Verso la scadenza del 30 giugno

Sanità, corsa contro il tempo per il Pnrr: a che punto sono Case e Ospedali di Comunità

L'Italia viaggia a due velocità. Vannini (Fp Cgil): "Se a giugno non saranno operative tutte le strutture, cosa succederà?"

di Jessica Anostini
11 Mag 2026 - 09:13
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Sull'agenda sanitaria del Paese c'è una data da segnare in rosso: è quella del 30 giugno 2026, termine entro il quale l'Italia deve completare la rete della medicina di prossimità prevista dal Dm77/2022 e legata ai fondi del Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Una rete che prevede il rafforzamento e la valorizzazione dei servizi sanitari territoriali attraverso lo sviluppo di strutture di prossimità, ma anche il potenziamento delle cure domiciliari, l'integrazione tra assistenza sanitaria e sociale e ancora l'implementazione della medicina di iniziativa e di presa in carico e della telemedicina. L'obiettivo è creare una rete sanitaria più "vicina" ai cittadini e allo stesso tempo alleggerire la pressione sugli ospedali, riducendo gli accessi impropri al pronto soccorso.

Case di comunità: cosa sono

 Tra i pilastri portanti del Dm/77 c'è l'implementazione delle Case di comunità (Cdc): nuove strutture socio-sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale che fungono da fulcro per l'assistenza territoriale offrendo cure primarie, ambulatori specialistici, assistenza domiciliare e servizi sociali. Per come sono state pensate offriranno ai cittadini un'assistenza di base complementare, con l'obiettivo di ridurre il ricorso improprio al pronto soccorso per problemi di salute non realmente urgenti.  

Il target

 Secondo quanto previsto dai target minimi comunitari, entro il 30 giugno 2026 dovrebbero essere pienamente operative sul territorio nazionale almeno 1.038 strutture, dotate di servizi e personale sanitario. Un numero inferiore rispetto alla stima iniziale di 1.715 Case di comunità, poi passata a 1.350 e infine fissata a 1.038 dopo che, nel 2023, il governo ha ottenuto dall'Europa la rimodulazione ufficiale del Pnrr, a causa dell'aumento dei costi dei materiali e alla carenza di personale. Il ministero ha precisato che le ulteriori strutture previste non verranno cancellate definitivamente, ma saranno finanziate con fondi alternativi.

I cantieri procedono ma c'è carenza di personale

 A meno di due mesi dalla scadenza, se da un lato i cantieri procedono, seppur con velocità differenti tra Nord e Sud, dall'altro però persiste il rischio di inaugurare dei presidi con servizi a mezzo regime a causa della carenza di medici e del personale sanitario, ormai cronica da diversi anni. Il dibattito dunque si sposta su chi dovrà "abitare" questi nuovi spazi.

Il decreto Schillaci

 Il decreto Schillaci, di cui si è recentemente parlato, propone una storica svolta per i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, mettendoli al centro dell'assistenza territoriale e motori delle Case di comunità, anche attraverso rapporti di lavoro subordinati, ma solo su base volontaria. Il decreto prevede infatti un sistema misto: da una parte la convenzione con le Asl resta il modello ordinario, ma viene riformata. Accanto a questo, viene introdotta una forma di dipendenza selettiva: i medici potranno, su base volontaria, diventare dipendenti pubblici del Servizio sanitario nazionale, come già avviene per i medici ospedalieri. Una riforma che apre al cosiddetto "doppio canale" e che ha provocato nei giorni scorsi la dura reazione di alcuni sindacati dei medici che hanno parlato di un decreto che rischia di "distruggere la professione".

Le Regioni verso il via libera

 Le Regioni in queste ore si avviano verso il via libera ma con un decreto più snello. Dopo l'ok che dovrebbe arrivare per l'11 maggio, il ministro Orazio Schillaci punta a portare il decreto in Consiglio dei ministri entro fine mese. Poi dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, con l’approvazione del Parlamento.

Al di là delle novità previste dal decreto Schillaci e delle reazioni restano dei nodi da sciogliere. Primo tra tutti quello di raggiungere il target previsto per la riorganizzazione territoriale prevista dal Pnrr.  

Vannini (Fp Cgil): "Situazione preoccupante"

 Su Case di comunità (Cdc) e Ospedali di comunità, ci spiega il segretario nazionale di Fp Cgil Michele Vannini "la situazione è preoccupante. Per quanto riguarda le Cdc sono stati finanziati progetti per 1.412 strutture, ma ne risultano completate poco più dell'11%. Inoltre - spiega Vannini - a fine 2025, su 1.715 strutture programmate, solo 66 erano attive con tutti i servizi obbligatori e la presenza di medici e infermieri".  

"Tra le regioni in ritardo nelle aperture - prosegue Vannini - spiccano Sardegna, Molise, Calabria, Puglia, Abruzzo e Basilicata. Sul fronte opposto Liguria e Marche sono a buon punto" evidenza Vannini. "Per quanto riguarda gli ospedali di comunità sono stati finanziati progetti per 429 strutture, ma ne risultano completati e collaudati a livello nazionale solo 32. Il dato migliore è quello del Veneto dove sono stati completati 14 progetti su un totale di 35. Seguono Trento, le Marche, Friuli Venezia Giulia e Lombardia".

30 giugno in vista

 Una situazione poco rosea per Vannini: "Il Pnrr non è un finanziamento a fondo perduto, ma è legato ai risultati. Se a giugno non saranno operative tutte le strutture, cosa succederà? O ci sarà una dilazione dei tempi o rischiamo che i finanziamenti non arrivino".  

I rischi

  Senza contare le difficoltà sul fronte del personale. "Con i tetti alla spesa e il blocco delle assunzioni in un settore già sotto organico c'è il rischio che da una parte ci proceda spediti per costruire le strutture e acquistare macchinari, ma poi non ci siano le persone per farli funzionare".  

Positivo il commento sul decreto Schillaci: "Se fosse confermata la possibilità per i medici di medicina generale e pediatri di diventare dirigenti dipendenti del Servizio sanitario Nazionale, si aprirebbe una breccia importante. È un percorso che sosteniamo da tempo, anche se pare rimarrà su base volontaria. Altrettanto fondamentale sarebbe il superamento della quota capitaria per passare a un rapporto di lavoro orario" spiega Vannini.  

La crisi delle professioni sanitarie

 In Italia, secondo recenti dati della Fondazione Gimbe, mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e sempre più cittadini faticano a trovarne uno, soprattutto nelle Regioni più popolose.

"Oggi c'è una seria carenza di medici e infermieri - conferma Vannini. Oltretutto i giovani scelgono specialistiche meno esposte o più remunerative, evitando branche critiche come l'urgenza o la chirurgia. Per la prima volta inoltre abbiamo meno candidati infermieri rispetto ai posti disponibili. La ragione è duplice: salari bassi e condizioni lavorative molto pesanti. Per questo molti professionisti scelgono il privato alla ricerca soprattutto del rispetto dei riposi e dei tempi di vita". 

La carenza di infermieri nel mondo e in Italia

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