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Cronaca

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18/2/2008

Italia, giustizia malata cronica

Roberto Martinelli su Il Messaggero

Le spiegazioni che saranno date a chi pretenderà di sapere perché mai un pedofìlo, condannato a sei anni di reclusione per violenza carnale, è stato messo in libertà ed ha potuto stuprare un'altra bambina, sono le stesse di sempre. E cioè: che la lentezza della giustizia è causata dall'enorme carico di lavoro dei magistrati, dalle carenze delle strutture, dalle condizioni proibitive in cui lavorano gli operatori del diritto e via così. Le stesse risposte sono state date poche settimane fa ad una madre che si è vista uccidere la figlia da un uomo condannato e scarcerato per il medesimo meccanismo che ha aperto le porte del carcere al pedofilo: decorrenza dei termini. Questo istituto impone alla giustizia di rispettare i tempi che il codice prevede per concludere l'iter delle varie fasi giudiziarie cui è sottoposto l'imputato. Esso si applica sia alla fase preliminare delle indagini sia a quella che segue la celebrazione dei processi. E i tempi variano a seconda della gravità dei reati contestati.

Il pedofilo era stato riconosciuto colpevole e condannato ma la sentenza non era diventata definitiva perché si doveva ancora celebrare il processo di appello e poi quello di Cassazione. Il ritardo della macchina giudiziaria ha fatto scattare la norma che gli ha consentito di tornare in libertà con l'obbligo di firmare il registro dei sorvegliati. Una formalità assolutamente inutile come hanno dimostrato casi di rapinatori condannati e scarcerati per decorrenza dei termini, che dopo essersi sottoposti al ridicolo rituale della firma in caserma, saccheggiavano banche e negozi. Senza che nessuno sia mai preoccupato di disporre controlli seri e reali su persone sulle quali esisteva il ragionevole dubbio che potessero commettere reati analoghi a quelli per i quali erano stati condannati. Basta scorrere le cronache degli ultimi mesi per documentarsi su episodi di questo genere.

Ma purtroppo accade che, dopo un primo momento di sconcerto e di sconforto per lo stato della giustizia, l'immaginario collettivo li cancella e li colloca nella soffitta della scomoda quotidianità da dimenticare. Nessuno infatti ha mai riflettuto seriamente sul fatto che nell'ultimo decennio sono 850 mila gli anni di detenzione inflitti e non scontati in carcere. Non solo, ma da rapporto tra gli anni di reclusione effettivamente scontati e quelli inflitti in via definitiva è stato possibile realizzare l'indice della "certezza della pena" nel nostro paese. La ricerca ha stabilito che la percentuale degli anni effettivamente trascorsi in carcere su quelli inflitti si è abbassata dal 44145 per cento della metà degli anni novanta a a137/38 degli anni duemila. Come dire che nel nostro paese non solo non c'è certezza della pena, ma quel che peggio si fa strada sempre più il fantasma della virtualità del processo. Infatti, secondo i dati più recenti resi dal Ministero della Giustizia, su 90 mila persone arrestate o condannate nel 2005, soltanto 4000 sono ancora in carcere e molte altre sono sul punto di tornare in libertà.

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