Ansia, social e IA: i segnali che i genitori non devono sottovalutare
La psicoterapeuta Elisa Marcheselli spiega quando la tensione dei primi giorni è normale e quando invece serve prestare attenzione
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Con la ripresa delle lezioni, per molti studenti il rientro a scuola non è solo una questione di orari e libri. È un passaggio che riaccende aspettative, confronti, paura del giudizio e bisogno di appartenenza. Ansia, irritabilità, chiusura o un uso compulsivo dello smartphone possono comparire già nei primi giorni, e non sempre è facile capire quando si tratti di una reazione normale o quando invece sia il caso di prestare attenzione. Abbiamo intervistato la psicoterapeuta Elisa Marcheselli, che spiega quali segnali osservare, il peso dei social e dell’IA e che cosa possono fare concretamente i genitori in questa fase.
Perché per un adolescente il rientro a scuola non è solo una data sul calendario, ma un momento critico dal punto di vista emotivo?
"Perché riattiva tutto: appartenenza, confronto, aspettative, timore del giudizio e bisogno di riconoscimento. Non è solo riprendere le lezioni: è un passaggio che può generare entusiasmo, ma anche ansia, irritabilità e voglia di sottrarsi. Questa ambivalenza, nella maggior parte dei casi, è fisiologica".
Nei primi giorni molti ragazzi sono tesi, irritabili o chiusi. Come si fa a capire quando l'ansia è normale e quando invece richiede attenzione?
"L'ansia è fisiologica quando si concentra nei primissimi giorni, non blocca la frequenza e si riassorbe man mano che riparte la routine. Diventa invece un campanello d'allarme se è persistente, porta ad assenze ripetute, isolamento, attacchi di panico o a un calo marcato nelle attività quotidiane. Nei casi più gravi possono comparire anche pensieri legati all'autolesionismo. A fare la differenza, in sintesi, sono la durata dell'emozione, la sua intensità e quanto arriva a limitare la vita del ragazzo".
I dati mostrano un aumento della pressione scolastica, soprattutto tra le ragazze. Cosa sta cambiando?
"Sta aumentando in modo significativo la pressione percepita su prestazione, giudizio e confronto. Tra i quindicenni, sono soprattutto le ragazze a dichiararsi molto più sotto stress per l'impegno scolastico rispetto a pochi anni fa. Ma non è solo un tema di carico di compiti: contano le aspettative, la paura del fallimento, il clima che si respira in classe e la qualità del supporto da parte degli adulti".
Oggi i social e intelligenza artificiale entrano in modo pesante nella vita dei ragazzi. Come si fa a capire se li stanno aiutando o se stanno diventando un problema?
"Non conta solo quanto tempo passano online, ma come lo usano. È un problema quando l'uso diventa compulsivo, interferisce con sonno e studio, alimenta il confronto sociale e lascia i ragazzi agitati, svalutati o svuotati. Se invece favorisce la relazione, l'apprendimento e può essere interrotto senza crisi, si tratta di un'opportunità. La domanda utile da porsi è: dopo averlo usato, come si sente il ragazzo?"
L'IA a scuola può essere utile o rischia di diventare una scorciatoia?
"Può essere utile se amplia il pensiero, non se lo sostituisce. Il rischio è che lo studente la utilizzi prima ancora di provare, evitando lo sforzo necessario a costruire un reale senso di autoefficacia. Una regola semplice è: prima prova da solo, poi usa l'IA per confrontare o ricevere feedback, infine riscrivi e rielabora con parole tue. L'IA deve restare uno strumento, non un sostituto".
Qual è la cosa più utile che un genitore può fare in questi giorni, e qual è l'errore più comune?
"La cosa più importante è ascoltare prima di rassicurare. Chiedere 'che cosa ti preoccupa di più?' vale molto più di un frettoloso 'non è niente'. L'errore più comune è minimizzare o concentrarsi subito sui voti. Meglio interessarsi alla fatica, alle relazioni e ai piccoli successi del figlio, mantenendo al tempo stesso confini chiari sui ritmi del sonno e sull'uso equilibrato dei dispositivi".
Se dovesse lasciare un messaggio chiaro a genitori e ragazzi?
"Che la difficoltà può essere attraversata. Non serve promettere che tutto sarà facile; serve rendere credibile l'idea che si può restare in contatto con le proprie risorse anche quando emergono paura, fatica o incertezza. E se il disagio persiste, chiedere aiuto non è una debolezza: è un atto di cura".
