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29/6/2006

La Germania rimpiange Bruno

Da Il Foglio

Berlino. In Germania l'orso Bruno è diventato un eroe nazionale. Tanto che per dargli lustro martedì molte testate hanno ricordato che è morto nella terra di Papa Ratzinger: la Baviera. Nessuno ha però raccontato la leggenda di San Corbiniano, il fondatore della diocesi bavarese di Frisinga che ha indotto il Pontefice ad avere nel suo stemma anche l'effige di un orso, oltre alla conchiglia. San Corbiniano era in viaggio per Roma quando un orso sbranò il suo cavallo. Il santo, per punizione, gli caricò sulle spalle il fardello portato fin lì dal suo animale e soltanto quando giunsero a Roma lo lasciò libero. Per Benedetto XVI l'orso della leggenda rappresenta il peso e la speranza della vita. Con Bruno, invece, il cucciolo di due anni partito dalle valli trentine, la sorte non è stata così clemente.

Dopo sette settimane di scorribande tra le alpi del Tirolo austriaco e quelle bavaresi è stato abbattuto alle 4.50 del mattino di lunedì, nei pressi del Spitzingsee. Ma anche se nessuno ha citato questa coincidenza, i pezzi non sono stati meno ispirati. L'austero quotidiano Frankfurter Allgemeine ha deciso di fare uno strappo alla regola, concedendo a Bruno l'onore di uno dei suoi due editoriali in prima pagina, addirittura quello più lungo, dove normalmente si discetta sullo stato della nazione e del mondo. Nel necrologio Reinhard Wandtner, l'autore, ha ricordato che proprio l'orso è uno dei primi animali, se non il primo, con i quali i tedeschi instaurano un rapporto affettivo. Quello in versione peluche, però, Teddybàr. Poi, ancora in tenera età, imparano che quello in carne e ossa è tutt'altro che un coccolone. I romanzi di Karl May - una sorta di Emilio Salgari tedesco - si tramandano da generazioni, e lì l'eroe si confronta spesso con un esemplare attaccabrighe. Bruno non ha smentito l'immaginazione di May: ha ucciso qualche pollo e magari delle pecore. Ma soprattutto ha spaventato un paio di mountainbiker. "E' che a noi la natura piace possibilmente addomesticata", concludeva Wandtner.

L'intreccio con i Mondiali
La Bild Zeitung, ha saputo intrecciare mirabilmente la vicenda dell'animale con il calcio: "La sua morte getta un velo di tristezza sull'euforia per i mondiali, le nostre bandiere sono a mezz'asta. Bruno non era un mostro. Era il primo orso che veniva a farci visita dopo 170 anni. Bruno era un ospite a casa di amici". Ma sono stati il berlinese Tagesspiegel e lo Spiegel online ad avergli dedicato i due necrologi più ispirati. Christiane Peitz, sul Tagesspiegel, scriveva: "Ora ci si litiga in tutto il paese. Se non era veramente possibile catturare l'animale. Se fosse tipico o atipico della specie che Bruno attaccasse pecore, polli e non cervi. Se per caso il problema non era lui, ma la madre, l'orsa Jurka, che gli aveva insegnato a cacciare gli animali sbagliati. Put the blame on mame, babe".

Poi, dopo qualche divagazione su quel che Bruno rappresentava per noi - la voglia di libertà, di anarchia, ma anche la nostra incapacità di una pacifica coesistenza in senso lato -Peitz concludeva: "L'uomo ha sterminato gli animali feroci per proteggersi. La bestia che è in noi si sfoga invece in altro modo, vedi Portogallo-Olanda, i tradimenti raccontati in diretta dai vip, gli spettacoli teatrali osceni, i film d'azione. Ma i western ci hanno insegnato che solo un eroe morto è un eroe buono. Bruno è morto di una morte dignitosa. Guardando negli occhi il suo nemico. Ora lo vogliono imbalsamare per metterlo in un museo. Ma Bruno è molto più di un trofeo di caccia: è una lezione di umiltà che il genere umano dovrebbe tenere a mente". Per il giornalista dello Spiegel online, invece Bruno era come Annibale che, con il suo esercito e con quaranta elefanti al seguito, aveva attraversato le stesse Alpi per raggiungere la terra promessa: la Baviera. "Bruno non aveva alcuna voglia di starsene a casa e vivere con i~genitori fino a trent'anni, come fanno gli italiani". Ma "come il giovane Amleto di ritorno alla corte di Danimarca, anche Bruno era giunto in Baviera per rendersi conto che non era affatto il benvenuto". La morte di Amleto, per quanto eroica, ha però troppi comprimari. E così il pezzo si chiude con un altro paragone: "E' un destino tragico quello che condanna coloro che hanno una luce speciale a spegnersi per primi. Bruno rientra in una lunga schiera di celebrità le cui vite si sono spente troppo presto. Elvis, Marilyn Monroe, Jimi Hendrix, John Lennon, la principessa Diana... e ora Bruno".