La Svezia torna a carta e penna. Pellai: "Il digitale a scuola ha impoverito i cervelli. L'esempio svedese sia da monito"
Stoccolma avvia una transizione per riscoprire quaderni e libri cartacei dopo che i test hanno evidenziato un peggioramento delle competenze degli studenti. E per il noto psicoterapeuta dell'età evolutiva è una scelta giusta
di Jessica Anostini© Istockphoto
Un ritorno al passato che, in un mondo che sempre più abbraccia il digitale in ogni ambito della vita quotidiana, compreso quello scolastico, sembra una vera e propria rivoluzione. È quella che sta facendo la Svezia , uno dei Paesi più tecnologicamente avanzati d'Europa e tra quelli pionieri della digitalizzazione scolastica , che ora punta a ritornare ai vecchi cari libri cartacei e soprattutto a carta e penna per scrivere. L'obiettivo è invertire il calo delle competenze degli studenti dimostrato da alcuni test.
La Svezia torna a carta e penna
Una transizione che sarà graduale e progressiva : già dal 2025 le scuole dell'infanzia non sono più obbligate a utilizzare gli strumenti digitali, inoltre entro la fine del 2026 entrerà in vigore il divieto di utilizzo dei cellulari nelle scuole , anche a scopo didattico e infine il nuovo programma di studi volto a promuovere l'apprendimento sui libri di testo , dovrebbe essere introdotto nel 2028. Contestualmente per le scuole sono già stati stanziati oltre due miliardi di corone svedesi da investire nell'acquisto di libri di testo e guida per gli insegnanti.
I test evidenziano dei peggioramenti
Sembrerebbe un passo indietro e invece la scelta è maturata soprattutto dopo la pubblicazione dei punteggi del Paese nei test internazionali PISA (Programme for International Student Assessment) e PIRLS (Progress in International Reading Literacy Study). I dati hanno evidenziato che la Svezia, pur collocandosi stabilmente nella fascia medio-alta delle classifiche internazionali per quanto riguarda l'apprendimento scolastico, ha avuto negli ultimi anni un calo dei livelli di alfabetizzazione e un aumento delle carenze nella capacità di apprendimento degli studenti.
Da qui la scelta di cambiare approccio e progressivamente far tornare i cari vecchi libri e quaderni sui banchi, specie dei più piccoli . Una scelta che, secondo il noto psicoterapeuta dell'età evolutiva Alberto Pellai , deve essere da monitorito e da esempio per gli altri Paesi.
"Il digitale è entrato a scuola con la promessa che avrebbe migliorato gli apprendimenti e il desiderio di apprendere da parte dei ragazzi grazie a strumenti performanti e molto ingaggianti per attirare l'interesse e l'attenzione" - spiega Pellai. "Avremmo dovuto raccogliere risultati evidenti e vantaggiosi. Il dato di fatto è che in tutto il mondo nel momento in cui è partito il processo di integrazione del digitale nel mondo dell'apprendimento, questo è andato progressivamente peggiorando in tutti gli ordini di scuola e in tutti e cinque i continenti. Questo è un dato conclamato, affermato dalla ricerca. La Svezia sta facendo la cosa giusta, dovrebbe essere di monitorato per tutto il mondo".
A livello neuroscientifico perché si verifica questo calo dell'apprendimento?
"Con il supporto digitale noi riusciamo a fare cose molto veloci, gratificanti ma che producono pochissimo apprendimento - spiega Pellai. Per spiegare meglio il concetto è utile un paragone: se io devo arrivare in un luogo che non conosco, usando il percorso che fa il navigatore, io ci arrivo a colpo sicuro e nel tempo più veloce. Ma se domani devo tornare nello stesso posto avendo seguito il percorso che mi ha suggerito lo strumento digitale, non avrò appreso nulla e dovrò tornare a usare il navigatore. Se invece uso una mappa, mi oriento nello spazio, faccio domande, fisso delle immagini dei luoghi della mia esperienza, nel mio cervello si attivano molte più aree corticali che depositano la memoria dell'esperienza che ho vissuto : tutto questo mi renderà capace e competente per poter ripetere l'esperienza . È come battere un sentiero in montagna.
Secondo lei questa scelta della Svezia non rischia di essere anacronistica visto che i giovani di oggi sono immersi nel mondo digitale?
"Il fatto che il digitale faccia parte del mondo dei giovani potrebbe essere stato il risultato non di qualcosa di cui i giovani avevano bisogno, ma di qualcosa di cui aveva bisogno il mercato - commenta Pellai. Dove esiste una ricerca che dimostra che i giovani che sono stati per i primi anni lontani dal mondo digitale non sono al passo coi tempi. È tempo di smantellare false credenze . Il sistema ha generato un incasso enorme per il mondo delle big tech e intanto i cervelli dei nostri figli sono diventati sempre meno performanti e sempre più poveri. E adesso si sta verificando lo stesso identico copione con l' intelligenza artificiale …"
Proprio su questo nelle nuove indicazioni nazionali si parla anche di un possibile ingresso nei licei dell'intelligenza artificiale. Lei cosa non pensa?
"Io ho evidenza dei danni prodotti dall'IA. Nella mia prospettiva il tempo dell'età evolutiva è il tempo che viene dato alla mente per produrre il cosiddetto pensiero pensante . Ora se l'intelligenza artificiale è la quintessenza del pensiero già pensato a cosa mi serve sviluppare il pensiero pensante? Infatti ormai i ragazzi chiedono tutto all'IA ottenendo risposte facili e veloci. Io credo invece che più che avere le risposte conta saper fare i percorsi . L' approccio dopaminergico - ovvero quell'approccio che fornisce gratificazione istantanea e produce dopamina, tipico dell'esperienza digitale - è l'ultima cosa che serve ai nostri bambini e giovani. Gli svedesi ci stanno dicendo una grande verità a cui ispirarci".
