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Cronaca

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9/4/2008

In migliaia a esequie Ciccio e Tore

Il vescovo:"Siamo tutti responsabili"

"La raccapricciante scoperta del 25 febbraio non ci ha restituito vivi i due fratellini. Ora, che ci prepariamo a dare onorata sepoltura ai resti mortali di Ciccio e Tore, dobbiamo fare attenzione a non seppellire anche il messaggio che ci hanno lanciato, ma soprattutto la nostra responsabilità di dare risposte". Sono le parole pronunciate dal vescovo di Gravina, monsignor Mario Paciello, ai funerali di Salvatore e Francesco Pappalardi.

Non usa mezzi termini il vescovo della Diocesi e poi continua: "La loro caduta mortale è stata come un tonfo senza ritorno in un mare che ha fatto schizzare in alto nugoli di mali nascosti di un paese che non si chiama Gravina, ma Italia. Le disavventure di tutti i bambini - ha proseguito monsignor Paciello - le loro sparizioni, il loro sfruttamento, la loro solitudine, il bullismo degli adolescenti, gli abusi sui minori, l'alcolismo e la droga con le inevitabili conseguenze di disastrose esperienze sessuali, delitti e stragi in auto, sono alcuni dei segnali di malessere sociale e profondo generalizzato, voluto e da tanti favorito davanti al quale si continua a tenere pervicacemente gli occhi chiusi.

E più sbrigativo - dice ancora il vescovo - cancellare le conseguenze di errori morali, anziché insegnare agli adolescenti a rispettare la propria e l'altrui persona, a prepararsi consapevolmente alle grandi scelte della vita e alla genitorialità responsabile". Poi, un riferimento alle tante lettere che in questi giorni sono arrivate: "Un gruppo di genitori della Sardegna dopo aver letto la mia lettera ai ragazzi di Gravina mi ha scritto: 'Come genitori, viviamo con ansia e tremore questo tempo di buio perché molti figli si sono persi o sono sulla strada sbagliata dei piaceri sensibili inganno diffuso tra i giovani che si nutrono di cibo avvelenato come l'alcol e la droga".

Filippo Pappalardi: "Salvato dai miei figli"
"Addio Ciccio e Salvatore, nei tristi giorni nel buio della detenzione un solo pensiero mi confortava, avrei potuto ancora rivedervi, stringervi": inizia così una lettera di Filippo Pappalardi ai figli letta in chiesa dal nipote Francesco. "Vi immaginavo in un Paese lontano, correre sereni verso casa. Sapevo che sareste tornati, aspettavo quel momento, poi un bambino cadde nella cisterna, Michelino, precipitato lungo un cunicolo buio con lo stesso dolore di Ciccio, grida aiuto gli amici chiamano i soccorsi, che arrivano, e Michele si salva. Starà bene, Ciccio e Tore hanno gridato per ore ma nessuno ha potuto ascoltarli. Le loro grida mi tormentano, le urla di dolore di Ciccio e la disperazione del piccolo Salvatore osservare impotente spegnersi suo fratello nel buio freddo di una cisterna, lontani dalla luce della notte e sperare, pregare, implorare aiuto per lungo, lunghissimo tempo".

Si dispera Filippo Pappalardi e tiene la testa fra le mani mentre il nipote dà voce alle sue parole: "Che qualcuno si accorgesse che in fondo a quel pozzo un bambino lottava con la fame, il freddo, la sete, la paura, l'angoscia in quei momenti di interminabile straziante dolore. Addio Ciccio, addio Salvatore, addio piccoli angeli. Angeli che in fondo al buio hanno visto la luce di una nuova vita. Angeli che con il loro spirito hanno chiamato un altro bambino salvando lui e me, che resto un uomo solo che può continuare a vivere libero nel ricordo di tanti giorni felici vissuti insieme. Addio piccoli angeli. Il vostro papà".

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