Iper-connessi ma soli, la richiesta d’aiuto dei giovani passa per l’IA: 1 su 4 si affida ai chatbot per sfogarsi senza sentirsi giudicato
Il tempo passato in Rete dagli adolescenti resta elevato (un terzo è connesso fino a 10 ore al giorno e oltre), i social diventano un passatempo per la noia e cresce l'uso dei chatbot come confidenti personali. Ma 3 su 4 si sentono isolati e oltre l’80% vorrebbe "staccare la spina"
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Una generazione sempre più connessa ma anche sempre più sola: è quella a cui appartengono gli adolescenti di oggi. Un paradosso che sta crescendo sotto gli occhi - spesso ignari - degli adulti ma di cui i diretti interessati sono assolutamente consapevoli. Purtroppo, però, a rispondere alla loro richiesta di relazione sono spesso gli stessi algoritmi di intelligenza artificiale, che peraltro ne sono - in parte - la causa.
È questa la fotografia scattata dalla nuova indagine condotta in occasione del Safer Internet Day 2026 da Generazioni Connesse - il Safer Internet Centre Italiano coordinato dal Ministero dell'Istruzione e del Merito - e curata da Skuola.net, Università degli Studi di Firenze e Sapienza Università di Roma (CIRMPA).
La ricerca, che ha coinvolto un campione rappresentativo di 1.630 studenti delle scuole secondarie italiane, svela proprio come oggi la nuova vera frontiera del malessere digitale si stia spostando rapidamente da un abuso delle piattaforme social a quello dei chatbot.
L’IA come "migliore amico": via la vergogna, dentro l’algoritmo
Il dato che dovrebbe far riflettere di più è quello legato a una sorta di "digitalizzazione delle emozioni". L'Intelligenza Artificiale non è più solo un tutor per i compiti: il 26% degli intervistati, infatti, ammette di usare personalmente l'IA per "parlare e confidarsi", soprattutto quando si sente giù. E, più in generale, quasi uno su due (47%) dichiara di avere amici che utilizzano i chatbot per parlare dei propri problemi personali.
Cosa spinge un adolescente a preferire un software a un amico in carne ed ossa? La risposta è nella ricerca di una comfort zone emotiva: per il 65%, interagendo con l’IA, si ha la possibilità di "dire tutto senza provare vergogna"; mentre per il 57% il valore aggiunto è "non sentirsi giudicati".
Qui chiaramente il problema non è la tecnologia, ma i vuoti originati da una povertà relazionale che essa va a riempire: l'Intelligenza Artificiale appare ai loro occhi sempre disponibile e programmata per essere accondiscendente, rischiando però di trasformarsi in un rifugio che disabitua al confronto reale e complesso.
Relazioni "sotto controllo": se l'amore diventa digitale (e possessivo)
Se l'IA è vista come un porto sicuro, è anche perché le relazioni umane, mediate dallo smartphone, per i giovani si stanno trasformando in qualcosa di sempre più asfissiante.
I dati, ad esempio, evidenziano una crescita delle "richieste di controllo" all'interno delle coppie teen: il 18% dei ragazzi ha ricevuto dal partner la richiesta di fornire il codice di sblocco del proprio dispositivo (dato in aumento rispetto al 2025) e il 14% quella di condividere costantemente la propria posizione GPS.
Cosicché le relazioni intime, che dovrebbero costituire uno spazio di sicurezza e di protezione, spesso finiscono per rivelarsi intrusive e possessive, trasformandosi in quegli amori malati che precorrono forme di violenza ben più gravi. Di fronte a una sorveglianza digitale sempre più pervasiva, il chatbot – che non chiede password e non giudica – può perciò apparire paradossalmente come uno spazio di libertà.
Il paradosso del tempo online: social "riempitivi" e solitudine
Ma una luce di speranza sembra provenire dalla gestione del tempo speso online: nonostante le opportunità offerte dall’IA, non sta aumentando, anzi risulta allineato ai dati pre-pandemici e quindi in diminuzione dopo il boom causato dalla DAD.
Tuttavia, la vita digitale continua ad occupare una buona parte del tempo di veglia degli adolescenti (e forse erode anche quello del sonno): il 38% dichiara di passare online in maniera consapevole oltre 5 ore al giorno, mentre solo il 19% riesce ad attestarsi sotto le due ore.
Stanno, comunque, cambiando le motivazioni per cui viene speso così tanto tempo online: 4 su 10 - un dato in calo rispetto al passato - sono interessati a seguire le vite patinate di VIP e influencer; al contrario, 1 su 2 - quota in crescita - scrolla sui social network come mero riempitivo della giornata.
Innescando una specie di noia digitale, che alimenta la solitudine: nonostante la costante presenza in Rete, il 75% dei partecipanti all’indagine riferisce di sentirsi "spesso" o almeno "qualche volta" solo.
Ci deve, poi, far riflettere come la motivazione più diffusa della presenza in Rete sia quella di tenersi informati (così per 6 su 10): a riprova di come la tenuta della nostra democrazia passi anche per un presidio di queste piattaforme, dove l’informazione è (quasi) completamente deregolata.
Per fortuna, però, c'è la consapevolezza che le cose non vanno come dovrebbero. In questo, le ragazze e i ragazzi mostrano una lucidità disarmante. Un dato su tutti lo certifica: l'84% pensa di passare davanti allo schermo più tempo di quanto vorrebbe.
Quella all’interno dei social (e del web in generale) non è, quindi, un'immersione incosciente ma una sorta di "trappola" da cui vorrebbero uscire: il 62% degli studenti chiede espressamente di imparare "come evitare di stare troppo tempo online".
Per evitare il peggio bisogna partire dalle competenze sull'IA
Per trasformare le ore online da "tempo perso" a "tempo di qualità", la chiave di volta potrebbe essere la formazione. Puntando soprattutto sulle risorse di ultima generazione.
L'IA, ad esempio, è ormai onnipresente anche nella didattica, in particolare in quella "fai da te": l'81% la utilizza per farsi spiegare argomenti scolastici. Tuttavia, una quota rilevante la impiega anche per attività creative e relazionali.
Il mondo dell’istruzione sta provando a potenziare le competenze dei ragazzi: il 24% degli studenti riferisce che, nell’ultimo anno, il proprio istituto ha diffuso indicazioni o circolari sull'uso dell'IA, un dato in crescita rispetto al 17% dell'anno precedente.
Ma non basta, la fame di sapere è tanta: oltre la metà degli studenti (51%) vorrebbe approfondire proprio "l'effetto che le IA possono avere sulle persone": anche qui la consapevolezza di questa generazione è molto superiore a quello che ci si potrebbe attendere.
La sfida educativa: accompagnare, non vietare
Nel complesso, i ragazzi non negano dunque i rischi legati alla dimensione digitale ma chiedono strumenti per governarli.
Siamo in una nuova fase, c’è bisogno di una educazione alla cittadinanza digitale 2.0 in cui le principali sfide educative non riguardano più soltanto la prevenzione dei rischi online in senso stretto, ma chiamano in causa il benessere relazionale, la capacità di riconoscere e gestire dinamiche di controllo, solitudine e dipendenza emotiva, e lo sviluppo di competenze critiche nell’uso delle tecnologie emergenti.
In questo scenario, la scuola, le figure adulte di riferimento e la qualità delle esperienze tra pari assumono un ruolo centrale nel promuovere non solo regole e informazioni, ma spazi di riflessione e accompagnamento sui significati relazionali dell’esperienza digitale.
