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28/1/2010

Immagini da un futuro già iniziato

Italiana capace di ridare la vista

La Professoressa Graziella Pellegrini,del Centro di Medicina Rigenerativa di Modena, racconta al TGCOM la sua carriera e le sue aspettative. La scienziata italiana, dal 1997 ad oggi, ha ridato la vista a centinaia di persone e lo ha fatto con umiltà e dedizione, mettendo al centro dei propri studi la tanto bistrattata ricerca sulle cellule staminali adulte.

Quello della ricerca sulle staminali è un tema giudicato scottante, in perenne equilibrio tra speranza e paura. L’Italia è all’avanguardia grazie al lavoro di un gruppo di scienziati, del quale fa parte la Professoressa Pellegrini, il cui risultato apre scenari fino a poco più di dieci anni fa impensabili. Nuovi protocolli medici, nuove cure, anche nuove professioni. Il team lavora presso il Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” di Modena, la struttura più avanzata del mondo per la ricerca e le terapie delle cellule staminali epiteliali. Graziella Pellegrini ha consentito di ridare la vista a centinaia di persone, bene prezioso che si comprende appieno mano a mano che viene a mancare. In questa intervista abbiamo volutamente cercato di dare rilievo all’importanza degli studi della Professoressa Pellegrini, usando un linguaggio comprensibile. Lasciamo che sia lei a spiegare.

Professoressa, quanto è facile perdere la vista?
Per fortuna non è facile, purtroppo non è impossibile. I casi più frequenti con i quali siamo confrontati riguardano muratori a cui vanno schizzi di calce negli occhi, casalinghe che inavvertitamente entrano in contatto con prodotti aggressivi tipicamente usati durante i lavori domestici, operai i cui occhi sono entrati in contatto con acidi.

“Ricerca sulle staminali epiteliali della cornea”. Ci spiega in breve e in modo accessibile cos’è?
Di norma per rispondere a questa domanda faccio ricorso ad immagini o diapositive, di grande conforto nell’illustrare di cosa si sta parlando. Proverò senza… gli epiteli rivestono il nostro organismo, dentro e fuori, formando una barriera, una sorta di interfaccia verso l’ambiente esterno. Si consumano molto facilmente e l’organismo prevede che ci siano cellule in grado di ricrearli. La ricerca sulle staminali epiteliali della cornea si basa su questo: individua dove si trovano queste cellule nella cornea, come funzionano e rende possibile “farle lavorare” in vitro.

Quanto è durata la ricerca, prima di giungere alla pratica?
A noi è andata bene. Siamo arrivati alla pratica in breve tempo, ma ciò è avvenuto nel passato, quando la ricerca non sottostava ad una serie di regole e restrizioni che oggi la rallentano fino quasi a fermarla. Abbiamo iniziato nel 1993 e siamo giunti alle prime applicazioni pratiche nel 1995. Nel 1997 Lancet (pubblicazione medica di grande prestigio) ha pubblicato il nostro lavoro, ovvero il primo in questo campo. Un prototipo. Oggi non si può neppure sperare di compiere passi tanto importanti in breve tempo, le normative attuali non lo consentono. Anche se una ricerca avesse successo, prima di poterne mettere i frutti al servizio dei pazienti ci vorrebbero tanti anni e tanti soldi. Da quando le terapie avanzate sono state paragonate ai farmaci, viviamo la situazione in cui una cura specifica quale la nostra viene considerata come un farmaco di largo consumo, con la differenza che un farmaco serve un mercato vasto, mentre un terapia mirata come la nostra riguarda un singolo individuo. Questo fa lievitare tempi e costi rendendoli proibitivi.

Cellule staminali rigorosamente adulte, vero?
Solo adulte autologhe, sono le uniche che funzionano. Si tratta di cellule prelevate dalla stessa persona alla quale andranno poi trapiantate. Le cellule prelevate ad una persona non potranno servire a nessun altro.

Ultimo aggiornamento ore 00:35


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