Delitto d’onore, 45 anni dopo perché la sua eredità culturale continua a interrogare l’Italia
Affondava le sue radici nel patriarcato, che è lo stesso modello socioculturale sulle cui basi è stato recentemente introdotto il reato di femminicidio
di Marta Di DonfrancescoFranca Viola © Ansa
Sono passati 45 anni dall’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, una delle pagine più controverse del diritto italiano. Il 5 agosto 1981 il Parlamento approvò la legge n.442, che cancellò definitivamente dal Codice penale una norma che, fino a quel momento, consentiva un forte sconto di pena a chi uccideva una donna - nella maggior parte dei casi la moglie, la figlia o la sorella - sostenendo di aver agito per difendere il proprio "onore". La stessa legge abolì anche il cosiddetto matrimonio riparatore, che estingueva il reato di violenza sessuale se l'autore sposava la vittima. Se è vero che la rimozione di quest'illecito dal nostro Codice penale è stato un passo importante per la nostra giurisprudenza e per la nostra società è anche vero, però, che il modello socioculturale del patriarcato, su cui lo "sconto" si basava, è ancora vivo in tanti aspetti della nostra vita quotidiana. Anche per questo, lo scorso anno, è stato introdotto un nuovo reato autonomo volto a punire, con l'ergastolo, chiunque uccida una donna "come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali": quello di femminicidio.
Il delitto d'onore, infatti, era punito con "la reclusione da tre a sette anni", mentre l'omicidio, allora come adesso, è punito anch'esso con il carcere, ma per un periodo "non inferiore ad anni ventuno" (che possono diventare di più in caso di aggravanti). Uccidere per tutelare l'onore dell'uomo o della famiglia costituiva, di fatto, un'attenuante.
Che cos'era il delitto d'onore
A disciplinare questo reato era l'articolo 587 del Codice penale, introdotto nel 1930 con il Codice Rocco. La disposizione prevedeva che chi, "nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onore suo o della famiglia", uccideva il coniuge (se donna, si intende), una figlia o una sorella sorpresa in una relazione sessuale ritenuta illegittima, fosse punito con una pena di gran lunga inferiore rispetto a quella prevista per l'omicidio volontario. La norma, quindi, rifletteva una concezione patriarcale della famiglia, nella quale l'onore maschile veniva considerato un bene giuridico meritevole di tutela e il comportamento sessuale femminile era visto come elemento determinante della reputazione familiare. Il patriarcato, infatti, rappresenta un sistema sociale in cui gli uomini detengono il potere in maniera predominante, a scapito delle donne, ancora oggi presente sotto forma di disparità economiche, imposizione di ruoli di genere e violenza sistemica.
Perché venne abolito
L'abrogazione arrivò al termine di un lungo percorso culturale e politico. Negli anni Sessanta e Settanta la società italiana cambiò profondamente grazie ai movimenti femministi, alle battaglie per i diritti civili e a una crescente attenzione verso la parità tra uomini e donne. Determinante fu anche il progressivo riconoscimento dell'incompatibilità del delitto d'onore con i principi costituzionali di uguaglianza e con una moderna concezione dei diritti della persona. Con la legge n. 442 del 5 agosto 1981 vennero abrogati gli articoli 544 (matrimonio riparatore), 587 (delitto d'onore) e 592 (abbandono di un neonato per causa di onore) del Codice penale.
Il caso simbolo di Franca Viola
"La femmina è una brocca: chi la rompe se la piglia", diceva la madre a Oliva Denaro, nel romanzo di Viola Ardone che porta il nome della giovane. La storia si ispira a quella di Franca Viola, la coraggiosa protagonista di quel primo "No" al matrimonio riparatore che contribuì a cambiare la coscienza del Paese. Nel 1965, infatti, la giovane siciliana - allora diciassettenne - fu rapita e violentata da Filippo Melodia, che contava di costringerla al matrimonio riparatore, pratica allora socialmente diffusa e giuridicamente riconosciuta. Franca Viola, sostenuta dal padre Bernardo, rifiutò di sposare il suo aggressore. La sua decisione rappresentò una svolta storica: il processo si concluse con la condanna del responsabile e il caso contribuì a mettere in discussione una cultura che subordinava la dignità della vittima al presunto recupero dell'onore familiare. Pur non determinando da solo l'abolizione del matrimonio riparatore e del delitto d'onore, il suo gesto è oggi considerato uno dei momenti simbolici dell'emancipazione femminile italiana.
L'impianto patriarcale è davvero scomparso?
Dal punto di vista giuridico, il principio secondo cui l'onore maschile potesse attenuare la responsabilità di un omicidio è stato quindi cancellato definitivamente nel 1981. Sul piano culturale, però, studiosi, magistrati, istituzioni e organismi internazionali continuano a evidenziare come alcune dinamiche di controllo, possesso e sopraffazione nei confronti delle donne non siano completamente scomparse. Di certo i femminicidi perpetrati negli ultimi decenni non sono la diretta prosecuzione del delitto d'onore, ma molti di questi maturano ancora in contesti in cui l'impianto culturale del patriarcato è ancora vivo: volontà di controllo, rifiuto dell'autonomia della donna, gelosia ossessiva o incapacità di accettare la fine di una relazione sono le motivazioni che spesso gli investigatori e la magistratura individuano nelle indagini quando un uomo uccide una donna "in quanto donna", con la quale solitamente aveva (o avrebbe voluto avere) una relazione amorosa e che la normativa più recente identifica espressamente come elementi qualificanti del reato di femminicidio.
I femminicidi sono aumentati o diminuiti?
Il confronto nel tempo richiede cautela. Fino all'introduzione del delitto autonomo di femminicidio, infatti, il termine era utilizzato soprattutto in ambito criminologico, statistico e giornalistico, mentre nel Codice penale esisteva soltanto il reato di omicidio, eventualmente aggravato da specifiche circostanze. Già questo rende molto difficile quantificare l'occorrenza di questi delitti, giacché fino a poco tempo fa non erano neanche definibili. Inoltre, le diverse banche dati (Ministero dell'Interno, Istat, Eures) adottano criteri non sempre perfettamente sovrapponibili. Secondo i report annuali del Ministero dell'Interno, ad ogni modo, negli ultimi cinque anni il numero delle donne uccise in ambito familiare o affettivo è rimasto più o meno stabile, oscillando attorno al centinaio di casi l'anno. Nel 2025, ad esempio, 97 donne hanno perso la vita per mano di un uomo con cui avevano qualche tipo di relazione, con una diminuzione del 18% rispetto ai 118 casi del 2024. Dato che, comunque, è sotto la media europea: se nell'Ue - riporta Eurostat - vengono uccise da partner o familiari 4,1 donne ogni milione di abitanti, l'Italia si ferma a 2,4. Il tasso più alto registrato è in Lettonia, con 17 donne vittime di femminicidio ogni milione di abitanti, seguita da Lituania (10) e Macedonia del Nord (6). Nel nostro Paese non sembra esserci un trend di crescita costante, ma neppure una diminuzione strutturale tale da indicare il superamento del fenomeno. I dati confermano come la violenza letale contro le donne continui a manifestarsi soprattutto all'interno delle relazioni affettive, rendendo evidente la persistenza di un problema sociale - oltre che criminale -.
Il nuovo reato di femminicidio
Una svolta è arrivata nel 2025: la fattispecie autonoma di "femminicidio" è stata introdotta nel Codice penale italiano solo con la legge n.181 del 2 dicembre 2025 (entrata in vigore il 17 dicembre), con la quale il Parlamento ha introdotto il nuovo articolo 577-bis, configurando il femminicidio come reato autonomo. La nuova fattispecie punisce con l'ergastolo chi uccide una donna quando il delitto è commesso come atto di odio, discriminazione, prevaricazione oppure di controllo, possesso o dominio in quanto donna, o ancora in relazione al rifiuto della vittima di instaurare o proseguire una relazione affettiva o all'esercizio delle sue libertà personali.
I casi che hanno segnato il dibattito pubblico
Negli ultimi anni numerosi casi di cronaca hanno riportato al centro dell'attenzione il tema della violenza maschile contro le donne. Tra questi il più emblematico è quello di Giulia Cecchettin, uccisa nel novembre 2023 dall'ex fidanzato Filippo Turetta. La vicenda ha suscitato una mobilitazione senza precedenti, alimentando un ampio dibattito sul linguaggio, sull'educazione affettiva e sulla prevenzione della violenza di genere. Tra gli altri casi che hanno profondamente colpito l'opinione pubblica figurano quelli di Saman Abbas, uccisa nel 2021 in un delitto maturato all'interno del contesto familiare, o ancora quello di Giulia Tramontano, incinta di sette mesi, uccisa nel 2023 dall'ex compagno e padre del bambino che non ha mai visto la luce. Tutte vicende che, pur differenti tra loro, hanno contribuito a rafforzare la consapevolezza che la violenza contro le donne non rappresenta una somma di episodi isolati, ma un fenomeno complesso e strutturale che richiede interventi sul piano repressivo, educativo, culturale e sociale.
