Le faremo sapere...un giorno

Ghosting aziendale, quando a sparire è il datore di lavoro

Scomparsi, dopo colloqui positivi e ottimistici feedback. I ghostatori seriali ora arrivano anche nel mondo del lavoro

25 Ago 2025 - 06:00
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"Le faremo sapere" una promessa spesso esplicitata con annesso un sorriso finto e una vigorosa stretta di mano, che non promette nulla di buono. È l'incubo ricorrente di qualunque candidato a un posto di lavoro, una formula di commiato talmente standard da essere stata svuotata col tempo di qualunque significato, come tutte le parole destinate a essere ripetute all'infinito. Col tempo "le faremo sapere" è diventato il corrispettivo in ambito lavorativo del più celebre "magari ci prendiamo un caffè prima o poi", una possibilità remota che per educazione si tende a evocare. I rapporti di lavoro ormai sembrano aver assorbito da quelli amicali solo gli aspetti deteriori. Si passa infatti sempre più spesso con disinvoltura dal corrispettivo in ufficio del cosiddetto "love bombing" (sei una risorsa fondamentale da chiamare a qualunque ora per qualsiasi emergenza) a un insopportabile ghosting lavorativo.

Confini sempre più labili

  In un mondo in cui i rapporti utilitaristico-lavorativi e quelli sentimentali si somigliano, viaggiando spesso sugli stessi binari comunicativi (ed esaurendosi a volte in ambo i casi in una manciata di messaggi), è quasi inevitabile che anche le pratiche peggiori vengano ibridate da una parte all'altra. Ecco quindi che gli appuntamenti con un possibile partner finiscono per assomigliare sempre più a colloqui di lavoro, dove a momenti si chiede anche la RAL e magari un classico "dove si vede tra cinque anni?". Il tutto mentre, persino le aziende (per loro natura entità impersonali) imparano a scomparire senza nemmeno una scusa standard accampata prima. Non esiste insomma alcun tipo di bon ton, in un vero e proprio ghosting che spesso distrugge speranze e rallenta carriere.

Scomparire senza accomiatarsi. Questa in sostanza la definizione di ghosting entrata ufficialmente nei dizionari nell'ormai lontano 2017. Comunicare un rifiuto è complesso e, ammettiamolo, nessuno ama davvero farlo. Ma se le aziende più grandi hanno ormai spesso la buona creanza di mandare quantomeno un messaggio uguale per tutti, in cui si asserisce con falsa sicurezza che il candidato "troverà sicuramente un'altra opportunità altrettanto valida", il problema arriva quando la storia non finisce neanche con un "buona fortuna" o col corrispettivo lavorativo del più classico dei "non sei tu sono io". Si finisce infatti a volte in un limbo, dove si attende per mesi la risposta a quel colloquio che sembrava andato così bene e che lasciava presagire ottimi sviluppi, senza tuttavia avere il coraggio di guardarsi intorno seriamente, per paura di dover poi compiere dolorose scelte in futuro.

Ricadute psicologiche e come affrontarle

 Una situazione del genere, per quanto relegata alla mera sfera occupazionale, può comunque avere ricadute psicologiche simili a quelle del ghosting più classico. Una diminuzione della percezione di autostima e della fiducia in sé stessi appare quasi inevitabile all'ennesima scomparsa, soprattutto quando non c'è stata una chiara esposizione dei motivi per cui si è chiusa la comunicazione. Dietro un "no" ci possono essere tuttavia anche ragioni prettamente organizzative, indipendenti dal candidato, che però tenderà inevitabilmente a colpevolizzarsi dopo l'ennesimo rifiuto, nella convinzione che la scelta sia figlia a un certo punto quasi di certo delle sue mancanze. A lungo termine, invece, le persone hanno riportato l’insorgere di sentimenti di diffidenza che si sono progressivamente consolidati nel tempo.

Come ricorda tuttavia anche su Forbes Jack Kelly non bisognerebbe mai affrontare da ambo le parti certe dinamiche di lavoro con gli stessi occhi con cui guardiamo i nostri scambi amicali, senza giudicarci troppo severamente. Spesso nelle decisioni aziendali, come detto, non c'è infatti nel bene e nel male nulla di personale. Può capitare di finire vittima di decisioni più grandi, che trascendono la mera valutazione del nostro profilo e bisogna saperlo accettare. Non sempre tutto ruota attorno a noi e può succedere che si prediliga alla fine una soluzione interna o che si modificano magari arbitrariamente le priorità, a causa di cambiamenti interni, ostacoli finanziari. Non va poi escluso che chi assume possa alla fine decidere di affidarsi per determinati compiti all’intelligenza artificiale.

Quando il ghosting lo fanno i candidati

  Va infine evidenziato come a volte siano gli stessi candidati a ghostare chi dimostra interesse nei propri confronti. Un po' come quell'amico che scrive in dm su Instagram a tutte e poi spera almeno in una risposta, esistono i professionisti del curriculum: inviatori seriali di resumé che spesso e volentieri rallentano i processi di selezione, ingolfando la macchina con la loro superficialità. Quest'ultima categoria è prosperata con la parallela esplosione delle piattaforme di job recruiting, che hanno reso la candidatura immediata e semplice. Bastano pochi clic per dimostrare un interesse, anche solo superficiale, che verrà poi sconfessato al momento in cui bisogna compiere lo step successivo.  Uno studio del portale per la ricerca di lavoro Indeed (che ha visto la partecipazione di 500 candidati e 500 recruiter) ha evidenziato come il 28% dei candidati abbia fatto ghosting. Un atteggiamento confermato anche da quanto dicono gli stessi datori di lavoro, che al 76% hanno dichiarato di aver subito un job ghosting almeno una volta. A essere maggiormente colpevoli di certi comportamenti sono poi gli appartenenti alle nuove generazioni. Come riporta Fortune infatti ben il 93% dei figli della Generazione Z dichiara di non essersi presentata al colloquio. D'altronde quando si dice "le faremo sapere" non si aggiunge mai il quando.

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