostri bambini e ragazzi.
Così, mentre le città si riempiono del traffico tipico dei primi giorni di scuola, il microcosmo della Scuola in ospedale lancia un messaggio di straordinaria e profonda civiltà: la scuola non si ferma davanti a una diagnosi, ma si adegua, si apre e accoglie. Oggi la campanella suona anche qui: con meno fragore, forse, ma con una carica di speranza e determinazione capace di superare ogni barriera.