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Delitto Yara, Bossetti alla vigilia dellʼAppello chiede un nuovo test del Dna

Lunedì il muratore condannato allʼergastolo in primo grado ripeterà il proprio appello in Aula in attesa della sentenza o dei nuovi esami

Alla vigilia della sentenza in Appello, Massimo Bossetti, già condannato in primo grado per l'omicidio di Yara Gambirasio, torna a professare la propria innocenza. E in una lettera a un quotidiano chiede "la perizia in contraddittorio sul Dna. Posso marcire in carcere per un delitto atroce che non ho commesso senza che mi sia concessa almeno questa possibilità?". In aula, lunedì, il muratore 46enne ribadirà la propria richiesta.

"Da tre anni - spiega - invoco la mia innocenza, da tre anni chiedo anche tramite i miei avvocati l'unica cosa che può consentire di difendermi, la perizia in contraddittorio sul Dna. Confido che finalmente sia fatta Giustizia e io possa tornare a riabbracciare i miei cari da uomo libero e innocente quale sono, anche se ho una vita stravolta e comunque segnata per sempre. Lo spero io, lo devono sperare i giudici, sono convinto che lo speri Yara da lassù, almeno fino a quando il suo vero assassino che è ancora libero e sta ridendo di me e della Giustizia, sconterà la giusta pena".

Lunedì, dopo l'appello di Bossetti, per il muratore inizierà quindi l'attesa per una sentenza o per un'ordinanza, qualora i giudici, presieduti da Enrico Fischetti, dovessero decidere di accogliere l'istanza di ripetizione dell'esame del Dna trovato sul corpo della ragazza uccisa che secondo gli accertamenti scientifici appartiene a Massimo Bossetti. La Corte potrebbe altrimenti confermare l'ergastolo inflitto in primo grado oppure con un aggravamento della pena di sei mesi di isolamento diurno perché, come chiesto dal sostituto pg Marco Martani, il muratore deve essere condannato anche per la calunnia ai danni di un suo collega di lavoro verso il quale avrebbe cercato di indirizzare le indagini.

Oppure, sulla scorta di quanto emerso dagli atti del processo bergamasco e dalla discussione in aula a Brescia, i giudici potrebbero decidere di assolverlo, come chiesto in modo anche veemente dai suo difensori, Claudio Salvagni e Paolo Camporini. I difensori hanno infatti provato a introdurre elementi nuovi, compresa una fotografia del campo di Chignolo in cui fui trovato il corpo che metterebbe in dubbio il fatto che il cadavere della tredicenne sia rimasto lì per tre mesi, come ricostruito dall'accusa.

Un elemento che aveva causato dure reazioni delle parti civili: "E' una foto tarocchissima", aveva esclamato uno degli avvocati della famiglia Gambirasio, Andrea Pezzotta. Quell'elemento, è ancora "sub judice": la Corte aveva consentito infatti che se ne parlasse in aula, precisando, però, che si riservava di valutarne l'ammissione nel fascicolo che, allo stato, "è quello di primo grado".

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