La scuola in corsia dell'Istituto comprensivo "Salvo D'Acquisto” di Monza
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Angelina di Nardo si è trovata a dirigere un istituto a rischio chiusura nel centro più gentrificato di Milano, nel quadrilatero della moda. Dove i bambini stanno sparendo
di Emanuela Griglié© Ufficio stampa
Da Secondigliano al centrissimo di Milano, dove i residenti sono pochi e i bambini ancora meno e dove la scuola pubblica soffre di un'emorragia endemica di iscritti. La sfida, per Angelina di Nardo, da più di venti anni dirigente scolastico, era quella di riportare linfa e centralità alla scuola statale, e in particolare all’Istituto comprensivo statale Milano Spiga (classi primaria e secondaria di primo grado spalmate in più sedi, ma tutte nel super centro meneghino: Quadrilatero della moda e Brera), che dirige. Una missione non scontata in una città sempre più gentrificata, dove soprattutto in centro gli studenti sono pochi e scelgono ormai in massa le scuole private, meglio se inglesi o americane. Senza contare quanto gli edifici che ospitano i plessi scolastici in queste zone siano molto appetibili per gli immobiliaristi del lusso. È nata così l’idea di rilanciare la scuola pubblica con un’offerta didattica innovativa e gratuita sperimentando - la prima in Italia - la versione bilingue italiano inglese. Tutte le materie sono insegnate in inglese da madrelingua, con l’eccezione di italiano, storia e matematica. E a questo si aggiunge un’attenzione particolare – in collaborazione con genitori e famiglie – per tenere i bambini e i ragazzi lontani il più a lungo possibile dagli smartphone. E gli iscritti son tornati.
“Ho vinto il concorso a 34 anni mentre insegnavo in una scuola superiore e, contemporaneamente, facevo la commercialista”, ci racconta Di Nardo, che nel suo curriculum ha anche una carriera da pianista. “Io amo insegnare, amo la scuola, per cui, alla fine ho abbandonato la libera professione e mi sono dedicata alla missione della dirigenza scolastica”.
Inizialmente fu assegnata a contesti decisamente meno privilegiati, nella sua regione d’origine, in Campania.
“Ho diretto scuole nel Rione Berlingieri di Napoli. Quindi ho conosciuto da vicino realtà come quelle di Secondigliano e di Scampia e non solo come scuola: uscivo sul territorio. Un contesto molto diverso da quello che immaginiamo, ma soprattutto molto differente da quello che vivo adesso nel centro di Milano. Lì è molto importante il tessuto sociale, perché spesso mancano punti di riferimento familiari e sociali. Quindi la scuola è fondamentale per fare la differenza nella vita dei ragazzi. Di quegli anni mi ricordo che dovevo procedere con molta cautela perché quando si entra in quei territori bisogna essere capaci di farsi accettare e comprendere. Il bilancio finale, però, è bellissimo: alunni che ti danno tantissimo dal punto di vista umano.
Poi però è arrivato il trasferimento a Milano, in una realtà completamente diversa, dove i problemi sono ben altri, ma pur sempre ci sono. E stanno portando alla chiusura di molte scuole
Come per tanti, il Covid è stato una sorta di spartiacque. Originaria di Caserta ho fatto la domanda nel 2021 per Milano e sono stata assegnata, con mia grande sorpresa, all’Istituto Milano Spiga. Ho accettato questa sfida ambiziosa: dimostrare che la scuola pubblica può e deve offrire uno standard educativo e formativo d’eccellenza. Ma soprattutto dimostrare che è possibile competere ad armi pari con le strutture private, quelle più blasonate e oggi molto di moda, rimanendo però una scuola inclusiva, laica e accessibile a tutti. Anche rispetto all’apertura agli studenti stranieri, su cui oggi si parla tanto e spesso in termini di “quote”, per noi la cosa più importante è che la scuola resti accessibile. Quando abbiamo inserito il bilinguismo nella scuola primaria, la prima domanda da parte dei genitori è stata: Davvero non si paga nulla?. Perché sappiamo quanto costa una scuola di lingua inglese. In questo mi ha aiutato la mia precedente esperienza da commercialista. Ho attuato la normativa sull'autonomia che consente forme di sperimentazione e contestualmente politiche di crowdfunding. E ce l’abbiamo fatta.
Fino a qualche anno fa però la vostra scuola sembrava invece avviata quasi alla chiusura.
Il fatto è che noi ci ritroviamo sia in via Montenapoleone che a Brera, che sono quartieri molto gentrificati, svuotati di residenti. E quei pochi che ci sono mandano i figli nelle scuole private. Ma restano i figli di chi lavora lì, che hanno lo stesso diritto di avere una scuola pubblica e di qualità. La scuola dell’infanzia comunale che aveva sede nel nostro edificio ha chiuso. Qui si arriva soprattutto coi mezzi. Ma il quartiere non può restare senza scuola. Devo dire che ora sta andando bene: stiamo avendo un’inversione di tendenza nel numero di iscrizioni e si allontana il rischio del ridimensionamento. La nostra sfida è quella di andare a creare sempre di più un centro culturale, un punto di riferimento, anche perché gli edifici – soprattutto quelli in via Montenapoleone – fanno gola a molti investitori privati. Si parlava addirittura di trasformare la scuola in un albergo.
Altra vostra battaglia, che è piaciuta a molti genitori, è quella sull’uso del cellulare. Come siete riusciti a coinvolgere le famiglie?
Nella scuola secondaria di primo grado noi abbiamo adottato una linea molto ferma, proprio per il benessere psicofisico dei ragazzi, perché, al di là della normativa che va rispettata, noi crediamo fermamente che l’uso degli smartphone debba essere vietato durante tutto l’orario scolastico. Ci piacerebbe restituire ai ragazzi il valore della presenza, del dialogo, della capacità di concentrarsi in maniera profonda, mentre lo smartphone è un’occasione di distrazione continua. Per fare questo, però, è fondamentale un’alleanza con i genitori. Devono fare corpo, perché la cosa più importante è che nella classe non ci siano “chi sì” e “chi no”. Io non demonizzo l’uso delle tecnologie, anzi, i ragazzi di oggi hanno delle possibilità che noi non abbiamo mai avuto. Però bisogna anche fare cultura digitale: ormai i danni psicologici e neurologici sono stati più che dimostrati. Devo dire che sono molto contenta dell’impegno dei genitori dei nostri ragazzi, che accettano questa sfida e comprendono che non si tratta semplicemente di togliere un cellulare ma di educare a un uso consapevole della tecnologia. Portare un figlio a scuola, credere ancora in una scuola pubblica, che dia delle regole e che non vada ad ammettere soltanto le vie più facili perché così “si porta a casa” il risultato, vuol dire contribuire a creare una futura classe dirigente e una futura società sana. E noi dobbiamo insistere.
Si parla molto anche di educazione affettiva a scuola, secondo lei è un tema importante?
Tra i tanti progetti, ci teniamo molto a far promuovere un’educazione all’affettività, di cui si parla tanto ma poi, alla fine dei conti, sembra che tutti quanti minimizzino. Abbiamo istituito una settimana di eventi in cui ci apriamo anche al territorio: conferenze, progetti, iniziative di cui i ragazzi sono protagonisti. Negli ultimi anni l’abbiamo dedicata molto all’educazione alla gentilezza, che è un atteggiamento che riguarda tutto e tutti: il luogo di lavoro, la famiglia, la strada. È un concetto che, secondo noi, deve essere molto rivalutato. Perché il fatto che nella società di oggi sia tutto dato per scontato è, secondo noi, la cosa più antieducativa che ci possa essere. E noi siamo in primo luogo un’agenzia educativa, quindi dobbiamo trasformare la gentilezza in una vera e propria competenza sociale e civica, che deve essere vissuta quotidianamente dai ragazzi.
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