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Smart working: a che punto sono le imprese italiane

Le più propense a dare maggior libertà di movimento ai propri dipendenti sono le grandi imprese. Ancora scettiche le Pmi e la Pubblica Amministrazione

Smart working: a che punto sono le imprese italiane

Sempre più imprese in Italia hanno deciso di sperimentare lo smart working consentendo più flessibilità lavorativa ai propri dipendenti. È anche vero però che se da un lato un’ampia quota di imprese sembra che quanto meno stia prendendo in considerazione quest’opportunità, c’è una quota abbastanza grande che afferma o di non esserne interessato o, addirittura, di non sapere nemmeno di cosa si tratti.

A tracciare un quadro sulla situazione italiana è l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, secondo cui nel 2017 il numero di smart worker è aumentato del 14$% rispetto allo scorso anno, crescendo di ben 60 punti percentuali rispetto al 2013. Ad oggi, secondo il report, sono 305 mila i lavoratori che godono di piena libertà nella scelta di luogo e orari di lavoro, circa l’8% degli occupati totali del nostro Paese.

In particolare, l’indagine rileva un aumento considerevole delle grandi imprese dedite allo smart working. Il 36%, contro il 30% dello scorso anno, avrebbe infatti già avviato progetti strutturati mentre un’azienda su due starebbe per farlo. Buoni risultati cominciano ad intravedersi anche nelle imprese di più piccola entità: nel 22% dei casi le Pmi hanno avviato progetti informale e nel 7% si parla invece di progetti ben strutturati.

Tuttavia, il 7% delle piccole e medie imprese dichiara di non sapere nemmeno di cosa si sta parlando, mentre il 40% dice di non essere interessato, anche perché – bisogna sottolineare – in molti casi si tratta di aziende attive in settori che non permettono tale flessibilità lavorativa. Un peccato visti i vantaggi che potrebbero derivare dall’attuazione in larga scala di un sistema strutturato: le previsioni parlano infatti di un aumento della produttività del 15% ad addetto (circa 13,7 miliardi di euro in più a livello nazionale) con un impatto notevole anche sull’ambiente. Meno spostamenti si quantificherebbero in un riduzione delle emissioni di circa 135km di CO2 all’anno.

È anche vero però che, per vedere vantaggi di questa entità, l’adozione del lavoro flessibile non dovrebbe fermarsi al solo settore privato, ma interessare anche il pubblico. Ad oggi, sempre secondo l’analisi del Politecnico, solo il 5% delle amministrazioni pubbliche italiane ha avviato progetti legati allo smartworking, mentre ben il 32% ammette di non essere minimamente interessato.

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