Le sedi delle gare di Milano Cortina 2026
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Dopo decenni di sforamenti di budget e impianti inutilizzati, l'Italia trasforma la necessità economica in strategia territoriale
Anterselva Biathlon Arena (Anterselva) - Sede delle gare di biathlon © Getty Images
I nostalgici delle Olimpiadi chiamate con il nome della città ospitante e l'anno di svolgimento l'avevano capito sin dall'annuncio della candidatura: i Giochi invernali ospitati in Italia quest'anno sarebbero stati un po' diversi dal solito, con, non una ma ben due location coinvolte nel logo, e molte di più nella pratica, con gli atleti sparsi tra 13 sedi di gara distribuite su 450 chilometri, 11 impianti esistenti riutilizzati, 400 milioni di euro risparmiati evitando nuove costruzioni.
Milano Cortina 2026 ha rotto con la tradizione olimpica del mega-hub concentrato e puntato su un sistema policentrico tra Lombardia e Veneto. Una scelta che ribalta decenni di organizzazione dei Giochi Invernali, trasformando la necessità economica in strategia di sviluppo territoriale. Sacrificando l'iconicità di una singola "città olimpica", l'Italia prova per una volta a risparmiare e a pensare anche al dopo gare. I prossimi mesi diranno se questa scommessa funzionerà, ma già oggi il dossier Milano-Cortina è studiato come caso pilota di come rendere le Olimpiadi economicamente sostenibili.
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Il punto di partenza è uno studio dell'Università di Oxford: dal 1960 a oggi ogni edizione dei Giochi Olimpici ha sforato il budget iniziale in media del 172%. Le Olimpiadi Invernali di Torino 2006, concentrate principalmente nel capoluogo piemontese e in Val di Susa, sono costate circa 3,6 miliardi di euro contro i 1,8 previsti.
Il problema ricorrente è quello della necessità di costruire ex novo impianti costosi e spesso sottoutilizzati dopo l'evento. Il trampolino di Pragelato, costato circa 35 milioni di euro, è diventato il simbolo di questo spreco: usato per pochi giorni durante i Giochi, ha richiesto migliaia di euro all'anno di manutenzione per un utilizzo sporadico fino allo stanziamento di 5 milioni di euro lo scorso novembre per il definitivo smantellamento. Milano Cortina ha imparato la lezione: su 13 sedi di gara previste, ben 11 utilizzano impianti già esistenti o temporanei.
La differenza economica è sostanziale. Secondo il dossier di candidatura, il modello diffuso permette di risparmiare circa 400 milioni di euro rispetto a una soluzione concentrata che avrebbe richiesto la costruzione di nuovi impianti.
Le strutture permanenti realizzate ex novo sono state:
- La pista da bob, skeleton e slittino a Cortina (81 milioni di euro)
- Il Villaggio Olimpico di Livigno (conversione di strutture esistenti)
- Interventi di adeguamento al PalaItalia Santa Giulia a Milano
Tutto il resto ha sfruttato l'esistente: il Forum di Assago per l'hockey, il Mediolanum Forum per il pattinaggio artistico, gli impianti di Bormio e Livigno per sci alpino e sci di fondo, l'Ice Arena di Piné in Val di Fiemme per il curling.
Ma c'è un altro elemento chiave: la distribuzione geografica non è solo risparmio, è strategia di sviluppo territoriale. Invece di concentrare benefici e costi su un'unica area metropolitana, Milano Cortina spalma gli investimenti su sei province e decine di comuni.
Milano ottiene visibilità globale e infrastrutture per eventi sportivi internazionali, consolidando il suo ruolo di capitale economica. Cortina rilancia il proprio brand turistico con investimenti in mobilità (circonvallazione, parcheggi) e impianti sportivi di livello mondiale. La Valtellina (con Bormio, Livigno, Santa Caterina) rafforza la propria offerta turistica invernale ed estiva, con ricadute su una valle che vive di montagna. Val di Fiemme e Anterselva in Alto Adige si confermano hub internazionali per sport nordici e biathlon. Ogni territorio porta in dote le proprie strutture e riceve investimenti mirati, evitando la logica del "tutto a una città, niente alle altre" che ha caratterizzato molte edizioni passate.
Il modello diffuso non è privo di criticità. La prima è logistica: spostare atleti, staff, media e spettatori tra sedi distanti fino a 450 chilometri (Milano-Anterselva) richiede un sistema di trasporti efficiente e costoso. Secondo le stime, i costi di trasporto e logistica per Milano Cortina saranno superiori del 30% rispetto a un'olimpiade concentrata. Ma restano comunque inferiori ai costi evitati grazie al riuso degli impianti. La seconda sfida è comunicativa: raccontare un evento così distribuito richiede uno sforzo maggiore in termini di broadcasting e narrazione mediatica. Non c'è "la città olimpica" da fotografare, ma una pluralità di località da valorizzare.
Milano-Cortina 2026 è in effetti la prima olimpiade italiana ad applicare pienamente l'Agenda Olimpica 2020, il programma di riforme del CIO che promuove:
- l'uso di impianti esistenti e temporanei;
- la distribuzione territoriale degli eventi;
- la sostenibilità economica e ambientale;
- l'eredità positiva per le comunità ospitanti.
Il Comitato Olimpico Internazionale, scottato da candidature ritirate (Calgary, Stoccolma, Innsbruck) per i costi eccessivi, ha fatto della sostenibilità economica un criterio vincolante. Non a caso, Milano Cortina ha battuto l'unica concorrente rimasta, Stoccolma-Åre, proprio grazie alla solidità del piano economico basato sul riuso.
Dal punto di vista macroeconomico, distribuire l'evento significa distribuire anche i benefici. Uno studio della Fondazione Ambrosetti stima un impatto complessivo di 2,8 miliardi di euro sul Pil italiano tra il 2019 e il 2027, con ricadute occupazionali in settori diversi: edilizia in Veneto, servizi a Milano, turismo nelle valli alpine, tecnologia per le infrastrutture digitali. Il modello multi-sede crea inoltre una "rete olimpica" di competenze e strutture che può continuare a funzionare dopo il 2026: un circuito italiano di località attrezzate per ospitare Coppe del Mondo, Campionati Europei, eventi internazionali. Non più "la città olimpica" che vive di rendita, ma un sistema-paese che si candida per eventi futuri.
L'esperimento italiano è osservato con interesse. Se Milano-Cortina dimostrerà che il modello diffuso funziona economicamente e organizzativamente, potrebbe diventare lo standard per le future olimpiadi invernali. Già la candidatura francese per i Giochi 2030 (assegnati poi alle Alpi Francesi) guardava all'Italia come benchmark. E diverse nazioni alpine (Austria, Svizzera, Slovenia) stanno valutando candidature congiunte multi-nazionali, spingendo ancora più in là la logica della distribuzione territoriale.