Speciale Guerra in Iran
catastrofe economica e non solo

L'Iran è offline da 81 giorni: e se a spegnersi, domani, fosse il web di tutto il mondo?

Il blackout di Teheran è il più lungo della storia e sta bruciando fino a 80 milioni di dollari al giorno. Se rimanessimo tutti senza internet, le perdite economiche potrebbero sfiorare i migliaia di miliardi di dollari 

di Giuliana Grimaldi
19 Mag 2026 - 18:35
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 © Istockphoto

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Oltre i disagi e i lutti legati direttamente alla guerra, i cittadini iraniani stanno sperimentando (loro malgrado) come sarebbe un mondo di nuovo senza internet: da 81 giorni il loro Paese è in stato di disconnessione. Come certifica NetBlocks, da 1.920 ore vivono il blackout nazionale di internet più lungo mai documentato in una società digitalmente connessa. Il record precedente, i 72 giorni del colpo di Stato in Birmania del 2021, è stato superato a metà maggio. E non c'è una data di fine: la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha detto soltanto che internet tornerà "dopo la guerra".

Mentre il presidente Pezeshkian incarica il vicepresidente Aref di formare un comitato per ripensare le restrizioni, gli iraniani vivono dentro una distopia unica: un'intranet di Stato che dà accesso solo a siti governativi e media affiliati, un sistema a caste digitali chiamato "Internet Pro" in cui la connessione vera è un privilegio elitario a prezzi proibitivi, e un mercato nero parallelo di sim autorizzate e Vpn clandestine.

Il disastro dentro il disastro

  Il quotidiano finanziario "Donya-e Eqtesad" lo ha chiamato "terremoto silenzioso": un sisma che sta colpendo l'economia iraniana con la stessa violenza dei bombardamenti, ma senza il rumore delle esplosioni. Come ricostruiscono NetBlocks e Bloomberg, le stime parlano di 2,6 miliardi di dollari di perdite accumulate, 80 milioni di dollari al giorno di danni all'economia digitale, un milione di posti di lavoro già persi e altri due milioni di disoccupazione indiretta stimata.

I lavoratori potenzialmente impattati dalla contrazione industriale sono 3,5 milioni. Le vendite online sono crollate dell'80%, e a gennaio le transazioni finanziarie nel paese erano già diminuite di 185 milioni di operazioni.

Il ministro delle Comunicazioni ha già ammesso danni per 35,7 milioni di dollari al giorno; analisti indipendenti alzano l'asticella tra i 70 e gli 80 milioni quotidiani, considerando gli effetti indiretti. Più dei bombardamenti, il blocco di internet è in questo momento l'acceleratore principale della recessione, dei licenziamenti, del collasso del settore privato nella Repubblica islamica dell'Iran.

La geografia dei blackout

 Iran non è solo. Il rapporto annuale 2025 di Top10VPN, pubblicato a gennaio 2026, racconta un anno-record per la censura digitale: 19,7 miliardi di dollari di danni globali, un balzo del 156% sull'anno precedente. Ci sono stati 212 blackout deliberati in 28 paesi, per un totale di 120.095 ore di disservizio, +70% sul 2024. La Russia ha guidato la classifica con 11,9 miliardi di dollari di perdite, seguita da Venezuela (1,91 miliardi) e Myanmar (1,89 miliardi). Myanmar e Guinea Equatoriale sono stati offline per l'intero anno solare.

Dal 2020 a oggi, l'impatto complessivo dei soli shutdown intenzionali ha sfiorato gli 80 miliardi di dollari. Sono cifre che fotografano un'inversione storica: nel decennio scorso pensavamo che internet fosse irreversibile, una conquista incrementale. Adesso vediamo che non è una più certezza e un diritto irrevocabile, anzi.

Lo scenario

 Quello che succede in Iran succegerisce una domanda più grande e banale, forse: e se succedesse anche a noi? Se un evento solare devastante, un attacco coordinato, una catena di blackout statali, un guasto tecnico, la carenza di elettricità o un altro qualsiasi motivo il mondo intero finisse offline per un giorno, una settimana, ottantuno giorni come Teheran?

Il primo elemento da considerare è il peso dell’economia digitale. Secondo le stime della Banca Mondiale, della International Data Corporation (IDC) e di altri osservatori internazionali, una quota crescente del Pil mondiale dipende direttamente o indirettamente da infrastrutture online: pagamenti, logistica, supply chain, traffico aereo, cloud, servizi pubblici, sanità, energia, comunicazioni. La distinzione tra economia "digitale" ed economia "reale" è ormai sempre meno chiara, perché quasi ogni settore funziona attraverso reti informatiche interconnesse.

Il secondo fattore riguarda gli effetti sistemici delle disconnessioni. Alcuni studi della Global Network Initiative e di Deloitte mostrano che nei paesi ad alta connettività anche blackout relativamente brevi possono produrre danni economici molto superiori al semplice mancato accesso alla rete. Il problema non è solo l’interruzione di internet in sé, ma il rallentamento a catena di mercati, trasporti, sistemi di pagamento, amministrazioni pubbliche e attività produttive. In poche parole vuol dire che più una società dipende dal digitale, più il costo di una disconnessione cresce rapidamente.

Terzo elemento: la difficoltà di misurare davvero il danno. Le stime disponibili divergono molto perché cercano di calcolare fenomeni diversi, dal Pil perso alla produttività, fino agli effetti indiretti su consumi e servizi. Ma quasi tutte convergono su un punto: internet non è più un settore separato dell’economia, è l’infrastruttura su cui ormai poggia gran parte del funzionamento quotidiano delle società contemporanee.

Un blackout esteso non produrrebbe soltanto perdite economiche progressive, ma effetti a catena difficili da prevedere. Nelle prime ore andrebbero in difficoltà mercati finanziari, piattaforme di pagamento e comunicazioni internazionali. Nei giorni successivi potrebbero emergere rallentamenti logistici, problemi nei trasporti, interruzioni nelle catene di approvvigionamento e difficoltà operative per infrastrutture progettate per funzionare in connessione permanente. 

Il caso iraniano non anticipa necessariamente uno scenario globale identico, ma mostra quanto rapidamente una società contemporanea possa scoprire che la connessione non è più un semplice strumento tecnologico. È diventata una condizione implicita del funzionamento dell’economia, delle istituzioni e della vita quotidiana.
 

Dall'economia alla filosofia è un attimo

 Le risposte alle domande economiche sono relativamente facili da approntare, ma il vero quesito che si pone a questo punto è di altro ordine: possiamo immaginare un mondo senza connessione?

La risposta tecnica è no. Da almeno quindici anni, scriveva Luciano Floridi, non viviamo "online" o "offline": viviamo "onlife". L'infosfera non è un luogo dove andiamo a connetterci, è il luogo dove abitiamo. Il Gps che ci dice dove siamo, la cartella clinica che dice come stiamo, il conto bancario che dice cosa possiamo comprare, l'app del trasporto pubblico, la videochiamata alla nonna, il pagamento del caffè: tutto è ormai dentro l'infrastruttura digitale.

Spegnerla non significa "tornare a com'era prima", perché il "prima" non esiste più. Le competenze, i mestieri, le abitudini, le reti sociali e logistiche che reggevano il mondo pre-internet sono in larga parte estinte. Una società offline oggi non è una società del 1990: è una società di mille forme di incapacità improvvisa.

E qui torna l'Iran a darci la lezione più importante, quella che i 2,6 miliardi di dollari di perdite non riescono a misurare. Dal momento che un ritorno al passano non è percorribile, quando il governo iraniano dice "internet tornerà dopo la guerra" e nel frattempo apre una rete di internet per pochi, con mille divieti e condizioni, diventa evidente un altro fatto: la connessione non è più un diritto civile ma è diventata una concessione, un privilegio di chi è dalla parte giusta del potere. Il sistema "Internet Pro", le whitelist, le Sim "bianche" date agli influencer di regime sono tutti modi con i quali Teheran sta sperimentando un modello di internet a caste. La domanda non è se sopravviveremmo a un blackout globale. È quanta libertà saremmo disposti a barattare, qui, per non doverci mai pensare.