JP Salary Outlook 2026

L'aumento di stipendio c'è ma non si vede: anche se le retribuzioni crescono, il gap con l'inflazione resta ampio

Le buste paga crescono più dell'inflazione per il secondo anno di fila. Eppure dal 2015 i salari reali sono calati del 7%. La fotografia del JP Salary Outlook 2026

20 Mar 2026 - 06:40
 © Istockphoto

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Eppur si muove. Il salario medio italiano, dopo oltre un decennio in cui arrancava inseguendo un'inflazione sempre più aggressiva, cresce per il secondo anno consecutivo più dell'inflazione stessa. Secondo il JP Salary Outlook 2026 dell'Osservatorio JobPricing, l'analisi più approfondita sulle dinamiche salariali del mercato del lavoro italiano, la Retribuzione Annua Lorda (Ral) media è aumentata del 3,6%, mentre l'inflazione si è fermata all'1,5%. Una buona notizia, ma solo in teoria. Basta andare indietro di qualche anno per capire perché. Dal 2015 a oggi, le retribuzioni sono salite del 15% in termini nominali. L'inflazione nello stesso periodo ha corso al 22,6%. Con un risultato che tutti conosciamo bene: una perdita reale del potere d'acquisto che, in dieci anni, non è stata né colmata né dimenticata.  
 

Quali professioni soffrono meno

 Non tutte le categorie si sono mosse alla stessa velocità. Il gruppo che ha guadagnato di più nell'ultimo anno è quello degli impiegati: +3,8% di Ral nel 2025, per una crescita complessiva del 13,1% dal 2015, il dato più alto tra tutte le qualifiche professionali. Merito, in buona parte, dell'onda lunga dei rinnovi contrattuali dei Ccnl degli ultimi anni, che ha spinto verso l'alto soprattutto le fasce di reddito più basse. I dirigenti, al contrario, hanno visto la componente fissa dello stipendio sostanzialmente ferma rispetto all'anno precedente. Il movimento è avvenuto altrove: nella parte variabile della retribuzione, che è cresciuta sia in valore assoluto sia nel numero di manager che la percepisce. Un segnale di come le aziende stiano ridistribuendo i pacchetti retributivi verso l'alto, puntando su bonus e incentivi piuttosto che su aumenti di base.

Welfare e benefit

  Il dibattito sul Total Reward, la visione allargata della retribuzione che include benefit, welfare aziendale e altri premi non monetari, è ormai consolidato nel lessico delle risorse umane. Ma nella vita reale, resta un privilegio per pochi: solo il 37,4% dei lavoratori italiani riceve una quota di retribuzione variabile. Chi ce l'ha, ne beneficia in modo significativo: in media, equivale all'8,1% della Ral. I piani di welfare aziendale raggiungono quasi il 40% dei dipendenti, con un valore medio di 794 euro l'anno per chi ne usufruisce. Sono in crescita soprattutto i benefit legati alla salute, alla previdenza e alla copertura assicurativa, aggiunti in aggiunta rispetto a quanto già previsto dai contratti collettivi. Il divario per categoria è netto: l'81% dei dirigenti ha accesso a qualche forma di benefit, contro il 27% degli operai

Persiste il gap tra Nord e Sud

 La geografia salariale italiana resta squilibrata. Tra il Nord e il Sud del paese la differenza nella Ral media sfiora i 4.400 euro annui, con le regioni settentrionali che continuano a pagare quasi il 15% in più rispetto al Meridione. In cima alla classifica per retribuzione si trovano Lombardia, Lazio e Liguria; in fondo Basilicata, Calabria e Molise. La nota positiva è che le regioni del Sud stanno recuperando terreno rispetto al Nord, anche se lentamente. Lo stesso fenomeno si osserva in altri segmenti storicamente penalizzati: le lavoratrici, i giovani, le piccole imprese, i settori agricolo e dei servizi. I divari si stanno riducendo, non abbastanza da cambiare lo scenario complessivo, ma abbastanza da segnalare una tendenza.

Il confronto europeo: l'Italia ancora in ritardo

 Nel panorama internazionale il quadro si fa più preoccupante. L'Italia si posiziona al 23° posto su 34 paesi Ocse per livello di salario medio annuo, e continua a figurare tra i fanalini di coda per crescita salariale e recupero del potere d'acquisto. Un posizionamento strutturale che riflette il problema irrisolto della produttività: il lavoro italiano cresce, ma a un ritmo inferiore rispetto ai principali partner europei, rendendo difficile sostenere aumenti salariali duraturi senza pressioni inflazionistiche. La forbice interna è altrettanto significativa: un Ceo collocato nel nono decile guadagna 8,8 volte uno stipendio operaio del primo decile. Un rapporto che racconta molto sulla distribuzione della ricchezza prodotta.

Cosa ci aspetta

 Il 2025 ha portato un ulteriore segnale di dinamismo nel mercato del lavoro: tassi di disoccupazione ai minimi storici, domanda crescente non solo di profili altamente qualificati ma anche di figure di media complessità sempre più difficili da trovare. In questo contesto, le aziende italiane si trovano a dover competere su un piano più ampio, dove la retribuzione è ancora centrale ma non più l'unica leva. Sul fronte normativo, si avvicina l'attuazione della Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva, che potrebbe avere effetti rilevanti sulle politiche salariali già nel breve periodo. L'obbligo di maggiore trasparenza sui compensi potrebbe spingere molte imprese a rivedere le proprie strutture retributive, soprattutto laddove le disparità di genere, di anzianità e di ruolo risultano oggi difficili da giustificare alla luce del dato.