Media: "Usa si preparano a possibili operazioni prolungate contro l'Iran" | Martedì a Ginevra colloqui con Teheran
Lo hanno dichiarato a Reuters due funzionari statunitensi: il conflitto potrebbe diventare molto più grave di quanto visto in precedenza tra i due Paesi
© Ansa
L'esercito statunitense si sta preparando alla possibilità di operazioni prolungate, della durata di settimane, contro l'Iran, se il presidente Donald Trump ordinasse un attacco: lo hanno dichiarato a Reuters due funzionari statunitensi, in quello che potrebbe diventare un conflitto molto più grave di quanto visto in precedenza tra i due Paesi. La rivelazione dei funzionari, che hanno parlato in condizione di anonimato a causa della natura delicata della pianificazione, alza la posta in gioco per la diplomazia in corso tra Stati Uniti e Iran.
I colloqui in programma per martedì
Martedì a Ginevra si terranno due serie di negoziati diplomatici, su Ucraina e Iran: lo scrive la Reuters citando una fonte informata sulla questione. Una delegazione statunitense, composta dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, incontrerà gli iraniani martedì mattina, secondo la fonte. Saranno presenti anche rappresentanti dell'Oman, che mediano i contatti tra Stati Uniti e Iran. Witkoff e Kushner parteciperanno poi ai colloqui trilaterali con i rappresentanti di Russia e Ucraina nel pomeriggio.
Trump: "Cambio di regime in Iran? Sarebbe la cosa migliore"
"Sembra che sarebbe la cosa migliore che possa succedere. Per 47 anni hanno parlato, parlato e parlato. Nel frattempo, abbiamo perso molte vite mentre loro parlavano": Donald Trump ha risposto così ai reporter sull'Air Force One alla domanda se desidera un cambio di regime in Iran.
La seconda portaerei in Medio Oriente
Venerdì Donald Trump ha inviato una seconda portaerei in Medio Oriente, per aumentare la pressione sull'Iran, già minacciato di conseguenze "traumatiche" se i negoziati in corso sul suo programma nucleare dovessero fallire. "Penso che i colloqui con l'Iran avranno successo. Altrimenti sarà una brutta giornata" per Teheran, ha rilanciato il tycoon.
Secondo il New York Times, la Uss Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, ha già ricevuto l'ordine di salpare dal Mar dei Caraibi per raggiungere la Uss Abraham Lincoln, nella regione da più di due settimane, per essere pronte nel caso in cui Washington decidesse di passare all'azione.
La minaccia degli ayatollah
"Qualsiasi avventura contro l'Iran riceverà una risposta forte, decisa e proporzionata", ha a sua volta minacciato il regime degli ayatollah per voce di Ali Shamkhani, il rappresentante della Guida suprema Ali Khamenei presso il Consiglio di Difesa Nazionale. L'alto militare ed ex ministro della Difesa ha inoltre definito "elevata" la capacità militare della Repubblica islamica e ha avvertito che qualsiasi errore di calcolo da parte di altre parti avrà conseguenze "molto pesanti".
Le difficoltà nei colloqui
Sebbene Trump si sia dato "anche un mese" di tempo per negoziare, i colloqui appaiono tuttavia ancora in salita, tra il primo round della settimana scorsa in Oman e il secondo ancora da fare. Le posizioni infatti restano distanti: Teheran, pur avendo aperto a limitare l'arricchimento dell'uranio impoverito utile a fabbricare la bomba atomica, ha ribadito che il suo programma missilistico rientra nelle sue "linee rosse" e "non è soggetto a trattativa". Mentre gli Stati Uniti vorrebbero affrontare entrambe le questioni - nucleare e missili - nonché la fine del sostegno iraniano ai proxy nella regione, da Hezbollah agli Houthi, su cui preme anche Israele.
L'accordo con l'Aiea
Si tratta di un "momento cruciale", ha detto il direttore generale dell'Aiea Rafael Grossi, partecipando alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica sta cercando di arrivare a un proprio accordo con l'Iran sulle ispezioni al programma nucleare, dopo che Teheran le aveva impedito l'accesso ai siti bombardati dagli Usa nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno.
"L'intero panorama nucleare dell'Iran è cambiato radicalmente, forse non in termini di capacità, ma in termini di infrastrutture fisiche effettive, che sostanzialmente non ci sono più o sono gravemente danneggiate", ha spiegato Grossi. Un'intesa è "possibile", anche se "terribilmente difficile", ha dichiarato, rivelando che gli ispettori erano tornati in Iran ma che avevano avuto accesso più o meno a tutto "tranne a ciò che era stato attaccato".
Reza Pahlavi, il figlio dello scià
A Monaco è intervenuto anche Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo scià che vive in esilio negli Stati Uniti, tornato alla ribalta sull'onda delle ultime proteste contro il regime represse nel sangue. E dal palco ha incalzato il presidente americano: "Trump sa che la gente sta chiedendo aiuto. Ho parlato con prigionieri politici, con la gente, le persone stanno combattendo e morendo nelle strade. E chiedono al mondo di intervenire. Servono interventi umanitari, ne abbiamo bisogno", è stato il suo appello.
Su X Pahlavi ha poi invitato i suoi "coraggiosi compatrioti in Iran" a tornare ad "alzare la voce" contro il regime, intonando canti e slogan dalle finestre delle loro case e dai tetti "nelle sere del 14 e 15 febbraio alle 20", mentre gli iraniani all'estero scenderanno in piazza sabato a Monaco, Toronto e Los Angeles. "Con i vostri raduni per onorare la memoria dei nostri eroi caduti, i vostri canti notturni e i vostri messaggi coraggiosi, avete dimostrato che la Repubblica islamica non è riuscita a spezzare la vostra volontà di riconquistare l'Iran - li ha incoraggiati -. Nemmeno attraverso la brutalità e l'omicidio".
