L'intervista a Tgcom24

Il "detective del tessile" smaschera il mondo della moda: "Lusso o fast fashion non sono più indicatori di qualità, bisogna guardare oltre il brand"

Blitz nei negozi ed etichette sotto accusa: parla Mattia Berveglieri, il content creator che sui social insegna a fare shopping consapevolmente

di Marta Di Donfrancesco
17 Mag 2026 - 17:19
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 © Ufficio stampa

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Brand di lusso o catene di fast fashion che siano, ormai nessuno nel mondo della moda può sfuggire al suo controllo: Mattia Berveglieri, 38 anni - "25 di testa" -, entra nei negozi, si avvicina alle "relle" e, a favore di videocamera, legge le etichette dei capi d'abbigliamento commentando la loro composizione. Il rapporto tra materiali, prezzi, e Paese di produzione finisce così nella lente del "detective del tessile", pronto a bocciare o a promuovere gli indumenti in base alla loro sostenibilità. Con un fanbase di circa 800mila follower, l'imprenditore e content creator bolognese è ormai un'icona e un punto di riferimento per amanti della moda e del ben vestire che vogliono diventare consumatori responsabili. La filosofia che c'è dietro al suo lavoro la spiega lui stesso, senza troppi giri parole: "Meglio un maglione da 200 euro che dura dieci anni, piuttosto che quattro da 50 euro che ne durano due". Anche perché, come racconta Berveglieri a Tgcom4, bisogna iniziare a rendersi conto che quello che indossiamo non ha un impatto soltanto sul portafogli, ma anche sull'ambiente e sulla nostra salute.

Come nasce il format che ti ha fatto diventare virale?
"L'idea mi è venuta a luglio del 2025: io ho un'azienda di produzione di abbigliamento che all'epoca era dislocata in due sedi. Nell'unificarle, ho dovuto fare un trasloco e mentre smaltivo i materiali in eccesso, i tessuti, gli accessori, i filati e quant'altro, ho riempito la discarica del mio piccolo Comune. E lì mi sono un po' sentito male e mi sono detto: "Io che ho un'azienda così piccolina produco tutti questi rifiuti, figuriamoci le grosse aziende". E da lì si è sbloccato qualcosa. Quindi mi sono detto che era il caso di dare una ridimensionata alla mia vita lavorativa e personale sotto questo aspetto. Avevo già un canale social in cui parlavo del mio lavoro, ma era puramente tecnico, non avevo mai toccato temi come quello della sostenibilità. Quando ho iniziato a farlo, ho visto che l'argomento riscuoteva molto interesse e quindi sono entrato in questa figura del detective".

Contenuti che piacciono molto ai consumatori, ma forse un po' meno ai brand
"Invece no. Un solo marchio mi ha respinto senza che io neanche lo menzionassi: ha fatto girare una circolare tra i dipendenti per comunicare loro di impedirmi le registrazioni, se mai mi avessero visto entrare. Tutti gli altri, invece - anche quelli di cui magari non ho parlato bene -, incredibilmente mi accolgono a braccia aperte. Non me lo aspettavo neanche io". 

Lusso e fast fashion: c'è ancora differenza tra le etichette dell'alta moda e quelle di un marchio per tutte le tasche?
"L'idea che spendendo tanto si ha un capo di qualità molto alta purtroppo oggigiorno è un'illusione. Questo accade perché i grandi del lusso hanno abusato del loro posizionamento e del loro lustro per aumentare i margini e abbassare la qualità del prodotto. Oggi, però, il consumatore si sta svegliando e così vediamo tutti questi grossi gruppi con dei -30, -40% di fatturato perché non vendono più. Questo non vuol dire, però, che conviene comprare il fast fashion indiscriminatamente. Quello che conviene, semmai, è valutare le caratteristiche dei marchi: se c'è un controllo della filiera certificato e se usano materiali con certificazioni, vuol dire che un capo ha avuto comunque un controllo, sia a livello di composizione e qualità del tessuto, sia sul rispetto della filiera del lavoratore, nonostante la durabilità dell'indumento resti quella di un fast fashion". 

Le etichette, però, non ci dicono niente di tutto ciò

"L'etichetta in realtà dice ben poco: leggere "100% cotone" non è garanzia di qualità, perché poi bisogna vedere quel cotone da dove proviene, come è stato coltivato e in generale che filiera di produzione ha avuto quel capo. Forse riusciremo a capire qualcosa in più dal 2027, se l'Unione europea introdurrà davvero il Digital Product Passport, un passaporto digitale dei prodotti tessili capace di fornire dettagli completi su origine, materiali e impatto ambientale".

Questo aiuterà il mondo della moda a essere più sostenibile?
"La moda di per sé sarà sostenibile soltanto se ci vestiamo con foglie di banana o di fico. L'unica possibilità che abbiamo per diminuire l'impatto ambientale di questo settore è quella di acquistare meno e in maniera più accurata, non di impulso. Io da ottobre inizierò a girare il mondo: Cina, Bangladesh, Turchia. Lo scopo è di andare a vedere e documentare i siti di produzione del fast fashion. Poi, farò uscire una guida con i consigli su come acquistare e trattare un capo". 

Con quale criterio scegli cosa comprare e cosa no?
"Io sono molto attento alla fibra, alla composizione. Un aspetto che si considera poco è la salute: viviamo in un'era in cui guardiamo a quello che mangiamo, che beviamo, che respiriamo ma non pensiamo a quello che ci mettiamo sulla pelle per dieci o dodici ore al giorno. Quindi una prima analisi va fatta sul tipo di tessuto che si indossa. Dopo vengono i dettagli: cuciture, pulizia all'interno del capo. Bisogna cercare di massimizzare la spesa e investire i soldi in un capo che abbia certe performance, sia a livello di salute che a livello di durabilità".

Che consigli daresti a chi vuole comprare in maniera consapevole, soprattutto ai giovani che ti seguono sui social?
"In realtà io sono l'idolo delle mamme e delle nonne, più che dei ragazzini: sono loro che prendono i miei video e li mandano a figli e nipoti. Ma che abbiano 20 o 60 anni, i consigli sono gli stessi: bisogna prediligere le fibre naturali, ma anche cercare di informarsi sulla provenienza di queste fibre proprio perché "100% cotone" non è sempre sinonimo di qualità. Idealmente, bisognerebbe anche farsi un'idea di quanto possa durare nel tempo, ma questo è molto difficile per un consumatore non del settore. Il modo migliore per farlo è associarsi a un marchio quando ci si accorge che è di qualità. La chiave, quindi, è fare acquisti mirati e controllati, prendendo come criterio di valutazione dei capi le linee guida che cerco di dare a livello di tessuti e di percorsi di produzione. In una parola: informarsi. Dobbiamo sempre pensare a come smaltiremo tutto quello che mettiamo nell'armadio: siamo tutti responsabile dell'impatto ambientale del mondo dell'abbigliamento".

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