Nei Paesi europei crescono le sperimentazioni sulla settimana lavorativa di quattro giorni a parità di salario, mentre in Italia si continua a dibattere
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La settimana corta è un modello di organizzazione del lavoro che prevede una riduzione dei giorni lavorativi da cinque a quattro, senza tagli allo stipendio. L’obiettivo è semplice: migliorare la qualità della vita dei lavoratori, senza sacrificare la produttività delle imprese. La settimana lavorativa corta è un’idea che affascina e divide, che sta conquistando l’interesse di governi, sindacati e aziende in molti Paesi, ma che solleva anche dubbi e resistenze, soprattutto quando si tratta di applicarla su larga scala. Da un lato, promette un nuovo equilibrio tra vita e lavoro, con benefici per tutti, dall’altro, pone questioni economiche e organizzative. In Italia il dibattito è aperto, ma tra ostacoli economici e culturali il cambiamento resta ancora lontano.
Non esiste un’unica formula per applicare la settimana corta. In alcuni casi, le aziende concentrano lo stesso numero di ore su quattro giorni, aumentando l’orario quotidiano, ma lasciando libero il lunedì o il venerdì nella maggior parte dei casi. Altre società, invece, optano per la riduzione delle ore complessive: per esempio, da 40 a 36 o 35 ore settimanali, mantenendo lo stipendio invariato. Esistono poi modelli “ibridi”, in cui si combinano flessibilità, smart working e riorganizzazione interna. In ogni caso, una settimana corta implica una revisione profonda della gestione del tempo e dei processi lavorativi.
L’Islanda è stata tra le prime a provare la settimana corta su larga scala. Tra il 2015 e il 2019, due progetti pilota hanno coinvolto circa 2.500 lavoratori pubblici e privati, con risultati positivi sia in termini di produttività che di benessere. In Europa, anche Belgio, Spagna, Regno Unito, Germania e Svezia hanno avviato test o discusso leggi per ridurre l’orario settimanale. Il Regno Unito ha realizzato il più grande esperimento al mondo, coinvolgendo 61 aziende, e oltre il 90% ha scelto di continuare dopo il periodo di prova. In Giappone, la metropoli di Tokyo ha introdotto la settimana corta per i dipendenti pubblici, nel tentativo di favorire la natalità e migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata.
Anche in Italia il dibattito è aperto. Tre proposte di legge sono state presentate in Parlamento da M5S, AVS e PD, ma la Ragioneria generale dello Stato ha bocciato l’idea, giudicandola troppo onerosa per il settore pubblico e insostenibile per i privati senza adeguati incentivi. I costi principali riguarderebbero la necessità di nuove assunzioni o straordinari per coprire le ore tagliate, soprattutto nella pubblica amministrazione.
Il dibattito rimane quindi aperto: da un lato ci sono le spinte verso una maggiore flessibilità e sostenibilità del lavoro, dall’altro la necessità di garantire la sostenibilità economica delle finanze pubbliche. La settimana corta, pur rappresentando un potenziale strumento di innovazione, dovrà superare numerosi ostacoli prima di poter essere considerata una misura strutturale in Italia.
Alcune aziende, soprattutto nel settore privato e tecnologico, hanno già sperimentato la settimana corta in Italia. Ma, a livello nazionale, l’introduzione strutturale di questo modello risulta difficile da condividere, anche a causa della mancanza di una riforma del sistema produttivo e organizzativo.
Intesa Sanpaolo ha sperimentato la settimana corta in alcune filiali e ha poi esteso il modello. Luxottica ha coinvolto 600 operai, prevedendo 20 settimane all’anno di quattro giorni lavorativi (con il venerdì libero). Lamborghini ha adottato un sistema flessibile di 33,5 ore settimanali, adattando i turni alle esigenze dei dipendenti. Lavazza ha esteso la riduzione dell’orario del venerdì a quasi 400 lavoratori, dopo una prima fase sperimentale a Torino. Questi casi dimostrano che la settimana corta può funzionare, ma solo dove esiste una forte cultura organizzativa e capacità di adattamento.
Intanto, mentre la proposta di settimana corta per tutti i lavoratori viene bocciata in Parlamento, si discute della possibilità di ridurre la settimana lavorativa dei parlamentari. Il ministro Luca Ciriani ha proposto di spostare le interpellanze parlamentari dal venerdì al giovedì, di fatto introducendo il weekend lungo per le difficoltà logistiche a garantire la presenza dei ministri a Roma il venerdì. Il dibattito, per il momento è stato rinviato.
I principali benefici della settimana corta riguardano il benessere dei lavoratori, la riduzione dello stress e il miglioramento del bilanciamento vita-lavoro. Molti test, infatti, hanno mostrato un aumento della produttività e una diminuzione dell’assenteismo. Anche le aziende ne traggono vantaggio: meno costi operativi (uffici chiusi un giorno in più), minor dell’inquinamento, minor consumo di energia e trasporti, perché i pendolari si spostano meno, e maggiore attrattività sul mercato del lavoro.
Tuttavia, non mancano i dubbi. Una critica frequente riguarda il rischio di aumentare l’intensità del lavoro nei giorni rimanenti, vanificando i benefici sul benessere. Altri sottolineano che, senza un aumento della produttività o una revisione dei modelli organizzativi, la settimana corta resta economicamente insostenibile per molte imprese, soprattutto piccole e medie. C’è anche un tema culturale: in Italia, secondo Eurostat, si lavora in media 36,6 ore a settimana (47 per gli autonomi), e molti lavoratori preferiscono mantenere o aumentare il salario attraverso straordinari, piuttosto che lavorare meno.
Il caso della Spagna è emblematico: il governo ha proposto una riduzione dell’orario da 40 a 37,5 ore settimanali a parità di salario, con diritto alla disconnessione e controllo ufficiale dell’orario. Ma anche lì, le resistenze non mancano, soprattutto da parte delle imprese.